L'APOSTASIA DELLA LEGGE: L'ANOMIA DIONISIACA E L'ANTI-AUTORITÀ IN CHARLES BUKOWSKI

Charles Bukowski trasforma l’anti-autorità in pratica quotidiana: rifiuto del lavoro come destino, della morale prescrittiva, della politica e dell’appartenenza. Un’anomia dionisiaca che non fonda un nuovo ordine, ma difende la libertà concreta del singolo da ogni pretesa di disciplinarlo.

L'APOSTASIA DELLA LEGGE:  L'ANOMIA DIONISIACA E L'ANTI-AUTORITÀ IN CHARLES BUKOWSKI

La scrittura di Charles Bukowski non costruisce una teoria dell’autorità: la insulta, la elude, la diserta. Il suo anti-autoritarismo non assume la forma di un programma politico, di una dottrina anarchica o di una proposta istituzionale alternativa. È una pratica quotidiana di sottrazione: sottrarsi al lavoro, alla rispettabilità, alla morale convenzionale, alla retorica patriottica, alla carriera, persino alla necessità di attribuire alla propria esistenza una funzione socialmente riconoscibile. Per questo è significativo parlare di anomia bukowskiana. L’anomia non significa semplice assenza di regole: è rifiuto di riconoscere come naturalmente vincolanti quelle regole attraverso cui la società pretende di organizzare il comportamento individuale. L’io bukowskiano non proclama un nuovo ordine: si sottrae all’ordine esistente. Una delle formulazioni radicali di questo atteggiamento compare nella poesia Dear Friend, pubblicata nel 1966. Dopo aver descritto la sua immagine riflessa nello specchio, il poeta scrive: «I am tired of factual and recognized / good / that we need new goodness new / truth for / ourselves». La formulazione è significativa perché non propone semplicemente di fare il male al posto del bene. Bukowski è stanco del good riconosciuto, cioè del bene istituzionalizzato, socialmente certificato, trasformato in norma. Alla morale riconosciuta oppone «new goodness» e «new truth»: non una nuova legislazione universale, bensì un criterio individuale, locale, esperienziale. L’anomia bukowskiana nasce da una privatizzazione radicale del criterio di verità. Non esiste necessariamente una morale migliore da imporre agli altri. Esiste la necessità di sottrarsi alla pretesa che la morale riconosciuta sia l’unica possibile.

L’io bukowskiano
non proclama un nuovo
ordine: si sottrae
all’ordine esistente.

Da una prospettiva pragmatica, il punto interessante non è tanto la cancellazione degli illocutionary acts prescrittivi, quanto la sistematica trasformazione del comando sociale in materia di scherno. Il mondo dice: lavora, obbedisci, produci, vota, partecipa, integrati, comportati rispettabilmente. Bukowski risponde: non mi interessa. È una forma di disobbedienza povera, non eroica. Non pretende di conquistare il potere; preferisce non partecipare alla sua distribuzione. Questa postura emerge con particolare chiarezza nella poesia Begging, raccolta in The Last Night of the Earth Poems (1992). Il testo ripercorre una lunga successione di lavori e termina con la formula: «no servant of free enterprise». Il significato è più preciso di una generica professione anticapitalistica. Bukowski non sta costruendo una critica teorica dell’economia politica: sta rifiutando la conversione dell’individuo in funzione produttiva. È una differenza importante. Il suo bersaglio non è semplicemente il capitalismo come sistema economico; è la pretesa che l’essere umano debba trovare la sua legittimazione attraverso la produttività. È precisamente questa la funzione simbolica della stanza, del bar, dell’ippodromo, della macchina da scrivere, della bottiglia: luoghi e oggetti che sottraggono l’individuo alla monumentalità sociale.

Il rapporto di Bukowski con la politica deve essere trattato con cautela. Definirlo ‘anti-politico’ sarebbe insufficiente; definirlo anarchico, in senso ideologico, sarebbe rischioso. Bukowski stesso, nelle interviste, insiste sulla sua estraneità alla politica. In una conversazione raccolta in "Sunlight Here I Am", alla domanda sulla politica risponde sostanzialmente che non possiede una posizione politica e che non gli interessa salvare o migliorare il mondo: «I don’t want to save the world, I don’t want to make it a better place. I just want to live in it and talk about what happens». Questa dichiarazione è fondamentale perché impedisce di trasformare Bukowski in un teorico della rivoluzione. La sua posizione è individualista: l’artista non deve necessariamente correggere il mondo per avere il diritto di rappresentarlo. Lo stesso atteggiamento emerge nella poesia Taken, pubblicata in Bone Palace Ballet (1997), dove Bukowski elenca: «EzraCelineHamsunSartre, others» e li accusa di essersi lasciati coinvolgere dalla politica. La critica non riguarda semplicemente la destra o la sinistra. Il bersaglio è la trasformazione dello scrittore in uomo di partito, profeta, militante o portavoce. Bukowski diffida della politicizzazione dell’artista perché vede nella politica una seconda forma di cattura: dopo essere stato catturato dal lavoro, l’artista rischia di essere catturato dall’ideologia. È significativo, inoltre, che il suo rifiuto non sia selettivo. Nella poesia compaiono insieme Pound, Céline, Hamsun e Sartre: figure politicamente diversissime, accomunate nel testo dal fatto di essere entrate nell’arena politica. La sua logica è dunque meno ‘destra contro sinistra’ che individuo contro appartenenza.

Alla domanda sulla politica
Bukowski risponde che
non possiede una posizione
politica e che non gli interessa
salvare o migliorare il mondo.

Il confronto con Sartre deve essere corretto. L’esistenzialismo aiuta a leggere la centralità della libertà e della responsabilità individuale: Bukowski non costruisce una filosofia della libertà paragonabile a quella sartriana. Sartre vuole pensare filosoficamente la condizione della libertà; Bukowski vuole vivere senza essere costretto a trasformare la sua vita in una filosofia. Questa differenza è essenziale. L’io bukowskiano non dice: ‘ecco il fondamento razionale della mia libertà’. Dice: ‘lasciatemi in pace’. La sua autonomia è corporea prima che teorica. È il diritto a bere, scrivere, dormire, scopare, stare soli, andare alle corse, ascoltare musica, evitare le persone, non fare carriera. La libertà non viene dimostrata: viene praticata attraverso il rifiuto delle aspettative. Una risposta particolarmente eloquente si trova nella descrizione che Bukowski fa della sua solitudine: «the unmolested tone of the singular self». L’espressione è quasi una formula poetica della sua antropologia: il sé singolare deve essere non molestato, non invaso, non colonizzato dalle strutture collettive. Il problema dell’autorità diventa, quindi, un problema di invasione. Ogni istituzione è sospetta quando pretende di occupare lo spazio interiore dell’individuo.

Togliendo il lessico filosofico, l’anti-autoritarismo di Bukowski è sorprendentemente semplice. L’autorità è tutto ciò che pretende di dirti chi devi essere prima ancora che tu abbia la possibilità di scoprirlo da solo. Per questo il bersaglio deve essere lo Stato, ma anche il lavoro; la morale, ma anche la rispettabilità; il partito, ma anche la cultura ufficiale; la famiglia, ma anche il mercato editoriale. Non esiste, dietro a questo rifiuto, una nuova istituzione pronta a sostituire quella vecchia. È proprio questa l’essenza dell’anomia bukowskiana: non fondare il contro-ordine. Bukowski non vuole diventare il nuovo legislatore dell’individuo libero. Non vuole fondare una comunità di uomini liberati. Non vuole trasformare la sua esperienza in un programma politico. Vuole una stanza, una macchina da scrivere, qualche bottiglia, la possibilità di stare solo e il diritto di dire ciò che vede. La sua politica, paradossalmente, consiste nel rifiuto di diventare un politico. E qui l’espressione ‘anarchismo dionisiaco’ deve essere conservata, purché venga intesa non come etichetta ideologica, ma come figura critica: Dioniso contro la disciplina, il corpo contro la rispettabilità, l’istinto contro la prescrizione, la singolarità contro l’appartenenza. Bukowski non promette la liberazione. Pratica la disobbedienza. Non offre una nuova legge. Rifiuta di averne una. E soprattutto non pretende di salvare il mondo. Come dirà esplicitamente in un’intervista, vuole «live in it and talk about what happens». È forse questa la sua forma radicale di apostasia: non sostituire il dogma con un altro dogma, e sottrarsi alla necessità stessa di credere che ogni vita debba essere ricondotta a una legge.

– Ivan Pozzoni

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Ivan Pozzoni è nato a Monza nel 1976. Ha diffuso molti articoli dedicati a filosofi italiani dell’Ottocento e del Novecento, e diversi contributi su etica e teoria del diritto del mondo antico; collabora con numerose riviste italiane e internazionali. Tra 2005 e 2026 sono uscite varie sue raccolte di versi: Underground e Riserva Indiana, con A&B Editrice, Versi IntroversiMostriGalata morenteCarmina non dant damenScarti di magazzinoQui gli austriaci sono più severi dei Borboni, Cherchez la troika e La malattia invettiva con Limina Mentis, Lame da rasoi, con Joker, Il Guastatore, con Cleup, Patroclo non deve morire, con deComporre Edizioni e Kolektivne NSEAE e Lo Stato Pontificio con Divinafollia. Tra 2008 e 2018 ha curato cinquanta volumi collettivi di materia storiografico filosofica e letteraria; tra il 2009 e il 2018 sono usciti i suoi: Il pragmatismo analitico italiano di Mario Calderoni (IF Press), L’ontologia civica di Eraclito d’Efeso(Limina Mentis), Grecità marginale e suggestioni etico/giuridiche: i Presocratici (IF Press), Libertà in frammenti. La svolta di Benedetto Croce in Etica e politica (deComporre) e Il pragmatismo analitico italiano di Giovanni Vailati(Limina Mentis). Ha scritto/curato 152 volumi, scritto 1000 saggi, fondato un movimento d’avanguardia (NeoN-avanguardismo, approvato da Zygmunt Bauman). Nel 2024 ha fondato il collettivo NSEAE (Nuova socio/etno/antropologia estetica), braccio “armato” del tardomodernismo letterario. I suoi versi/saggi sono tradotti in trenta lingue.