CON L'ANIMO CHE VINCE OGNI BATTAGLIA. ANTOLOGIA DEI MONDIALI DI CALCIO 1934 - a cura di Alessandro D'Ascanio
Una vittoria sportiva reale e il significato che il fascismo seppe attribuirle. Attraverso la stampa del 1934, Alessandro D'Ascanio ricostruisce il rapporto fra calcio, disciplina, volontà, modernità e rappresentazione politica dell'Italia.
Che il fascismo abbia usato i Mondiali del 1934 per la propria propaganda è cosa talmente nota da rischiare di non dire più nulla. Alessandro D'Ascanio, curando Con l'animo che vince ogni battaglia, sceglie una strada più interessante: prende sul serio quella propaganda abbastanza da chiedersi se, dentro le sue enfasi, non si muovesse anche una cultura realmente vissuta. È una domanda sul modo in cui un regime riconosce se stesso nello sport.
I documenti non fingono neutralità, e il curatore ha il merito di dichiararlo. Privilegia i testi nei quali l'investimento politico del fascismo emerge con maggiore evidenza: la nuova Italia, l'efficienza organizzativa, il carattere nazionale, il rapporto fra vittoria sportiva e regime. Nella successione degli articoli diventa così leggibile un linguaggio comune, che è insieme quello dell'epoca e quello di chi ha scelto le pagine.
Il corpo
viene prima
della propaganda
Prima del Mondiale c'è Roveta. Il ritiro degli azzurri concentra in poche immagini un'intera idea dell'uomo: salute, isolamento, autocontrollo. Nei pezzi di Beppe Pegolotti e Emilio De Martino la quiete della campagna convive già con un vocabolario militare, e il calciatore va temprato e sottratto alla dispersione prima ancora che gli si chieda di significare qualcosa. Il corpo viene prima della propaganda. Interessa allora meno come campione che come uomo capace di governare se stesso per appartenere a qualcosa che lo supera. La squadra offre al fascismo un'immagine quasi perfetta: l'individuo non scompare, perché senza il suo talento non si vince, ma quel talento acquista valore soltanto quando accetta una forma comune. È già, prima ancora della politica dichiarata, un'antropologia.
Ma accanto alla campagna c'è la modernità. Stadi, ferrovie, automobili, telefoni, telegrafi, radio, turismo, servizi per la stampa: l'Italia che il Mondiale mette in mostra vuole essere insieme sana e antica, veloce e organizzata. Il regime tiene insieme ruralismo e tecnologia senza avvertirne la distanza. L'efficienza diventa politica: il fascismo legge ciò che funziona nell'organizzazione del torneo come prova che il Paese è cambiato.
Con l'inizio delle partite la distinzione tra campo e tribuna si assottiglia. Luigi Freddi scrive di tattica e dell'ingresso di Benito Mussolini nella stessa cronaca, giudica i giocatori fra gli inni e le ovazioni. L'evento sportivo conserva intanto la propria autonomia: le partite restano partite, con errori, fatica e risultati incerti, e la folla reagisce a ciò che accade sul terreno di gioco. Quella stessa folla, sulle pagine dei giornali, diventa comunità nazionale raccolta attorno al capo. Il calcio rimane se stesso; la sua immagine pubblica assume anche un significato politico.
Volere diventa essere.
Il giocatore che domina
la fatica vale come
espressione di un carattere
nazionale rigenerato.
Il titolo dell'antologia fotografa il passaggio dalla tecnica alla volontà. L'«animo che vince ogni battaglia» permette di leggere sacrificio, disciplina e spirito collettivo come qualità che oltrepassano il terreno di gioco. Sul campo la volontà ha un oggetto preciso: correre ancora, arrivare fino alla fine. Trasferita alla politica diventa qualità dell'uomo nuovo. Volere diventa essere. Il giocatore che domina la fatica vale allora come espressione di un carattere nazionale rigenerato, e la vittoria sportiva si carica di un significato che eccede il piano agonistico. Nei testi più ideologizzati Franco Trandafilo fa degli atleti gli ambasciatori del Duce. La lettura politica può innestarsi su un fatto incontestabile: quella Coppa l'Italia l'ha vinta davvero.
Bruno Roghi riconosce i meriti della Spagna, altri cronisti criticano gli azzurri e ne registrano scorrettezze e insufficienze: il mestiere sopravvive dentro il giornalismo fascista. Nelle stesse pagine si vedono benissimo un linguaggio e una maniera fascista di leggere lo sport; non si vede che cosa credesse chi scriveva, e ancora meno che cosa credesse chi stava sugli spalti. Una folla che acclama appartiene alla storia; ciò che ciascuno pensa mentre acclama rimane su un piano diverso.
Alla fine il Mondiale esce dallo stadio. Con Marcello Gallian entra nelle case attraverso la radio e, poco dopo, nei banchi di scuola attraverso le letture per i ragazzi. Il risultato comincia lì una seconda vita: non più avvenimento vissuto, ma racconto che circola e si deposita nella memoria. Una vittoria non dice da sola chi siamo: dice soltanto che abbiamo vinto. È il racconto successivo a trasformarla in carattere e in destino. Il fascismo lavorò precisamente fra il fatto e il significato, finché il successo di undici calciatori poté apparire come manifestazione di una nazione intera. Gli azzurri vinsero un Mondiale; il regime fece di quella vittoria anche un racconto di sé.
– Miro Renzaglia
Scheda libro
Titolo: Con l'animo che vince ogni battaglia. Antologia dei Mondiali di Calcio del 1934
A cura di: Alessandro D'Ascanio
Editore: Solfanelli
Edizione: seconda edizione, giugno 2018
Prima edizione: giugno 2014
Pagine: 128
Prezzo: € 11,00
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