LA CULTURA SCORRETTA - un libro di Italo Inglese

LA CULTURA SCORRETTA - un libro di Italo Inglese

C'è un momento, in ogni cultura diventata egemone, in cui smette di difendere le proprie idee e comincia a difendere il proprio diritto di stabilire quali idee meritino di essere discusseLa cultura scorretta di Italo Inglese lavora esattamente su quella soglia. Il libro percorre ottant'anni di Italia repubblicana, dal 1946 al 2026, e più che chiedersi chi avesse ragione si chiede chi avesse il potere di decidere che una certa ragione fosse impresentabile. La materia del libro non è il dissenso ma la legittimità del dissenso, la linea sottile lungo la quale un autore diventa un interlocutore e un altro diventa un fastidio da delegittimare a scredito.

La vera materia del libro
non è il dissenso
ma la legittimità del dissenso

Inglese si iscrive, dichiarandolo fin dall'esergo di Gómez Dávila, in una tradizione che l'egemonia progressista ha imparato a nominare con una sola parola — reazione — per non doverla leggere. La nota introduttiva ne fissa la tesi: dopo la fine del fascismo e della guerra si afferma in Italia una cultura egualitaria, progressista, insofferente alla gerarchia e al principio d'autorità, e questa cultura si insedia dovunque si amministri legittimità, dall'università all'editoria, dalla stampa allo spettacolo. Il libro la osserva mentre lavora, e mostra che il suo strumento quasi mai è la censura — impraticabile in un Paese la cui Costituzione garantisce la libertà di parola — ma qualcosa di più efficace, il silenzio e la riprovazione, l'equazione appresa in fretta e mai più discussa fra conservazione e fascismo, fra dissenso e colpa.

Tuttavia, l'emarginazione che Inglese racconta ha un difetto di prova: presuppone degli emarginati, e molti dei suoi nomi hanno avuto tutto tranne il margine. Pasolini ha avuto i grandi editori, anche al cinema, e la prima pagina dei giornali, Gaber ha riempito i teatri, Nino Rota ha firmato le musiche che l'Italia intera fischiettava. Nessuno di loro fu espulso; furono, semmai, assorbiti, ed è l'assorbimento, più dell'esclusione, la forma più raffinata con cui un canone neutralizza ciò che lo insidia, quando non ne può scalfire la dimensione. Il sistema culturale non ha bisogno di tacere un autore: gli basta scegliere quale metà ricordarne, e la scelta, come si vedrà, cade sempre sulla metà meno scomoda.

Il sistema culturale
non ha bisogno di tacere
un autore: gli basta scegliere
quale metà ricordarne

La mappa che Inglese disegna è vasta. Ai due estremi stanno le solitudini più pure: da una parte la metafisica di Evola e di Zolla, per i quali la modernità è la vittoria del divenire sull'essere e la lenta cancellazione del sacro; dall'altra il ritiro degli scrittori appartati, Morselli e Landolfi, dove la cultura scorretta cessa di essere una posizione e diventa uno stile, la fedeltà a una forma, il rifiuto del brutto trattato come una questione d'intelligenza prima che di gusto. Fra questi poli il volume dispone tutto il resto: chi ha cercato una terza via oltre la coppia esausta di destra e sinistra, come Spirito e Tarchi; chi ha opposto all'utopia un conservatorismo del limite, da Prezzolini a Veneziani; chi ha portato il conflitto dentro la Chiesa stessa, là dove la modernità non arriva più come nemico esterno ma come lessico ormai assorbito, ormai dottrina, in Fabro e in Corti. È forse la sezione più inquieta del libro, perché rivela che la linea del fronte non separa la cultura dominante dai suoi avversari: la attraversa, e passa dentro le istituzioni che quella tradizione dovrebbero custodire.

Eppure la sezione che resta più a lungo non è la più ampia, ma la più breve: quella degli eretici interni, Pasolini, Bianciardi, Gaber. Non vengono dalla destra culturale, e proprio per questo tengono aperto il libro, gli impediscono di richiudersi nel recinto rassicurante di una famiglia politica. Nascono dentro la sinistra, le si rivoltano contro e vedono per primi ciò che il progressismo preferiva non vedere. Pasolini intuisce che il potere nuovo non ha più bisogno della camicia nera, perché entra nei corpi attraverso il consumo e trasforma in merce perfino la ribellione. Bianciardi scopre che l'integrazione culturale può essere la più elegante delle rese. Gaber smonta il noi obbligatorio, la partecipazione diventata posa. In queste pagine il libro dà il meglio di sé, e dice la sua cosa più vera: che la cultura scorretta non è una tessera ma una dimensione dello stare, il gesto di chi resta di traverso al proprio tempo anche quando quel tempo ha imparato ad applaudirlo.

Se gli autori più lontani
dal progressismo sono
rimasti fuori dal recinto,
non è stato soltanto
per l'egemonia della sinistra

Il rischio, semmai, sta nell'ampiezza stessa della formula. Chiamare cultura scorretta, sotto la stessa insegna, un metafisico della Tradizione come Evola e un eretico di sinistra come Gaber significa tenere insieme mondi lontani, spesso incompatibili per origine, lingua e destino: è una forzatura, e il libro a tratti la sente. Ma è anche la sua intuizione migliore, a patto di non scambiarla per una genealogia compatta. Lo dimostra, involontariamente, la storia politica di questi decenni. Se gli autori più lontani dal progressismo — Evola, Zolla, la Nuova Destra, i cattolici antimoderni — sono rimasti fuori dal recinto, non è stato soltanto per l'egemonia della sinistra: ci sono rimasti attraverso i lunghi anni del berlusconismo, con il suo dominio sulla televisione privata e la sua presa sul servizio pubblico. E continuano a restarci dopo quasi quattro anni di governo Meloni.

Insomma, un potere politico amico c'è stato, e non è bastato a farne un canone — segno che l'egemonia non si vince in Parlamento né si eredita con le nomine, perché è fatta di legittimazione, non di maggioranza. E quando il recinto si apre davvero, come nel caso di Buttafuoco alla Biennale, l'ingresso non produce egemonia: produce un imbarazzante caso politico. E basta. La cultura scorretta, allora, non è una scuola né un fronte. È il nome provvisorio di una dissonanza: ciò che costringe il canone a confessare che il proprio universalismo aveva un confine.

Il valore di La cultura scorretta sta nella pazienza con cui il libro ricostruisce una lunga difficoltà italiana: ammettere che esista pensiero anche fuori dal recinto di garantito, e che non tutto ciò che sta fuori sia nostalgia, provocazione o folklore ideologico. Inglese non scrive la storia dei perdenti. Scrive la storia di ciò che il canone ha dovuto tenere ai margini o ridurre all'innocuità per continuare a credersi l'unica cultura possibile: la prova, incarnata in una biblioteca di irregolari, che si poteva pensare l'Italia in un altro modo.

– Miro Renzaglia

SCHEDA LIBRO

Titolo: La cultura scorretta. Voci del dissenso nell’Italia repubblicana (1946-2026)
Autore: Italo Inglese
Editore: Solfanelli
Anno: 2026
Pagine: 236
Prezzo: € 18,00
ORDINA QUI