SE TUTTO FA... BRODO - a proposito di "I convitati di pietra" di Michele Mari, Premio Strega 2026

SE TUTTO FA... BRODO - a proposito di "I convitati di pietra" di Michele Mari, Premio Strega 2026

Ho appena finito di leggere I convitati di pietra di Michele Mari che, diciamo così, si potrebbe prendere come esempio per avviare una discussione sul senso che può avere un testo letterario. È questo un testo letterario? Parrebbe esserlo, essendo stato percepito come tale da un amplissimo stuolo di lettori entusiasti e dalla giuria di un celeberrimo Premio letterario nazionale, che lo ha proclamato vincitore. Ehhh... già. Quale Premio? Non lo sto a nominare: ho deciso di tenere un profilo basso, rispettoso e discreto; so che voi capite.

Partiamo poi dal primo impatto: la copertina (che ha sempre vita a sé dal testo, letterario o no che sia, e per di più si sa che – in genere – non è opera dell'Autore, ma sta comunque lì, davanti ai nostri occhi, come una vetrina ad attirare la nostra attenzione).

Ecco, qui la copertina è piacevole e attraente, fatto salvo il fastidio per quel... chiamiamolo «topino» o «piccolo ratto»? Sta lì, in primo piano, accanto ad un calice rovesciato, sulla sinistra di quella tavola apparecchiata per le trenta persone che saranno i protagonisti del testo. Forse – mi sono immaginata – «il ratto» è posto lì a impersonare quell'obbrobrio disgustoso; no, scusate: quella «disdicevole scelta» che è argomento principe di tutto il monotono racconto... anzi, di tutto il racconto che «in modo lineare intorno ad esso si snoda»...?

Una scommessa – in denaro –
su chi di quei trenta, tutti
ex alunni di una terza classe
di un liceo milanese,
morirà per ultimo

Ah... certo: qual è «l'obbrobrio disgustoso dell'argomento principe»? Una scommessa – in denaro – su chi di quei trenta, tutti ex alunni di una terza classe di un liceo milanese, morirà per ultimo. Dal 22 luglio 1975 costoro decidono di ritrovarsi ogni anno a cena e di versare una quota da investire, fino a costruire un capitale destinato ai tre ultimi sopravvissuti. Geniale, direte...

Come finisce non ve lo dico, perché mi son guadagnata con ostinato impegno il raggiungimento dell'ultima pagina senza – giurin giuretta – saltarne neppure una, ritornando persino, se non capivo – e capitava spesso –, a rileggerne alcune (ma guarda un po' la cocciutaggine dove mi conduce...). Quindi datevi da fare a leggere pure voi, se volete scoprirlo. Solo vi dico, tanto per mettervi sull'avviso: non esistono margini di rientro ai capoversi, per cui l'aspetto della formattazione è quello di un bel mattone rettangolare fitto fitto e compatto per ognuna delle 175 pagine.

C'è poi il risvolto di attualità legato a questa lettura: proprio questa sera, sabato 18, mi trovo ad Alassio, dove si svolge la 32ª edizione del Premio «Un Autore per l'Europa» e fra i cinque finalisti c'è proprio l'Autore del libro qui in questione (nel quale, seppur di striscio, Alassio è menzionata: vi si recava con i genitori, a pagina 59, una tal Tiziana de Cruce, parte di quel folle gruppo di allievi della III A del '75).

All'Autore, se mi sarà possibile (sempre se, a forza di scribacchiare a matita annotazioni e costernati «ma per favore...» su quasi ogni pagina, vi si potrà trovare ancora spazio), chiederò innanzitutto una dedica, che non guasta mai: pura testimonianza che lui, che ha scritto, è lì ed esiste, e io, che ho letto, son qui, e ci guardiamo: lui scrittore e io lettrice. Ed è sempre un bel momento. Dopodiché gli porrò la domanda che più mi ha tormentata in corso di lettura: «Ma a chi si è mai ispirato per ideare il personaggio di Luca Brodo

E anche, aggiungiamo pensando allo stile, occorre capire quali siano, in un testo, il senso e il ruolo della voce narrante, che qui regna sovrana, filtra, interpreta e modella la realtà del racconto. Solo esclusivamente da essa fluisce -- no, siam sinceri: non fluisce, tutt'al più fuoriesce -- insieme alla trama. Perché non dar mai voce ai suoi personaggi? Mai far sentire i loro pensieri? Nel corso di un colpo di sole, mentre leggevo sì tanto avvincente libro, mi sono persino vista i personaggi ideati dall'Autore prendere forma e vita e inseguirlo furiosamente, per costringerlo ad ascoltare la loro versione dei fatti. Via, poi mi son ripresa, e ho continuato ad annotarmi cosa vorrei stasera domandargli.

Pur volendolo, non si riesce
a credere che esistano
così tanti strampalati, insulsi,
irreali individui, tutti
allievi della stessa classe

La scelta e il tratteggio dei personaggi dovrebbero essere fra i cardini fondamentali di un testo. Qui abbiamo, giusto per partire da Luca Brodo, un onanista irrefrenabile con sbordate di ossessioni sessuali, narrate in maniera tanto miseramente scabra da non lasciare spazio neppure all'ironia. Non mancano un ludopate, una ninfomane, un manager, una docente algido-sensuale, una paziente psichiatrica, un cinefilo compulsivo. Trenta individui incredibili, nel senso che proprio non si può credere, pur volendolo, che esistano così tanti strampalati, insulsi e irreali individui, tutti allievi della stessa classe. Perché tratteggiarli in categorie tutte così truculente da debordare nel ridicolo e non dar loro spazio d'esprimersi in prima persona?

La voce narrante snocciola senza sosta lo svolgimento dei vari incontri annuali. I personaggi si informano vicendevolmente – mai in modo veritiero – delle proprie patologie. Oltre a quella scommessa fatta in giovanissima età, altri interessi non paiono avere per tutti gli anni delle loro, in alcuni casi, lunghissime vite, esposte in ogni intricato risvolto. Per non parlar poi degli intrighi di parentele, sesso, amori mancati, antiche invidie, astio sparso, follia diffusa... Un lungo testo di mera informazione, una noia estesa, disturbata dagli approfondimenti di improbabili e ingarbugliati eventi della vita di ognuno. E soprattutto: se aveva desiderio di pubblicare i risultati dei suoi studi filmografici, segnatamente sulle interpretazioni di Gene Hackman, perché ha utilizzato questo libro come pretesto e non ha dato spazio pieno a quella sua passione?

Termini desueti,
non giustificati
se non da spocchia
di presuntuoso artificio

Poi, tornando alla questione iniziale – vale a dire quale sia il senso di un testo –, la questione dello stile è determinante! Perché mai, in un racconto che – a me che spesso non comprendo – è parso di non alto livello concettuale, inserire forzatamente termini astrusi e desueti? Non li elenco soltanto perché perderebbero il senso della loro estraneità, estrapolati dal testo in cui sono stati sconsideratamente infilzati: non giustificati – questa la percezione di chi legge – se non da spocchia di presuntuoso artificio. Uno scritto fluido e omogeneo non avrebbe avuto più senso?

Non crede che se nella vita reale spesso accadono eventi che hanno dell'incredibile, in un racconto scritto tutto debba avere invece la massima credibilità? Eppure sono tutti – o quasi – dediti nel corso della propria vita a pensare, e pure a tentare di agire in tal senso, ad eliminare gli altri, per giungere ad incassare il premio finale. Quella «III A» è, o fu, un costrutto mentale fuori dal tempo e da ogni possibile realtà.

Quella III A è, o fu,
un costrutto mentale
fuori dal tempo e da ogni
possibile realtà

Gli vorrei però anche dire che l'idea dello spostamento temporale della fine della vicenda in un futuro che deve ancora venire, fino a un lontano 2050, mi è parsa ottima. Individua proprio nel 22 luglio 2026 la cinquantunesima cena di quell'inverosimile gruppo e questo, volente o no, ci avvicina alla storia narrata. No? Mah... non saprei.

A tutti voi, amici cari che mi seguite... buona lettura! E mi raccomando: fatemi sapere!

– Rosanna Romanisio Amerio

Scheda del libro

Titolo: I convitati di pietra
Autore: Michele Mari
Editore: Einaudi
Collana: Supercoralli
Direttore di collana: non indicato nei cataloghi consultati
Anno: 2025
Pagine: 168
Formato (cm): 23
Rilegatura: rilegato (copertina rigida)
ISBN: 9788806271978
Prezzo (€): 17,50
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