«IO VOGLIO». Ma sei proprio sicuro di essere tu a volere?

Da Platone a Nietzsche, la volontà cambia forma e mette in crisi l’idea di un Io sovrano. Siamo davvero noi a volere, o chiamiamo “io” il punto in cui corpo, desiderio, esperienza e divenire diventano scelta?

«IO VOGLIO». Ma sei proprio sicuro di essere tu a volere?

«Io voglio». Due parole e sembra descritta una facoltà elementare dell’uomo. C’è un io, quell’io vuole, riconosce come propria una scelta e nell’azione la mette alla prova. Tutto appare naturale perché il linguaggio ha già sistemato la faccenda prima che cominciassimo a pensarla. Ma la volontà, così come la intendiamo, non è sempre esistita. Gli antichi conoscevano desiderio, impulso, assenso, deliberazione, dominio di sé. Conoscevano anche condizioni nelle quali il volere ordinario viene meno. In Platone, nella patologia che ottunde l’intelligenza e, in tutt’altro senso, nella mania divinatoria che sospende il normale governo di sé, affiora una noluntas che non è ancora negazione della volontà, ma esperienza del non-volere o del non poter pienamente volere. Agivano, sceglievano, rispondevano delle proprie azioni. Mancava però quella facoltà sovrana che, molti secoli dopo, avrebbe preteso di raccogliere dentro un unico soggetto la complessità dell’agire. L’uomo "ha voluto" prima di possedere filosoficamente una volontà. È già abbastanza per sospettare che il nostro «io voglio» racconti meno di quanto promette.

Il passaggio decisivo avviene quando scegliere significa anche dover rispondere pienamente della scelta. Con Agostino il liberum arbitrium acquista un peso che il mondo antico non gli aveva consegnato in quella forma. Se il male appartiene all’uomo, la decisione deve essere davvero sua. La questione morale si salda a quella teologica: Dio resta buono, l’uomo diventa imputabile. Ma appena la libertà viene caricata di questo compito, comincia la ricerca di uno spazio interiore che non sia interamente assorbito da appetiti, inclinazioni, circostanze. Da qui nasce la difficoltà che ci accompagna ancora: in che senso una scelta è mia se prende forma dentro condizioni che non governo interamente? Nessun uomo sceglie nel vuoto. Tanto basta.

Con Agostino e il liberum
arbitrium
 la questione
morale si salda a quella
teologica: Dio resta buono,
l’uomo diventa imputabile.

Con Cartesio quella difficoltà trova una casa. L’Io diventa il luogo nel quale pensiero e volontà vengono riconosciuti come propri. La coscienza dice «io» e, dicendolo, firma ciò che pensa e ciò che vuole. È un gesto potente. Forse troppo. Perché da qui a immaginare un soggetto già costituito, separabile da tutto ciò che lo configura, il passo è breve. Corpo, memoria, educazione, lingua, desideri, incontri, paura, piacere, tempo: tutto questo lavora dentro ciò che chiamiamo scelta. L’Io stesso cambia mentre vive. Si riconosce nel mondo che lo modifica e modifica il mondo attraverso il proprio sguardo. Dire «io voglio» significa assumere una decisione; non significa aver spiegato come quella decisione abbia preso forma. Il soggetto cartesiano dà alla volontà un autore. Resta da capire quanto quell’autore coincida davvero con ciò che pretende di firmare.

Schopenhauer toglie la penna dalle mani dell’Io. L’individuo crede di possedere il volere, mentre la volontà di vivere lo precede e lo attraversa. Il desiderio si accende, cerca un oggetto, lo raggiunge e quasi subito ricomincia. La soddisfazione è una tregua, non una pace. Volere significa restare esposti alla mancanza; vivere significa tornare a volere. Da qui l’esito estremo: la liberazione cerca la noluntas, la negazione della volontà di vivere. La parola richiama da lontano il non-volere già incontrato in Platone, ma il significato è ormai radicalmente diverso: là indicava condizioni nelle quali il volere ordinario viene meno; qui diventa l’approdo consapevole di una filosofia che individua nella volontà stessa ciò da cui liberarsi. Il rovesciamento di Cartesio è completo. L’Io perde il comando, ma la Volontà diventa assoluto. Tolta la metafisica dal soggetto, Schopenhauer la ritrova dietro di lui, dilatata fino a coincidere con il fondo noumenico del mondo. E, dopo averle consegnato tutto, prova a salvarsi spegnendola.

Con Cartesio L’Io
diventa il luogo nel quale
pensiero e volontà vengono
riconosciuti come propri.
Schopenhauer toglie
la penna dalle mani dell’Io.

Nietzsche raccoglie la demolizione dell’Io sovrano e, però, rifiuta la via d’uscita che gli offre Schopenhauer. Qui il triangolo si chiude. La volontà di potenza non è il desiderio di comandare qualcuno, né una quantità di potere accumulata da un soggetto che decide di diventare più forte. È forza che si configura, incontra resistenza, muta forma, si supera. La vita non chiede quiete definitiva. Non promette redenzione dal volere. La noluntas viene respinta insieme all’ideale ascetico che la sostiene.E l’Io cartesiano non torna sul trono: ciò che chiamiamo soggetto appare come un equilibrio provvisorio di corpo, impulsi, interpretazioni, memoria, possibilità. Il volere non appartiene all’Io come un oggetto al proprietario. Accade dentro quella configurazione mobile che, per comodità e necessità, continuiamo a chiamare «io». Basta poco, però, perché la volontà di potenza diventi la nuova parola dell’assoluto.

Se la volontà di potenza diventa la parola capace di spiegare ogni movimento del reale, il vecchio bisogno metafisico rientra dalla finestra. Cambia il nome dell’assoluto, non la sua funzione. È qui che Heidegger legge nella volontà il compimento di una lunga vicenda occidentale: il reale viene pensato sempre più come ciò che può essere disposto, trasformato, reso disponibile. La tecnica porta questa disposizione fuori dai libri e dentro il mondo. Ma non esiste una linea ferroviaria che parta da Cartesio e arrivi inevitabilmente alla centrale nucleare, alla manipolazione genetica o all’algoritmo. Le idee non fabbricano la storia. Le cambiano il campo del possibile. E la nostra ha imparato a chiedere sempre più spesso quanto di ciò che è dato possa essere modificato dalla volontà.

Nietzsche raccoglie la
demolizione dell’Io
ma la noluntas viene
respinta insieme
all’ideale ascetico.

A questo punto il problema ritorna all’uomo, ma senza riportarlo sul piedistallo. Quanto di ciò che siamo riceviamo e quanto scegliamo? La domanda stessa rischia di essere troppo pulita. Ricevere e scegliere non stanno su due rive opposte. Un incontro modifica ciò che desideriamo; un desiderio cambia il modo in cui leggiamo un incontro; il corpo restringe alcune possibilità e ne apre altre; il caso sposta una vita; l’errore la devia; la memoria ricostruisce ciò che credevamo di essere. L’Io è più una configurazione nel divenire che una fortezza. Lì dentro convivono vincoli, caso, esperienza, possibilità. E non c'è alcun direttore d’orchestra nascosto dietro la fronte.

Eppure scegliamo. E delle scelte rispondiamo. Non serve essere padroni assoluti del proprio volere per riconoscere come propria un’azione. La responsabilità comincia proprio dove finisce l’alibi metafisico del soggetto onnipotente. «Io voglio» conserva allora tutto il suo peso, ma perde la pretesa di contenere una spiegazione dell’uomo. Dice soltanto questo: la decisione è diventata mia. Tutto ciò che mi ha reso capace di prenderla eccede quel momento. Possiamo rispondere di ciò che scegliamo senza pretendere di aver scelto tutto ciò che siamo. Il resto non ci diminuisce. Ci restituisce al corpo, al tempo, agli altri, al caso. In una parola: al mondo.

– Eraclito di Rialto