IL PENSIERO CONTRORIVOLUZIONARIO IN ITALIA - un libro di Francesco Leoni
Francesco Leoni ricostruisce la Controrivoluzione italiana. La nuova edizione le affida una seconda voce, decisa a trasformare la storia in un giudizio sulla modernità.
Il pensiero controrivoluzionario in Italia arriva in libreria con due voci separate da oltre mezzo secolo e da un'idea opposta di ciò a cui serve la storia. Francesco Leoni scrisse il saggio nel 1972, quando dedicare attenzione accademica a Joseph de Maistre, a Monaldo Leopardi e al principe di Canosasignificava sottrarli alla caricatura senza per questo accoglierne le idee. La ristampa del 2026 conserva quel testo e gli antepone la presentazione di Gianandrea de Antonellis, che guarda alla stessa materia da tutt'altra postazione: non lo studio di una cultura politica sconfitta, ma l'adozione del suo vocabolario, la difesa dei suoi presupposti e il rimprovero a un mondo liberale colpevole di non averla mai compresa fino in fondo. Il valore dell'edizione nasce da questa dissonanza, che nessuna delle due parti aveva previsto e che il lettore si trova a dover arbitrare.
L'Ottocento controrivoluzionario italiano non riuscì a generare eredi riconoscibili, mentre le famiglie liberale, democratica e socialista produssero partiti destinati a occupare stabilmente la scena nazionale: è questo il nodo intorno al quale Leoni costruisce il volume. Dietro i nuclei attivi nei vari Stati italiani — giornali, circoli, corrispondenze, associazioni locali — non esisteva una direzione politica comune, ma un «cemento ideologico» fatto di difesa della religione cattolica, di legittimità dinastica, di sovranità derivata da Dio. Una corrente senza partito: una dottrina condivisa che non trovò mai un centro capace di rappresentarla. Leoni documenta bene questa frammentazione e mostra quanto fosse difficile trasformare l'accordo sui principi in azione coordinata.
La Restaurazione reale
si rivela molto meno
restauratrice
dei suoi difensori
Il cemento aveva un nome, «trono e altare», e sotto quel nome un presupposto antropologico che nessuno degli autori considerati sentiva il bisogno di dimostrare. L'essere umano, lasciato a se stesso, appare esposto alle passioni e bisognoso di una guida che non può darsi da solo; la società precede la decisione degli individui; la sovranità non riceve legittimità dai governati. De Maistre presenta società e potere come realtà nate insieme, Monaldo scrive che l'uomo viene al mondo con il «debito della sommissione» e considera la ribellione popolare la maggiore delle calamità. Il principio omnis potestas a Deo non discute la sovranità popolare: la rende impensabile.
Da qui discende una diffidenza che percorre tutto il volume. Il popolo privo della tutela religiosa e dinastica appare come una massa esposta alla seduzione delle idee nuove, trattate come veleni capaci di corrompere l'organismo sociale. La circolazione delle opinioni va dunque sorvegliata e l'istruzione graduata secondo le condizioni sociali, perché l'avanzamento della civiltà non arrivi a incrinare le gerarchie esistenti. Una dottrina che diffida della capacità politica del popolo può mobilitarlo nelle piazze e disciplinarlo nelle parrocchie; difficilmente arriverà a riconoscerlo come soggetto deliberante.
Vale la pena chiarire dove passa la nostra distanza. Non nella fiducia ingenua nell'infallibilità del popolo, che non ci appartiene, ma nel fondamento stesso della legittimità politica. La sovranità popolare non promette la saggezza delle decisioni; stabilisce soltanto che l'ordine politico resti sottoposto al giudizio di chi deve viverci dentro, e che chi obbedisce alle leggi conservi il diritto di concorrere alla loro formazione, di contestarle, di cambiarle. La fallibilità degli uomini non giustifica un'autorità sottratta al loro controllo: semmai la rende più urgente. Senza quella possibilità l'ordine smette di essere una costruzione e diventa un paesaggio, dove ciò che si è depositato nel tempo assume l'aria della legge naturale.
Il principio
omnis potestas a Deo
non discute la sovranità
popolare: la rende impensabile
De Maistre offre alla reazione la sua architettura teorica, costruita intorno alla sovranità, alla Provvidenza, al carattere storico delle costituzioni; Monaldo ne porta all'estremo la voce polemica, con una coerenza che Leoni riconosce pur giudicandone modesta l'originalità; Canosa tenta di tradurre le idee in organizzazione e collegamento politico. Le differenze contano, e lo storico non le appiattisce. Il nervo del libro corre però altrove. L'intransigenza dà forza intellettuale alla Controrivoluzione e insieme la rende politicamente impraticabile: i suoi uomini difendono i sovrani e vengono allontanati dai sovrani, proclamano l'ordine e diventano elementi di disturbo per governi ormai avviati al compromesso. La Restaurazione reale si rivela molto meno restauratrice dei suoi difensori.
È proprio questa scoperta a incrinare l'affermazione iniziale sull'assenza di eredi. Una discendenza partitica diretta non si forma, ed è vero; il libro stesso riconosce però sopravvivenze nel cattolicesimo intransigente, nella cultura tradizionalista, in alcune componenti della destra moderata. Ciò che si spezza è la continuità organizzativa, non quella del lessico: formule e immagini dell'autorità sopravvivono ai gruppi che le avevano elaborate, monete fuori corso che qualcuno continua ad accettare.
Francesco Leoni racconta
uomini incapaci di trasformare
la fedeltà ai principi
in una presenza
storica durevole
La debolezza più profonda sta nella concezione della storia che regge l'intera costruzione. Ogni trasformazione viene misurata sulla distanza da un'origine assunta come norma, cosicché la modernità diventa una lunga caduta e il conflitto una malattia dell'ordine. Questa lettura coglie perdite reali — l'indebolimento dei legami comunitari, l'individuo esposto alla massificazione — e le coglie perché guarda indietro, verso un mondo in cui l'appartenenza occupava un posto già assegnato. Il torcicollo comincia quando il passato smette di essere interrogato e viene assunto come destinazione.La critica della modernità resta necessaria; ma una gerarchia sottratta al consenso non è una politica per il presente, è la nostalgia di un'epoca in cui la domanda non veniva posta.
La presentazione di de Antonellis porta l'opposizione fino alle sue conseguenze ultime. La Rivoluzione vi diventa una categoria che attraversa i secoli, dall'Umanesimo al transumanesimo, raccogliendo sotto il medesimo giudizio fenomeni storici incommensurabili tra loro; l'Ordine la precede come una verità, e alla Controrivoluzione spetterebbe il compito di restaurarlo. Una categoria tanto vasta acquista potenza polemica nella misura esatta in cui perde la capacità di distinguere, e finisce per somigliare a ciò che combatte: una filosofia della storia. Leoni, che non ne costruisce nessuna, racconta uomini incapaci di trasformare la fedeltà ai principi in una presenza storica durevole, e li lascia dove li ha trovati, sul lato perdente del secolo. La presentazione promette a quella dottrina una seconda vita; il saggio che la segue mostra l'unico luogo in cui ha davvero abitato: le pagine dei suoi difensori, più che le istituzioni che dicevano di voler salvare. Rileggerlo oggi serve meno a stabilire se avessero torto che a capire perché quel torto continui a sembrare, a qualcuno, una casa.
— Miro Renzaglia
Scheda Libro
Titolo: Il pensiero controrivoluzionario in Italia
Autore: Francesco Leoni
Presentazione: Gianandrea de Antonellis
Editore: Solfanelli
Anno: 2026
Pagine: 96
Prezzo: € 9,00
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