CEUTA, LA FRONTIERA CHE IL COLONIALISMO NON HA MAI CHIUSO
La pressione sull'enclave spagnola ha cause immediate e cause lunghe. Le seconde risalgono al 1415
A Ceuta migliaia di persone hanno raggiunto il territorio spagnolo senza lasciare l'Africa. Sono arrivate dal Marocco via terra e via mare, alcune a nuoto o su mezzi di fortuna, altre forzando i passaggi di confine. Le stime sull'ondata più intensa oscillano tra duemila e tremila ingressi. Nella settimana precedente ne erano già stati registrati circa millecinquecento. Almeno nove persone sono morte. Madrid ha inviato duecento agenti e sessanta militari. Le strutture di accoglienza si sono saturate rapidamente.
La crisi investe direttamente il governo di Pedro Sánchez. Madrid deve controllare gli ingressi, assistere chi è arrivato e mantenere la collaborazione con Rabat. Il Marocco sorveglia il proprio lato e continua a rivendicare Ceuta e Melilla, considerate dalla Spagna parte integrante del proprio territorio. Un cedimento improvviso dei controlli assume quindi un significato politico. Nessun elemento pubblico consente di attribuire l'ondata di questi giorni a una decisione del governo marocchino. Il precedente del 2021 impedisce però di escluderla: durante una grave tensione diplomatica con Madrid, Rabat non intervenne e migliaia di persone passarono a Ceuta. Da allora la frontiera migratoria è il luogo nel quale Marocco e Spagna misurano, senza dichiararlo, i rispettivi rapporti di forza.
La vicenda chiama in causa l'Unione europea. Ceuta e Melilla sono gli unici confini terrestri fra l'Unione e il continente africano. Ciascun ingresso riapre lo stesso conflitto tra responsabilità nazionale e solidarietà europea: la frontiera è comune quando bisogna difenderla, torna spagnola quando occorre pagarne l'accoglienza. Una politica migratoria condivisa esiste nelle dichiarazioni, non nella ripartizione degli oneri.
Ceuta e Melilla sono
considerate dalla Spagna
parte integrante
del proprio territorio
La geografia spiega la pressione. Tra la costa africana e quella europea, nello stretto di Gibilterra, ci sono poche decine di chilometri. Ceuta accorcia ulteriormente il percorso: chi raggiunge la città si trova già dentro l'Unione, prima di qualunque traversata del Mediterraneo verso la penisola iberica. La vicinanza rende il tentativo possibile. Non dice perché la destinazione si trovi proprio lì.
Le partenze nascono molto più lontano. Guerre, persecuzioni e instabilità politica producono una parte di questi movimenti. Crescita demografica, povertà, disoccupazione e forti differenze salariali ne alimentano un'altra. Le reti criminali intercettano queste pressioni e le organizzano in canali stabili. Nessun flusso ha una causa sola.
La cronaca racconta l'ultimo tratto della storia. Ceuta fu conquistata dal Portogallo nel 1415, in uno degli atti iniziali dell'espansione europea oltremare. Durante l'unione delle corone iberiche passò sotto il controllo di Madrid e non tornò al Portogallo quando questo riconquistò l'indipendenza. La pace di Lisbona del 1668 riconobbe formalmente la sovranità spagnola.
L'Unione europea chiama
comune la frontiera di Ceuta
e spagnola quando occorre
pagare l'accoglienza
Per secoli gli Stati europei hanno occupato territori africani, orientato economie, imposto amministrazioni e tracciato confini. La fine formale degli imperi non ha cancellato i rapporti costruiti in quel periodo. Ceuta ne è la prova più diretta: è una città spagnola in Africa perché l'Europa arrivò su quella costa molto prima e non l'ha più lasciata. Chi tenta il passaggio non ripercorre consapevolmente una rotta coloniale. Si muove dentro uno spazio politico ed economico che il colonialismo ha concorso a formare.
Ceuta non è soltanto il luogo di una crisi migratoria: è un pezzo di storia europea che continua a produrre effetti. Gli imperi europei hanno lasciato lingue, ferrovie, confini e Stati. Hanno lasciato anche le rotte. Molti di coloro che cercano oggi di entrare nell'Unione europea percorrono, in senso inverso, le strade che l'Europa aveva aperto quando entrava in Africa.
– Severin Azimut