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Il Messaggero da Nathan a Mussolini - Un libro di Vittorio Emiliani e Pino Coscetta

Vittorio Emiliani e Pino Coscetta raccontano il Messaggero fra battaglie civili, censura fascista e vita di redazione: la storia di un giornale dentro quella italiana.

Il Messaggero da Nathan a Mussolini - Un libro di Vittorio Emiliani e Pino Coscetta

Fra le pagine dei giornali sta il cuore di una nazione. Così, zigzagando fra articoli e prime pagine, titoli e notizie, censure, polemiche, scoop e inchieste, Il Messaggero da Nathan a Mussolini regala una vivace, puntuta e scrupolosa cronaca della prima parte della lunga vita del quotidiano romano, nato per una ristretta élite di lettori e che, al suo esordio, portava una ‘i’ nel titolo, che ne antichizzava il nome in Messaggiero.

Come una sorta di sottotraccia della storia italiana dal 1878 al 1996, gli echi di quel giornale risuonano in una narrazione incisiva e accurata dei fatti salienti di quegli anni, in cui si innestano inediti ‘amarcord’ di vita ‘da redazione’, che, se avvenuti in date come il 25 e 26 luglio, o dopo la strage di via Rasella, o ancora al momento dello ‘storico’ sciopero del 4 maggio ’44, appaiono oggi, a leggerli, carichi di un’altissima densità simbolica.

Il libro è ricco di una cinquantina di preziosissime immagini: istantanee di redattori e direttori, prime pagine «storiche», articoli censurati, persino le quattro veline del MinCulPop sul processo di Verona; e, più avanti, la prima, scarna velina sull’«incidente» di via Quattro Fontane, sulla quale il ricevente ha annotato a mano, tra parentesi, «Via Rasella»; fino agli ordini e contrordini del Ministero della Cultura Popolare, «Da Verga a Manno» (caporedattore), su come dare notizia dell’uccisione del filosofo Giovanni Gentile. Spicca inoltre lo stupendo scatto che ritrae Gigi Romersa, ultimo inviato di guerra del Messaggero durante la Repubblica di Salò, mentre batte a macchina un suo pezzo in strada, su un appoggio improvvisato.

Al suo esordio,
il quotidiano
portava una ‘i’
nel titolo,
che ne antichizzava
il nome
in Messaggiero.

A trascinarci in un tuffo a capofitto nel mare magnum delle battaglie civili e del ruolo politico che resero grande il quotidiano romano nei suoi primi 118 anni sono due ‘firme’ storiche che su quelle pagine molto han scritto: Pino Coscetta e Vittorio Emiliani.

Coscetta, autore di una trentina di titoli fra racconti, saggi, romanzi e libri di viaggio, entra al Messaggero nel ’62, a ventidue anni, con Sandrino Perrone direttore-proprietario. Fino al ’95 è caporedattore delle regioni e caporedattore centrale, quindi vi collabora come consulente editoriale fino al 2010: quasi mezzo secolo di vita nel Messaggero. Emiliani, redattore del Giorno dal 1961 al ’72, nel ’74 diventa inviato del Messaggero, che poi dirige dal 1980 all’87; con lui il quotidiano romano toccò (e spesso superò) le 300.000 copie di tiratura. Autore anch’egli di libri e saggi, nel ’94 è deputato progressista e dal 1998 al 2002 è consigliere RAI.

I due maestri di giornalismo raccontano ruolo politico, battaglie civili, scontri fra autonomia giornalistica e interferenze politico-economiche che resero grande il quotidiano fra travagliati avvicendamenti di 27 direttori e 5 principali proprietari. Leggendo, si snocciolano golosamente ricordi, testimonianze e resoconti storico-giornalistici, frutto dell’attenzione e dello scrupolo con cui gli autori scandagliano vita, morte e miracoli del quotidiano.

Ma come inizia questa storia? Eliminata già nel 1880 quella ‘i’ dal nome, il Messaggero è l’unico giornale a criticare le nobili famiglie romane divenute palazzinare, si schiera in difesa dei diritti civili e denuncia magagne politiche, fino allo scandalo della Banca Romana, quando tutti i giornali romani erano corrotti, tranne il Messaggero, che diventa, nella prima decade del ’900, il giornale di riferimento di un sindaco di alta integrità morale, Ernesto Nathan.

I romani
ne storpiarono
il nome
reputandolo
Il Menzognero.

Libertà e indipendenza traballano intorno al 1917: in piena guerra mondiale il giornale viene ceduto ai fratelli Pio e Mario Perrone dell’Ansaldo, costruttori di cannoni: mentre i Perrone entrano in campo editoriale, Mussolini promuove un primo fascismo dalle evidenti velleità politico-sociali. Il “Menzognero”, come lo chiamano i lettori, si avvia verso il ventennio: «Il giornalismo fascista è, deve essere, non può che essere, uno strumento della rivoluzione fascista» (Mussolini dixit). Il neocostituito MinCulPop, alias Ministero della Cultura Popolare, nega la libertà di stampa.

E il Messaggero? L’allora direttore Virginio Gayda lo traghetta verso una completa adesione al fascismo. Tutti d’accordo? Neanche un po’: molti redattori democratici se ne vanno; qualche tipografo talvolta riesce a sabotare ‘pezzi’ indigesti; addirittura uno dei Cattolici Comunisti riesce a far sparire una ‘V’ dalla chiusa di un fondo di Italo Calvo, trasformando un “Viva” Mussolini in “Via” Mussolini. Linotipisti, correttori e il proto di turno finiscono sotto accusa.

Colpo di scena alla caduta del Regime con le "edizioni straordinarie" del 25-26 luglio 1943: alla deposizione del duce, intellettuali e giornalisti antifascisti stampano una prima pagina straordinaria con il titolo “VIVA L’ITALIA LIBERA”, subito sequestrata; un tipografo scorge poi «un omino vestito con eleganza ricercata, che sta arrampicandosi sul bancone usando come scalini i cassetti dei caratteri e, giunto sul bancone di zinco, esorta i tipografi a fare con lui una nuova edizione straordinaria del giornale: è Leo Longanesi», che dà vita a un’edizione moderata, tutta “Badoglio capo del governo” e “Immortalità della Patria”, distribuita clandestinamente: anche quella sequestrata.

Altra chicca: la notte del 3 giugno ’44 il Messaggero è occupato dai Cattolici Comunisti che stampano il primo numero non clandestino della Voce Operaia, accolti dai componenti antifascisti del Messaggero, fra cui un autista, accanito "comunista non cattolico", che ripeteva in continuazione: «Io qua drento ve devo da fà la goccia cinese, giorno dopo giorno, lo dovete da capì tutti che significa esse comunista».

Nell’agosto del ’44 il quotidiano è costretto a sospendere le pubblicazioni; giornalisti e tipografi restano al loro posto per far uscire Il Corriere di Roma, mentre il PWB (Psychological Warfare Branch) installa in via del Tritone una stazione radio e la redazione del giornale dell’US Army Stars and Stripes e, quando il 2 settembre ’45, ultimo giorno di guerra, gli americani se ne vanno, lasciano radio e modernissime linotype al Messaggero. Ma l’incredibile è che molti anni dopo arriva in redazione un signore dai capelli bianchi che era stato il proto dei linotipisti di Stars and Stripes: «Mi mostrò — è Coscetta che racconta — una targa che aveva fatto incidere in ricordo di quella collaborazione tra i tipografi del Messaggero e le maestranze di Stars and Stripes. Gli feci consegnare la targa al proto di turno. Cinque mesi dopo, quando andai in pensione, la targa era ancora lì e ci restò per diversi anni», accanto ad un’altra targa «che durante gli anni di piombo - scrive ancora Coscetta - il direttore Vittorio Emiliani fece affiggere in ricordo del tipografo Maurizio Di Leo, assassinato per errore dai NAR il 2 settembre 1980 al posto di un collega giornalista che scriveva delle loro malefatte. Tutti ricordi “materialmente rimossi” di un Messaggero che non c’è più».


Scheda libro

Titolo: Il Messaggero da Nathan a Mussolini
Autori: Vittorio Emiliani e Pino Coscetta
Editore: Solfanelli
Anno: 2024
Pagine: 114, con illustrazioni a colori
Prezzo di copertina: 15,00 €
ISBN: 9788833055909
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