I GRECI NEL PENSIERO ITALIANO DEL NOVECENTO - Quaderno colliano n. 7
È nelle librerie un volume davvero stimolante. Si tratta del Quaderno colliano n. 7, espressione del Centro studi Giorgio Colli, intitolato I Greci nel pensiero italiano del Novecento, a cura di Rossella Attolini e Maicol Cutrì, comparso nel catalogo dell’Accademia University Press di Torino. Il testo raccoglie le relazioni del Seminario, tenutosi il 23 e il 24 novembre 2023 presso l’Ateneo del capoluogo piemontese. Attolini, nella prefazione, sostiene che lo sguardo speculativo di Colli, mirato al recupero della Sapienza originaria ellenica, era fondato sulla necessità di ripartire, in un percorso ascendente, dalla filosofia teoretica. Tale assunto ci pare esemplarmente testimoniato dalle pagine colliane de La filosofia dell’espressione. Per l’antichista torinese, precisa la curatrice, la sorgente greca è «fontana che sempre zampilla […] non completamente svuotata» (p. XII). I Greci, per Colli, sono simbolo di una ragione viva, non meramente intellettualistica, mirata a liberare gli uomini dalle esperienze illusionistiche della rappresentazione. Un sapere, quello ellenico, mistico e politico al medesimo tempo. La ragione concettuale, logo-centrica, ha, per il grande antichista, tratto distruttivo, come seppe Zenone di Elea. Gli autori di questo volume collettaneo si confrontano con le esperienze di filosofi di primo piano del Novecento italiano e con la loro esegesi di alcuni pensatori dell’Ellade.
Un sapere, quello ellenico,
mistico e politico
al medesimo tempo
Federico Goldin, in Colli e Parmenide, si sofferma sul rapporto tra immediatezza e rappresentazione; Luca Torrente, nello scritto Limitare il lógos, spiega come Colli, interprete di Teofrasto, abbia postulato una ragione altra rispetto a quella affermatasi in Occidente; Marco Calzavara, nel saggio Attualismo, eleatismo, mostra come il tentativo gentiliano, pur innovativo, sia consistito in una riscrittura della sceneggiatura parmenidea. Il filosofo attualista, pur avendo colto l’aspetto divisivo del principio d’identità, in qualche modo lo fece rientrare nel suo sistema dalla finestra. Piero Carreras, in Il lógos e il suo doppio, analizza l’estetica della teoresi in Gustavo Bontadini, mentre Achille Zarlenga, con lo scritto Giovanni Vailati e la logica di Aristotele, critica il dogmatismo insito nell’esegetica scolastica dello Stagirita e si occupa della centralità della logica delle relazioni. Beatrice Grammatica si intrattiene, di contro, sugli studi di logica antica di Calogero. Infine, Carlotta Santini attraversa le Lezioni di Storia della letteratura greca di Nietzsche.
Nello spazio di questa breve recensione entreremo nelle vive cose della relazione di Vittorio Rebora, Il sogno e la veglia. Ugo Spirito lettore della Nascita della tragedia di Nietzsche. Rebora ha contezza che l’iter intellettuale spiritiano, dopo una prima fase di influenze positiviste, si è mosso nell’alveo dell’attualismo, per giungere, infine, al problematicismo. Dirimente, al fine della comprensione delle posizioni di Spirito, è il confronto sviluppato dal filosofo toscano nell’ultima parte del volume La vita come arte, con La nascita della tragedia del teorico dell’oltreuomo. Tale confronto è posto, nel libro in questione, in sequela delle analisi dedicate alle tesi di estetica di Croce e di Gentile. La filosofia di quest’ultimo appare a Spirito mostrare il proprio limite nella trattazione dell’arte, che svela il reale volto del sistema attualista: un monismo incompiuto, non coerente fino in fondo. La ricerca gentiliana muove dall’Io trascendentale, non meramente empirico, che pensa e crea il reale ma, in forza della tendenza astrattiva, si fa, infine, dogma. Il dubbio originario dell’io di fronte al reale induce il sorgere in lui dell’antinomia del corpo, per dilatarsi, infine, nell’antinomia dell’uomo rispetto al divino. La fede in Dio è centrata sull’impossibilità di conoscerne l’essenza.
La ricerca gentiliana muove
dall’Io trascendentale,
che pensa e crea il reale ma,
in forza della tendenza
astrattiva, si fa, infine, dogma
Il tentativo di fuoriuscire dalla contraddizione di vita e pensiero è latore di dogmatiche, nelle quali ha finito per ricadere lo stesso attualismo. Mentre Gentile difende l’intelligibilità del reale attraverso «la conciliazione mediata tra pensiero e realtà», Spirito si arresta «al particolare» (p. 102). L’Io attualista, nel momento in cui tende a «realizzarsi come potenza» (p. 102), mostra il suo limite meramente gnoseologico e astratto, come intese anche l’Evola filosofo. La potenza scientifica, d’altro lato, «non riesce a varcare i limiti del finito in una natura infinita» (p. 103). Risulta allora necessario rivolgersi all’arte quale eroico tentativo di liberazione. Gentile legge l’arte all’interno dell’antinomia sogno-realtà. Essa, certo, non poteva venir ridotta al mero ex-crementum, all’oggetto prodotto, in quanto momento «dialettico in cui il motore […] del sentimento […] si esprime e diviene pensiero» (p. 104). Il contenuto della veglia nel poiein è trasfigurato nel sogno-arte. L’arte non è un prima del pensiero, secondo la lezione di Hegel, né un distinto crociano. Vivere e filosofare sono, in uno, identità e non-identità. Su tale assunto, Spirito si rivolge alla sensibilità, alla fantasia, all’intuizione, a quei casi nei quali «la coscienza non è stata mai pienamente in possesso di se stessa», come nell’ebbrezza (p. 107). Da qui l’incontro con il dionisiaco di Nietzsche, che squarcia il principium individuationis. Il dionisiaco, al pari dell’arte, rafforza il nostro consenso alla vita, avvicina l’uomo ai suoi simili e alla physis. L’artista è, per Spirito, opera d’arte vivente. Con Pindaro, il pensatore toscano è consapevole che l’uomo è “sogno di un’ombra”; con Leopardi ha contezza che le cose non sono mai quello che dicono di essere, in quanto abitate dal negativo.
L’apollineo è esperito quale sogno illusorio, in quanto la «coscienza continua a dire “io” ma sa che non possiamo conferirle una maggiore consistenza ontologica» (p. 109). I tentativi di Vico e di Kant, mirati a conferire all’arte la medesima universalità del filosofare, erano, a dire di Spirito, naufragati. Alle spalle di tali vie sopravviveva il primato dell’uomo teoretico, che vive di distinzioni: essere/nulla, fenomeno/noumeno. La creazione artistica, per il pensatore transattualista, conosce anche la delusione e può quindi essere intesa quale via alla liberazione, senza coincidere con la liberazione stessa, in quanto non consegue la definitiva autocoscienza. Tesi ribadita, nel 1963, in Critica dell’estetica. Nietzsche e la Grecia dionisiaca, per Rebora, indussero Spirito a cogliere la problematicità della stessa arte, a tentare di “rettificare” Gentile. La singolarità spiritiana, di fatto, trova il proprio compimento nella dimensione sociale-comunitaria, viva in interiore homine. Ciò spiega, in uno, la sua adesione critica al fascismo e, successivamente, al comunismo.
La singolarità spiritiana,
trova il proprio compimento
nella dimensione
sociale-comunitaria,
viva in interiore homine
I Greci nel pensiero italiano del Novecento è libro dal quale si evincono la stringente attualità della filosofia di Colli e la straordinaria rilevanza della tradizione speculativa nazionale. Il volume mostra come la sapienza greca, lungi dall’essere puro reperto filologico, resti una forza capace di interrogare il pensiero italiano del Novecento nei suoi passaggi più ardui: la ragione, il lógos, l’arte, la rappresentazione, la vita.
— Giovanni Sessa
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Scheda libro
Titolo: I Greci nel pensiero italiano del NovecentoAutore: AA.VV.
Curatori: Rossella Attolini e Maicol Cutrì
Editore: Accademia University Press
Anno: 2024
Pagine: 167
Prezzo: € 16,00
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