I COLLOQUI DI MUSSOLINI CON BRAND E ZARATHUSTRA - un libro di Donatello D'Orazio
Mussolini entra nel libro già separato dalla propria immagine pubblica. Il 25 luglio, l’arresto, Ponza, la roba da carcerato, il volume di Ibsen finito tra le sue cose al posto dello specchio: Donatello D’Orazio colloca il personaggio in una scena piccola, quasi spoglia, dove il potere ha perso corpo e resta soltanto come memoria verbale. Il dittatore non comanda più. Legge. Sottolinea. Annota. La sua voce, abituata alla piazza, viene compressa nel margine di una pagina. La retorica pubblica si ritira in una forma privata, più fragile, più esposta.
La letteratura diventa strumento di riconoscimento. Ibsen e Nietzsche non servono a decorare il racconto con due grandi nomi. Servono a dare al caduto una lingua con cui interpretarsi. Il passaggio da Ibsen a Nietzsche ha un peso scenico preciso: il 29 luglio, giorno del suo compleanno, Mussolini riceve da Hitler l’opera omnia nietzscheana, come se l’alleato lontano gli spedisse non un messaggio politico, ma il vocabolario della propria ultima interpretazione. Zarathustra entra da lì: gli offre ancora il lessico dell’altezza, della volontà, della montagna, del superamento. Brand gli consegna una materia più severa: la coerenza che si irrigidisce, il dovere che divora gli affetti, l’opera che esige tutto da chi l’ha voluta. Il libro procede così per riflessi successivi. Ogni frase letta apre una zona di memoria. Ogni memoria cerca una giustificazione. Ogni giustificazione lascia intravedere la ferita.
La voce, abituata
alla piazza, viene
compressa nel margine
di una pagina
Zarathustra appartiene alla stagione dell’ascesa. Dentro quella voce Mussolini può ancora raccontarsi come uomo della trasformazione: prendere un popolo percepito come stanco, piccolo, incerto, e forzarlo verso una figura più alta di sé. L’amore politico, quando pretende di educare un popolo contro la sua stessa misura, inclina verso la coercizione. La pagina segue il movimento mentale del personaggio: il capo dice di aver voluto una nazione più degna, più forte, più capace di destino. La forma stessa del discorso mostra quanto quella pretesa abbia avuto bisogno di violenza, pressione, comando.
La caduta altera il timbro della parola. Il Mussolini che commenta Nietzsche conserva formule alte, immagini dure, memoria di folle e di canti; dentro quella voce, però, si deposita un suono nuovo. Le frasi cercano appoggi. La certezzaha bisogno di essere ribadita. La volontà, privata della scena, si scopre dipendente dallo sguardo degli altri: fedeltà, abbandono, gratitudine, tradimento. Il personaggio continua a parlare con il lessico del comando, mentre il testo lo costringe a mostrarsi nella condizione di chi deve spiegare la propria rovina.
Brand, il pastore di Ibsen, porta con sé un’altra disciplina: il tutto, la richiesta assoluta, il rifiuto della mezza misura. La sua fede non consola; stringe. Pretende una tenuta che consuma la comunità, la madre, la moglie, il figlio, e infine il corpo stesso di chi la pronuncia. Mussolini riconosce in Brand una somiglianza più cupa di quella trovata in Zarathustra. Nell’uno vede la spinta a creare; nell’altro il prezzo della creazione quando l’opera diventa più esigente della vita. La montagna cambia luce: da luogo dell’annuncio diventa luogo della valanga.
Il mito può rendere
più leggibile una rovina,
ma può anche alleggerire
il carico storico delle
decisioni che l’hanno prodotta
La questione della responsabilità attraversa il testo come un attrito continuo. Mussolini chiama in causa i tiepidi, i piccoli, gli intellettuali, i fedeli diventati infedeli, il popolo che ha cantato e poi ha smesso di cantare. La pagina registra questa difesa, ma la espone anche nella sua nudità. L’uomo sconfitto cerca una forma della sconfitta che non lo consegni alla caricatura. La tragedia gli consente ancora una postura. Il ridicolo sarebbe più devastante della morte, perché ridurrebbe l’intera avventura a sproporzione grottesca tra parola e risultato. D’Orazio lavora proprio in questo spazio: sottrae il personaggio al verbale storico e lo consegna a una scena interiore.
Il fascismo appare come mondo perduto, comunità dispersa, bandiera ammainata. La sconfitta viene sollevata verso il mito, e in questa elevazione la scrittura trova insieme la sua forza e il suo rischio. La forza sta nel mostrare un capo ridotto ai margini, obbligato a misurarsi con parole che non sono più sue. Il rischio sta nella nobiltà attribuita alla caduta: il mito può rendere più leggibile una rovina, ma può anche alleggerire il carico storico delle decisioni che l’hanno prodotta.
Agnese, Rebecca ed Euridice portano nel libro la figura dell’accompagnamento estremo. Il femminile non entra come parentesi sentimentale. Entra come ultimo varco, come presenza accanto al corpo quando la grande scena politica si è spenta. La salita finale non appartiene più al capo davanti alla folla. Appartiene a un uomo che cerca una figura con cui chiudere il proprio racconto. Rosmer e Rebecca, tenendosi insieme verso il loro destino, offrono l’immagine di una sorte condivisa. Mussolini vi cerca il proprio sigillo: una fine che abbia forma, composizione, leggibilità.
Resta il bisogno di dare
stile alla sconfitta. Resta,
sotto ogni trasfigurazione
letteraria, il peso della storia
La prosa di D’Orazio procede per frammenti. La sua invenzione più efficace consiste nel far parlare Mussolini attraverso frasi altrui. Il dittatore prende in prestito parole che lo precedono e lo eccedono. Dentro quel prestito appare il suo limite. La letteratura diventa una camera di risonanza dove la storia viene deformata, certo, ma anche resa più visibile nelle sue ossessioni.
Rimane un uomo davanti ai margini bianchi. Aveva parlato agli altri per anni; ora ascolta. Aveva costruito se stesso nella folla; ora cerca il proprio volto in una pagina. D’Orazio risponde con il mito alla domanda lasciata aperta dalla caduta: che cosa resta di un capo quando il mondo che lo reggeva si ritira? Resta una voce che tenta di trasformare la fine in destino. Resta il bisogno di dare stile alla sconfitta. Resta, sotto ogni trasfigurazione letteraria, il peso della storia.
— Laura Forte
Scheda libro
Titolo: I colloqui di Mussolini con Brand e Zarathustra
Autore: Donatello D’Orazio
Presentazione alla seconda edizione: Renato Besana
Presentazione alla prima edizione: Mario Vecchioni
Editore: Solfanelli
Collana: il Calamo e la Ferula
Anno: 2014
Pagine: 96
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