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Futuro antico. Visioni archeofuturiste nel cinema - Un libro di Francesco Boco

Il cinema rinnova i miti e mette alla prova il rapporto fra tecnica e tradizione. Resta da capire quando le immagini sostengano un’idea e quando vengano arruolate per confermarla.

Futuro antico di Francesco Boco: libro in tre quarti, proiettore cinematografico e volto classico sullo schermo

Francesco Boco chiede alla tradizione se abbia ancora la forza di produrre un futuro. È la domanda che attraversa Futuro antico. Visioni archeofuturiste nel cinema (Inquadrature Perfette), e riguarda anche chi si sente assai poco disposto a venerare il passato. Il terreno d’indagine è il cinema, macchina industriale capace di rimettere in circolo il mito.

Si presta all’impresa per una ragione precisa: è un prodotto dell’industria, eppure lavora su quanto nell’uomo continua a eccedere il calcolo del mero reale. Boco insiste sul raccoglimento della sala e sull’esperienza fisica di un’immagine che ci tocca prima di essere spiegata. La tecnica rende possibile quella partecipazione e la moltiplica per milioni di spettatori. Antico e moderno si congiungono così già nel mezzo: per quanto sofisticato sia il procedimento, qualcuno sta ancora raccontando una storia a qualcun altro, esponendolo a emozioni che possono modificare il suo modo di stare al mondo.

La capacità di agire cresce dentro i condizionamenti, insieme alla conoscenza dei propri limiti e di ciò che il corpo ha subito e imparato.

L’archeofuturismo, che Boco riprende da Guillaume Faye, orienta questa potenza verso l’incontro fra innovazione tecnica e valori arcaici. La tradizione perde così l’alibi della propria intoccabilità. Nel Titus di Julie Taymor le armature antiche e le uniformi moderne appartengono alla stessa visione: l’antico può ancora generare proprio perché viene sottratto alla ricostruzione devota. Occorre però dimostrare che la vitalità di questi simboli confermi le «verità ancestrali» sulle quali l’autore propone di innestare la tecnica. Un simbolo può durare perché continua a essere reinventato, e la sua forza creativa resta distinta dall’autorità di una verità che pretenderebbe di precederci e di prescriverci il futuro.

Il regista, osserva Boco, lavora con un linguaggio che ha ereditato anche quando vuole ribellarsi alla cultura da cui proviene. Riconoscere Prometeo dentro Elysium è una lettura sostenuta dal racconto, anche senza supporre un riferimento consapevole a quel mito. In Fury Road le donne prendono il potere e distribuiscono l’acqua alla popolazione. Max se ne va, e Boco immagina che lo faccia perché teme che chi ora governa finisca per sprecarla. Il distacco del personaggio non basta però a motivare questo timore.

A Boco interessa soprattutto ciò che l’esperienza del cinema può fare dell’uomo. Le figure eroiche vengono lette come possibilità di formazione: l’errore ripetuto di Edge of Tomorrow diventa la condizione di un apprendimento che prepara a scegliere. La lettura di Dark City irrigidisce il discorso sulla formazione: l’autore cerca un «nucleo indistruttibile della propria personalità» sul quale fondare l’individuo assoluto. Nel Macbeth legge la perdita della famiglia di Macduff come approdo a una «virilità assoluta», sciolta dai legami affettivi. Eppure è il dolore per quei legami spezzati ad alimentare la vendetta: perdere gli affetti non equivale a essersene liberati. La capacità di agire cresce dentro i condizionamenti, insieme alla conoscenza dei propri limiti e di ciò che il corpo ha subito e imparato.

Una forma può continuare a produrre esperienza anche quando resiste al progetto di chi vorrebbe arruolarla.

Per Boco una comunità si riconosce anche nei racconti che la mettono in movimento, e il cinema può contribuire a risvegliare un’identità europea che egli considera indebolita. La scelta politica è dichiarata e consente un confronto leale. Alle opere andrebbe però concessa la stessa libertà che l’autore ha riconosciuto loro davanti alle intenzioni dei registi, perché la riuscita di un film non si misura soltanto dalla sua utilizzabilità politica. Una forma può continuare a produrre esperienza anche quando resiste al progetto di chi vorrebbe arruolarla.

Futuro antico prende sul serio ciò che il cinema popolare mette in gioco e lo sottrae al consumo distratto, come al disprezzo di chi lo considera culturalmente irrilevante. In alcune pagine, le sue letture mostrano la persistenza e la trasformazione dei miti nelle immagini. Quando però vengono chiamate a convalidare una filosofia dell’uomo o un progetto politico, il passaggio richiede un’argomentazione ulteriore. I richiami mitici, da soli, non la forniscono.


SCHEDA LIBRO

Copertina originale di Futuro antico di Francesco Boco
foto-sinistra: Copertina originale del libro

Titolo: Futuro antico. Visioni archeofuturiste nel cinema
Autore: Francesco Boco
Editore: Inquadrature Perfette
Collana: Prospettive
Anno: 2026
Pagine: 110
Prezzo: € 15,00
ISBN: 9791281913110
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