EVOLA PRIMA DI EVOLA - un libro di Pietro Missiaggia
Pietro Missiaggia riporta Julius Evola alla stagione che le letture successive hanno più spesso tenuto in ombra. Lascia sullo sfondo il maestro della Tradizione, l’autore di Rivolta contro il mondo moderno, il riferimento di una destra che spesso lo ha letto per frammenti e per devozione. Va più indietro. Torna all’Evola che attraversa il Dadaismo, l’idealismo magico, la furia anti-cristiana, l’urto di Nietzsche, la ferita di Michelstaedter, fino a costruire la figura dell’Individuo Assoluto. Il titolo, Evola prima di Evola, designa proprio questa zona di passaggio.
La prefazione di Stefano Vaj non introduce soltanto il libro: ne chiarisce il bersaglio polemico. La domanda «Evola era davvero evoliano?» serve a separare l’autore dall’immagine che egli stesso contribuì a fissare retrospettivamente nel Cammino del cinabro.
Evola
era davvero
evoliano?
Il passaggio dal Dadaismo alla filosofia è il primo nodo forte del saggio. L’Evola artista non viene trattato come una parentesi eccentrica. In Arte astratta, nella Parola oscura del paesaggio interiore, nel carteggio con Tristan Tzara, l’arte viene spinta fino al proprio punto di dissoluzione. La negazione delle forme, la ricerca di una parola sottratta al senso comune, l’“iperbole” come linea che tende oltre sé stessa: tutto converge verso un’idea di liberazione dell’Io. Evola leggerà il proprio congedo dal Dadaismo come un “suicidio metafisico”, il superamento dell’artista dentro una più ambiziosa teoria della potenza creatrice. Ma il passaggio va lasciato aperto, non sigillato. Nulla obbliga l’artista a morire perché emerga il teorico della potenza. Proprio Nietzsche, presenza decisiva in questa traiettoria, riconosce nella creazione artistica una delle forme più alte del dare stile, del creare valori, dell’affermare la vita. In Evola, invece, l’uscita dall’arte porta già con sé un’ambivalenza: la potenza guadagna astrazione, ma rischia di perdere contatto con quella pienezza creatrice che nell’artista resta ancora corpo, forma, esposizione.
Su questa soglia prende piede l’Idealismo magico. Evola assume fino in fondo la lezione dell’idealismo moderno, ma ne contesta l’arresto sul piano della conoscenza: ricondurre il mondo al soggetto non basta, se quel soggetto non diventa atto, volontà, potenza creatrice. Il mondo come rappresentazione gli appare ancora insufficiente. La posta si alza: il mondo deve diventare posizione, creazione dell’Io. L’incontro con Giovanni Gentile si consuma precisamente su questo terreno. Evola non ignora la forza attiva dell’attualismo, né il suo tentativo di tradursi in storia e politica; gli rimprovera piuttosto di fermarsi, sul piano filosofico, a un atto del pensiero che non diventa ancora potenza assoluta dell’Io. L’Idealismo magico spinge questa obiezione fino al limite: il soggetto non deve soltanto pensare il reale, ma affermarsi come volontà capace di sottrarsi al dato e di assumerlo entro la propria potenza. È il punto in cui il giovane Evola alza la posta — e prepara anche il proprio azzardo metafisico.
Il centro nervoso del libro passa da Carlo Michelstaedter. Non una fonte laterale, ma il pensatore attraverso cui Evola riconosce la frattura decisiva fra vita delegata e vita posseduta. La coppia persuasione/rettorica entra così nella costruzione evoliana. Rettorica è affidarsi ad altro: ideali, morali, consolazioni, promesse che sottraggono l’individuo al rischio di esistere in proprio. Persuasione è bastare a sé stessi, senza chiedere garanzie né rinviare la pienezza della vita a un dopo. Su questa diagnosi Evola vede giusto. Più discutibile è l’esito che ne trae. In Michelstaedter la persuasione resta presenza piena a sé, forza raccolta nell’atto del vivere. Evola la proietta invece verso l’Individuo Assoluto: trasforma la presenza michelstaedteriana in una metafisica dell’Io. Il distacco è legittimo; resta il dubbio che, nel compierlo, abbandoni proprio il nucleo più radicale del goriziano.
Evola alza la posta
e prepara il proprio
azzardo metafisico
L’Individuo Assoluto occupa la parte più ampia e più impegnativa dell’analisi. La ricognizione passa attraverso i Saggi sull’idealismo magico, Teoria dell’Individuo Assoluto, Fenomenologia dell’Individuo Assoluto, L’individuo e il divenire del mondo, fino a L’uomo come potenza. Il percorso viene ricostruito come una progressiva sottrazione di appoggi. Prima cade la spontaneità, cioè l’immersione ingenua nel mondo; poi entra in crisi la personalità ancora attraversata dal bisogno di forme, leggi, certezze. La parola chiave è potenza. La verità stessa, in questo dispositivo, perde il carattere di misura indipendente e viene riletta come intensità di affermazione. Evola arriva a condensare il passaggio in una formula estrema: «l’errore è una verità debole, la verità un errore intenso e potente». Il saggio la assume perché sa che lì si concentra il carattere irriducibile del giovane Evola. Qui, però, si apre una riserva più radicale. L’Individuo Assoluto poggia sull’assolutizzazione dell’Io, elevato a principio originario di potenza. Ma proprio l’io è quanto di meno esclusivo si possa immaginare: un luogo comune, da Cristo all’idiota tutti si proclamano io. E sotto quella formula universale non si lascia intravedere alcun centro sovrano, bensì un punto locale e instabile di raccolta ed elaborazione di dati corporei, pulsionali, percettivi, ambientali; una sintesi provvisoria, esposta a ciò che riceve e mai pienamente padrona dei materiali che attraversa. Evola trasforma in fondamento metafisico ciò che potrebbe essere soltanto una funzione labile e derivata. L’assoluto, allora, viene edificato su un centro che assoluto non è.
Il richiamo a Dioniso e, più avanti, l’approdo al Tantra mostrano come questa metafisica dell’Io cerchi conferme sempre più dense sul terreno dell’esperienza iniziatica. Nel dionisiaco Evola legge l’urto contro il senza-fondo da trasformare in signoria; nella disciplina tantrica trova una pratica di intensificazione, dominio, trasmutazione. Missiaggia ricostruisce bene questo passaggio, decisivo per comprendere il raccordo fra il giovane teorico dell’Individuo Assoluto e l’Evola successivo. Proprio qui, però, la tensione si incrina: quanto più Evola tenta di sottrarre l’Io alla palude dell’informe e di elevarlo fino a principio metafisico, tanto più l’impresa sembra gravare su un centro la cui consistenza resta indimostrata. L’architettura cresce; il fondamento vacilla.
Quanto più tenta
di sottrarre l’Io alla palude
dell’informe, tanto più
l’impresa sembra gravare
su un centro la cui consistenza
resta indimostrata
La sezione finale, dedicata al rapporto con la tecnica e con alcune linee del transumanesimo contemporaneo, è la più audace. Vengono chiamati in causa Arnold Gehlen, Riccardo Campa e lo stesso Vaj per chiedersi che cosa possa dire oggi l’Individuo Assoluto davanti alla trasformazione tecnica dell’umano. L’accostamento ha interesse: Evola, letto a partire dalla potenza e non dalla nostalgia del passato, diventa un interlocutore inatteso della rivoluzione antropologica in corso. L’uomo non si conserva semplicemente; si espone alla propria metamorfosi. Evola non coincide con il transumanesimo, e il transumanesimo non prolunga docilmente l’idealismo magico. L’analogia regge sul terreno del superamento dell’uomo dato, della critica alla passività, della volontà di non subire la tecnica come destino estraneo. Ma proprio questo accostamento produce, quasi per effetto collaterale, un chiarimento ulteriore: lascia affiorare l’inclinazione metafisica di un transumanesimo che, nel tentativo di oltrepassare la fragilità umana, finisce spesso per voler eternizzare l’umano, sottraendolo al limite e alla morte. Oltre questa soglia, le differenze tornano a pesare. Il testo le registra, anche se talvolta la suggestione del ponte teorico lo spinge a forzare la continuità.
La postfazione di Francesco Ingravalle riporta il discorso al nodo del soggetto assoluto. Il passaggio dal cogito ergo sum cartesiano al sum ergo cogito ribadisce che, nel giovane Evola, il pensiero non fonda l’essere: è l’Io, nella sua priorità e nella sua potenza, a rendere possibile anche il pensiero. Ma il rovesciamento conserva la richiesta cartesiana di un centro fondativo. Il problema non è soltanto decidere se venga prima il pensiero o l’essere, ma stabilire se quell’Io possieda davvero la consistenza che Evola gli attribuisce. Il sum ergo cogito sposta l’asse del problema, senza dissolverlo.
Missiaggia riapre un Evola che la vulgata politica e quella tradizionalista avevano in parte coperto, ancora esposto ai passaggi in cui prenderanno forma le costruzioni successive. Ma proprio qui affiora la sua incrinatura più seria. La potenza nasce come liberazione dalla dipendenza, ma finisce per chiedere all’Io ciò che l’Io non può dare: consistenza originaria, autonomia assoluta, forza di fondazione. Quanto più questo centro appare labile, esposto, attraversato da ciò che riceve, tanto più Evola lo irrigidisce in sovranità metafisica. La disciplina di sottrazione, il controllo, la diffidenza verso abbandono, mescolanza ed esposizione sembrano allora il prezzo necessario per tenere in piedi un principio che vacilla già alla radice. L’Individuo Assoluto promette emancipazione; rischia di diventare il monumento eretto sopra l’inconsistenza dell’Io.
— Miro Renzaglia
Scheda Libro
Titolo: Evola prima di Evola. Dal Dadaismo all’Individuo Assoluto
Autore: Pietro Missiaggia
Prefazione: Stefano Vaj
Postfazione: Francesco Ingravalle
Editore: Tipheret
Collana: Gimel
Anno: 2026
Pagine: 172
Prezzo: euro 19,00
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