COS'È UN UOMO - un libro di Mark Twain
La prima immagine che mi si compone nella testa, subito dopo aver letto Cos’è un uomo di Mark Twain, che la casa editrice Mattioli propone insieme a tanti altri scritti minori del grande umorista americano, è quella dei quadri di Goya e di quella che, con ogni probabilità, fu la sua anima inquieta: il lato solare, positivo e l’ombra scura, notturna, ricolma di fantasmi, incubi, pessimismo.
Questa dualità è nota a tutti. Da un lato esiste il pittore di corte, pronto a ritrarre nobili e borghesi facoltosi in piena luce, sorridenti, rilassati, eleganti e tronfi della loro condizione privilegiata. Dall’altro, l’artista, preda dei suoi incubi, con pennellate nervose, cupe, deformanti e modernissime, che contraddicono il classicismo dei dipinti diurni, mette su tela il suo animo più tormentato e oscuro. Così è Mark Twain, che tutti conoscono come il più grande umorista statunitense, ironico, divertente e per nulla problematico, tanto che, ingiustamente, gli è stata affibbiata l’etichetta di scrittore per ragazzi.
In Mark Twain si possono
riconoscere due diverse
posture dell’animo.
Da un lato c’è la comicità
solare, dall’altro una visione
del mondo nichilista
La realtà è che, come in Goya, si possono riconoscere in lui due diverse posture dell’animo. Da un lato c’è la comicità solare, che ha già in sé, però, delle sfumature d’ombra, dei romanzi più noti che lo hanno reso famoso, come Le avventure di Tom Sawyer, Le avventure di Huckleberry Finn, Un americano alla corte di re Artù. Dall’altro c’è il sarcasmo notturno, evoluzione marcita e caustica dell’ironia, dei testi minori, scritti in età avanzata, in cui affiora una visione del mondo sempre più pessimista e nichilista.
Basti pensare, a proposito del greve sarcasmo, all’Autobiografia del cavallo di Buffalo Bill, in cui, invertendo i ruoli, è un animale a raccontare chi sia in verità quell’uomo che lo cavalca, prototipo della razza umana che ne esce fatta a pezzi dalle sagge parole della bestia. Oppure, se si vuole indagare sul pessimismo fatalista del Twain più cupo, basta andare a Il misterioso straniero e a Lettere dalla Terra che, insieme a Cos’è un uomo, costituiscono la trilogia del disperante umor nero.
Cos’è un uomo è un dialogo in cui un giovane idealista interroga e cerca di replicare alle considerazioni di un vecchio disilluso, incupito e pessimista che gli racconta appunto che cosa sia in realtà un uomo. L’uomo è soltanto una macchina. «Tutto ciò che un uomo è, lo è a causa della sua fabbricazione, diciamo così, cioè dipende da come è stato fatto, a causa delle influenze esercitate sul suo processo di fabbricazione dal suo patrimonio ereditario, dal suo ambiente e dalle sue relazioni. Egli è mosso, diretto, COMANDATO, da influenze esterne – esclusivamente da influenze esterne. Egli non dà origine a nulla, non produce nulla, nemmeno un pensiero».
La verità è che a condurre
la nostra azione è sempre
e comunque il nostro
temperamento
Così il vecchio esordisce di fronte allo stupefatto e indignato giovane idealista. Una macchina che risponde unicamente a impulsi esterni, guidata da un motore centrale che il nostro Io (qualunque cosa significhi) non può in nessun modo dominare, ma dal quale è comandato. Questo motore, che un Dio, crudele prima, indifferente poi, ci ha messo nel corpo, ha un nome e Twain lo chiama tempra o temperamento.
Ognuno di noi nasce con un suo specifico temperamento che, per quanto faccia, non può modificare. È ad esso soggetto, per cui se uno nasce con un animo iroso non si potrà sottrarre all’ira anche se si sforzerà, con l’educazione, di mitigarne l’impatto, nel tentativo di non nuocere troppo al consorzio umano. La verità ultima è che a condurre la nostra azione è sempre e comunque il soddisfacimento del nostro padrone: il temperamento. «[…] in primo luogo, debba essere ammansito e accontentato il Padrone che è dentro di te, e che, quindi, tu non farai nulla di prima mano se non per amor suo».
È in questo egoismo, assurto a riferimento ultimo e unico, che si percepiscono echi di Stirner e di quell’evoluzionismo deterministico che stava prendendo il sopravvento su tutto il resto. Ogni azione, anche la più nobile, viene ricondotta a questo principio che ci rende schiavi della tempra. «L’impulso a soddisfare il proprio spirito… la necessità di soddisfare il proprio spirito e guadagnarsi l’approvazione di sé». E ancora: «Dalla culla fino alla tomba l’uomo non fa mai una sola cosa che non abbia AL PRIMO E UNICO POSTO un solo scopo – assicurare a sé stesso la pace della mente e il conforto e la tranquillità spirituale».
Anche il più grande dei filantropi agisce per scopi egoistici, solo che il panorama in cui si muove il suo temperamento gli impone, per il suo solo soddisfacimento, di fare il bene, così come il ladro ruba per soddisfare l’anelito profondo della sua tempra. Se da un atto puramente egoistico, a cascata, sgorga un beneficio per gli altri, è solo per un riflesso involontario. È la caratteristica prima dell’imprenditore che agisce per il suo stesso interesse, per dare vita alle sue idee e, nel fare questo, coinvolge tanti soggetti diversi, procurando loro un lavoro e un obiettivo. Ma il suo scopo è quello di soddisfare il suo temperamento, non certo quello di fare beneficenza.
Sparisce da questo panorama ogni riferimento etico. Il Bene e il Male nell’uomo non hanno senso se a guidare il suo comportamento è un meccanismo governato da sue leggi proprie, indotte a nostra insaputa da un Demiurgo che Cioran descrisse correttamente come funesto: leggi a noi inaccessibili, che non possono essere deformate, né emendate, né edulcorate, né cambiate. Ne consegue che anche il concetto di Libero Arbitrio se ne va a quel paese. Semplicemente non esiste se non nelle vuote parole di chi ci vuole convincere del contrario.
Il concetto
di Libero Arbitrio
se ne va a quel paese
Anzi c’è di più. Scrive Twain: «Il fatto che l’uomo sappia distinguere tra il bene e il male dimostra solo la sua superiorità intellettuale rispetto alle altre creature; ma il fatto che egli sia in grado di compiere il male dimostra la sua inferiorità morale rispetto a qualsiasi altra creatura che non sia in grado di fare quella distinzione».
Insomma, la macchina umana non ha un orizzonte etico, semmai meccanico e, se ce l’ha, è eticamente inferiore al resto del creato. Che noi non contiamo nulla è testimoniato dal fatto che ogni nostra azione è il riflesso condizionato da stimoli esterni cui la tempra reagisce assecondando il proprio essere. Noi, al massimo, siamo spettatori inani di questo agire. Siamo delle marionette gestite dalla tempra sollecitata da stimoli esterni.
Neanche il gesto artistico è visto come un’opera originale dell’uomo. La differenza che c’è tra noi e Shakespeare? Noi siamo delle macchine da cucire, capaci solo di fare gli orli, mentre Shakespeare è un telaio capace di tessere tappeti policromi. La differenza sta nella tempra che ci è stata consegnata alla nascita e su cui noi non possiamo agire, che intercetta degli stimoli esterni e produce.
«Shakespeare non era una macchina da cucire, come lo siamo tu e io; lui era un telaio per arazzi gobelin. I fili e i colori gli arrivavano dentro dall’esterno; le influenze esterne, i suggerimenti, le esperienze, […] formarono degli schemi, dei modelli, nella sua mente e misero in moto il suo complesso e straordinario macchinario, ed esso in modo automatico produsse quello splendido tessuto figurato che ancora sbalordisce il mondo».
L’educazione serve
solo a costringerci
in una gabbia
Così non c’è nulla di cui inorgoglirci per quello che facciamo, visto che non siamo noi a farlo, ma un organo interno e autonomo che a noi non risponde. Così di nulla dobbiamo dispiacerci se compiamo atti malvagi, perché anche qui siamo necessitati dal volere del temperamento in cerca del suo soddisfacimento.
Certo conta anche l’educazione, ci avverte Twain, ma solo come rivestimento per edulcorare una realtà che sfugge a qualsiasi insegnamento. L’educazione serve solo a costringerci in una gabbia anch’essa imposta, per nuocere il meno possibile in una società che si è data delle regole e nulla più.
Resta dunque una sensazione che può essere interpretata come una visione di cupo pessimismo, ma, se è vero l’adagio che afferma che «un pessimista è un ottimista ben informato», allora possiamo dire che Mark Twain fu un irriducibile ottimista!
– Mario Grossi
Scheda libro
Autore: Mark Twain
Titolo: Cos’è un uomo
A cura di: Livio Crescenzi
Editore: Mattioli 1885
Collana: Experience Light
Anno: 2020
Pagine: 116
ISBN: 9788862617246
Prezzo di copertina: € 10,00
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