Contro tutti i governi tecnici - Note di un populista
Due episodi, dalla metropolitana di Milano alla Garbatella, per denunciare l'inefficienza della tecnica senza una visione politica.
Provo uno scarsissimo interesse e una grande noia per la nuova legge elettorale (io sono sempre stato per il proporzionale puro e per le preferenze libere, visto che invocare l’Imperatore è ritenuto sconveniente) che ha impestato tutti i media con un profluvio di interventi.
Tra tutti, quello che mi ha disgustato di più è un articolo in cui si presentava la «discesa in campo» di «Più uno», la formazione centrista che ha come punte di diamante Ruffini, l’ex direttore dell’Agenzia delle Entrate, per alcuni l’Angelo sterminatore di tutti gli evasori, vindice alleato dei tartassati, per altri un Satana pronto a strizzare l’ultima stilla di sangue dalle esangui anime dei dannati già prosciugate, e Gabrielli, ex capo del Dipartimento della protezione civile, per alcuni (sempre gli stessi) l’Angelo custode degli Italiani, vigile su tutti i disastri climatici del Bel Paese, e per altri (sempre gli stessi) un parvenu che approfitta delle sciagure italiche per piazzare le sue terga sempre meglio sui solenni scranni dei potenti.
Visto che la nuova legge elettorale prevede un cospicuo premio di maggioranza, sembrerebbe che i due ex, sempre pronti al riciclo, puntino a un pareggio incapacitante per gli schieramenti opposti, per accedere alle leve del comando formando un governo tecnico.
Io sono contro tutti i governi tecnici del passato, del presente e del futuro perché sono inconsistenti e fallimentari. Per esemplificare il mio disprezzo nei confronti di questa ipotesi voglio, da buon populista, raccontare due piccoli episodi che mi sono capitati nel passato e che mi hanno fatto riflettere sulla mia convinzione. Talvolta i pregiudizi individuali e i luoghi comuni si condensano assumendo valore generale.
1. Prendete la metropolitana di Milano alla fermata Assago Forum e capirete perché qualsiasi governo tecnico fallirà.
Alla fermata Assago Forum della metropolitana di Milano mi dirigo alla biglietteria automatica per comprare il biglietto. La biglietteria è un cubo, posto al centro di un crocevia di sottopassi, e fa bella mostra di sé con tutte le sue luci sfavillanti. Con uno schermo touch screen, selezionare la lingua preferita e percorrere la strada verso l’acquisto è un gioco da ragazzi, facile anche per un analfabeta informatico come me. Il prezzo per sole due fermate mi sembra esoso, ma il servizio è impeccabile e abbozzo. Mi avvicino ai tornelli dell’ingresso e infilo il biglietto nell’obliteratrice (uso a bella posta questo nome orribile ed infame che sottolinea, lo leggerete tra poco, la situazione grottesca in cui mi sono infilato).
Il biglietto viene respinto e i tornelli non si aprono. Sul display compare una scritta che dice testualmente: «Biglietto troppo lungo». Riprovo, ma il biglietto mi viene risputato con la stessa scritta: «Biglietto troppo lungo». Non posso entrare, mi spazientisco. Gli altri passeggeri, provvisti tutti di abbonamento, entrano e sfilano via disinteressati.
Quando sono deciso a uscire e a prendere un taxi, vedo che nel gabbiotto al di là delle sbarre c’è un movimento che si condensa in un inserviente che si avvicina. «Scusi – gli faccio – non riesco a entrare, la macchina mi dice che il biglietto è troppo lungo». Da lontano mi replica: «Lo deve tagliare». Allibito rispondo: «Come tagliare?». «Sì, lo deve tagliare. Me lo dia, ci penso io». Rientra nel gabbiotto ed esce nuovamente con un paio di forbici in mano. Si avvicina e rifila, con un’abile sforbiciata, uno dei lati corti del biglietto.
«Provi adesso». Provo e il biglietto magicamente viene risucchiato per spuntare nell’altra feritoia più avanti, e il tornello d’incanto si apre. Esterrefatto ringrazio e me ne vado a prendere la mia metropolitana. Se non ci credete, andate a provare (magari nel frattempo hanno sistemato il baco). Ma è tutto vero.
La profonda conoscenza
tecnica del progettista
della biglietteria
e quella del progettista
abbinate senza coordinazione
generano un sistema
totalmente inefficace.
Questa è la prima dimostrazione empirica che ogni governo tecnico fallirà. I tecnici spesso e volentieri sono dei cialtroni. S’innamorano del loro ristretto ambito, generano un gergo e delle competenze che sono assolutamente autoreferenziali. Non dialogano con nessuno, nemmeno con i tecnici che possiedono altre competenze. Come nel caso citato, i tecnici che hanno progettato la biglietteria automatica non si sono preoccupati di verificare che il biglietto sia delle misure giuste per dialogare con il tornello. Così la profonda conoscenza tecnica del progettista della biglietteria e quella del progettista del tornello, perfette in sé, generano un sistema totalmente inefficace se non fosse per la cortesia del bigliettaio che taglia con le forbici il biglietto (come sempre è la solidarietà tra perdenti che fa la differenza).
Certo qualcuno dirà che è mancato un coordinamento che mettesse insieme le due competenze, ma quel coordinamento tecnico è mancato e la tecnica è risultata inane. Ha fallito. Potrei dire, da buon populista, che magari non sono state le competenze tecniche a mancare, ma che un tecnico, foraggiato da qualcuno, e un altro, foraggiato da qualcun altro, si sono preoccupati più delle loro tasche e dei loro progetti individuali che del beneficio complessivo, che poi è la possibilità di facilitare la vita al fruitore. Quello che rilevo è l’inefficienza dei tecnici, qualunque ne sia l’origine.
Guardare quindi a un governo tecnico come a un salvatore della Patria solo perché tecnico (o considerato tale) lo trovo una solenne bischerata. Da tutto ciò si può dedurre una considerazione degna del signor De La Palisse: non esistono governi di tecnici, semmai esiste un governo di questi tecnici che possono essere tranquillamente sostituiti con altri, da altri designati, ugualmente titolati, senza che questo sposti la situazione di base. Nel corso degli anni abbiamo assistito al costante balletto di liste di tecnici alternativi da parte di fantomatici «governi ombra» che testimoniano quello che dico.
Nella realtà, dunque, non esistono tecnici che non siano politicizzati, almeno quelli che occupano certe posizioni di rilievo. Oltre alle loro, non sempre indiscusse, capacità intellettuali, hanno forti sponsor alle spalle che ne dirigono poi gli orientamenti, alla faccia della loro presunta neutralità. E questo è uno dei motivi della loro inanità.
2. Unitevi alle visite guidate del quartiere romano della Garbatella e capirete perché qualsiasi governo tecnico fallirà.
Ho partecipato anni fa a una visita guidata del quartiere romano della Garbatella che mi ha permesso di ricordare molte cose. Il quartiere, o meglio la borgata, Garbatella, nata da un progetto del 1910, fu realizzata nel suo primo piccolo nucleo nel 1920 e poi trovò sviluppo completo tra il 1925 e il 1930.
Passeggiando per il quartiere si scoprono la disposizione dei lotti, costruiti per gli operai della nascente area industriale della sottostante Via Ostiense, e l’idea, fortemente voluta dall’Istituto delle Case Popolari, di costruirli come case giardino, con verde privato adibito a orto per gli occupanti e verde pubblico per la socializzazione. Il Teatro Palladio e i Bagni Pubblici, che si affacciano sulla Piazza Romano, furono edificati, il primo per creare uno spazio ricreativo e culturale, il secondo per permettere agli abitanti un benessere igienico che gli angusti gabinetti delle case non permettevano pienamente.
Girando in tondo si passa per l’ex Villa Rosselli, che lo stesso Istituto trasformò nella «Casa dei bimbi», un asilo nido per i giovanissimi, così come fu pensata la scuola elementare che sorge a fianco della chiesa parrocchiale, ultimo edificio pubblico che chiude l’edificazione del quartiere. Si attraversa la zona degli alberghi che furono progettati per ospitare i baraccati delle zone limitrofe e che ospitarono anche coloro che avevano perso la casa in attesa di ricollocamento e che furono poi trasformati.
L’albergo bianco in maternità, per ospitare le madri nell’ultima attesa del parto e i neonati nel nido (in cui trovarono la morte 50 bambini nel bombardamento americano del 7 marzo 1944). L’albergo rosso in scuola elementare, prima di quella più grande e spaziosa costruita nel 1930, e che costituisce lo studiatissimo primo esempio di architettura razionalista. Si sfiora poi la zona degli sbaraccati, costruita nel 1925 per dare ricovero dignitoso a 500 famiglie senza tetto.
Infine s’intravede il lotto 24, detto sperimentale, edificato nel 1930 per un concorso internazionale sulla casa più vivibile che l’I.C.P. vinse, dimostrando al mondo intero che si potevano edificare, al prezzo di 8.000 lire/vano, case popolari salubri e confortevoli. Nel giro di non più di cinque anni un’idea prese corpo nella sua totalità. Case, giardini, spazi pubblici, luoghi di divertimento, presidi igienici, scuole, una chiesa e 14 palazzine sperimentali del lotto 24, testimonianza di un desiderio di bene comune che si spinge nel futuro, teso a migliorare ciò che di buono già si è fatto.
Qualsiasi governo
tecnico taglia i servizi
sociali e chiede
sacrifici con nuove
tasse in nome di
fumose formule
alchemiche.
Il tutto restituisce l’immagine di un progetto che non fallisce se c’è perizia tecnica, ma questa deve dispiegarsi in politiche che durino e soprattutto deve esistere un’idea forte che la conduca. Solo un panorama politico e non tecnico può permettere a un uomo di diventare statista, colui cioè che realizza al di là del suo effimero tempo, senza pensare al ristretto tornaconto del momento.
Qualsiasi governo tecnico fallirà perché il suo panorama temporale è ristretto, la sua idea di governo è asfittica, i suoi passi sono mossi da una gretta mentalità ragionieristica, non ha dimensione politica, gli manca l’afflato della grande idea che se ne frega del conto della serva. Non potrà garantire alle persone che popolano questa terra né un presente, travolto dalla necessità (vera?) del momento, né un futuro perché il suo modo di intendere il governare è solo una squallida replica di quello che si usa fare nei consigli di amministrazione.
Ridurre i costi per massimizzare i profitti. Massimizzarli per gli azionisti che dalla macelleria sociale traggono il sangue nuovo per il loro portafoglio e se ne fregano di salvare i cittadini che, non potendone più, sono chiamati ancora una volta a rivoltare le loro tasche consunte. Qualsiasi governo tecnico solitamente taglia i servizi sociali (li razionalizza!), chiede sacrifici con nuove tasse (ti vampirizza fingendosi riformatore) in nome di fumose formule alchemiche come, ad esempio, «costruire un nuovo patto generazionale tra padri e figli».
Il passato governo Monti, da me soprannominato «la dittatura dei Professori», con l’allarme spread (l’equivalente di «Al lupo! Al lupo» de I tre porcellini) e la Fornero, pronta alla macellazione di tutti i giovani choosy (schizzinosi), ne sono un esempio didascalico.
Ma i padri e i figli poveri già hanno stretto un forte patto di solidarietà tra loro. Una solidarietà tra perdenti che si aiutano col poco che hanno, il tanto vituperato «familismo», in cui nonni volenterosi, genitori preoccupati e figli consapevoli si danno man forte.
I padri e i figli ricchi sono da sempre vincolati da un mafioso patto scellerato che perpetua all’infinito il loro privilegio e impedisce qualsiasi ascensore sociale, mandando a puttane scuole, autorità scolastica, merito. Tanto c’è sempre un Liceo Massimo pronto ad accogliere i loro figli annoiati e ottusi per strappare un diploma immeritato. Tanto poi ci pensa papà!
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