Conservazione della specie - Empatia ontologica e cosmogonie minime come strategia di salvezza nelle poesie di Baldo Meo
La poesia di Baldo Meo è un patto di cura con la natura: la salvezza prende forma nei gesti minimi, tra fragilità, pazienza e fiducia.
Conservazione della specie, una raccolta poetica di Baldo Meo, si presenta come un’opera che pacatamente si interroga su una possibile salvezza per l’uomo in una poetica ipotesi di «conservazione»; vi si annuncia un intento di preziosa custodia, un’alleanza con la terra, con l’altro da sé e con sé stessi.
Tale difesa si struttura come un’azione svolta con discreta fermezza, in un certo senso dalle retrovie del vivere. Ne sarebbero un emblema i versi incipitari del libro:
Per lunghi anni ho guardato fuori dalla finestra
appena sveglio la mattina -
più per abitudine, per una forma di saluto,
per prepararmi al clima.
Nel verbo iniziale verrebbe da leggere, con una mantica paronomasica, un «guadato» che renderebbe il moto lento, passo passo, di chi scruta l’orizzonte affidando a una visione periscopica un pro-getto di contatto con il mondo. Tra il poeta e le cose si instaura un montaliano «patto di fedeltà» fino quasi a uno scioglimento metamorfico nell’anima degli oggetti e della natura, fino alla rinuncia al mentale per farsi solo creatura biologica persino inanimata.
Avrei voluto essere
come un tronco, un torrente, una spiga -
qualcosa di vivo, ma non pensante.
Una «cositudine» calda e nitidissima, più eucologica che elencativa, rasserena il dolore sotterraneo e assume le forme di un appaiarsi delle cose del mondo in dialogo con la natura e tra loro, fino a un radicarsi che è poi farsi radice consapevole.
Una fusionalità (quasi un’ef-fusionalità) diffusa avvolge umani ed elementi della terra, botanici, ornitologici e persino entomologici, a creare un cerchio di consistenza ontologica che rappresenta forse l’unica garanzia di presenza.
Perché qui si combatte anche il demone sottile dell’assenza, quella umana che addolora sotto pelle e a cui si lanciano inudibili appelli: al contempo si subisce la sottile latitanza del mondo, quella solitudine segreta che sembra immedicabile.
Il tema della consolazione come umano terreno di sopravvivenza, il grado minimo delle illusioni, circolano con una freschezza aurorale che trasforma e distilla in essenzialità lirica lo slancio da Puer insito nell’uomo.
Giacché la pacificazione dei mondi è affidata alla gentilezza e al candore di un gesto che rifonda il mondo in empatia ontologica, riscrivendo un nuovo vocabolario della serenità, un catalogo poetico della cura di sé, della guarigione dai tormenti del vivere.
La pacificazione dei mondi è affidata alla gentilezza e al candore di un gesto che rifonda il mondo in empatia ontologica.
La poesia si fa custode del bene, del re-sistere, con la tenacia disarmata di una amorosa fiducia che si fa strada oltre le disillusioni, garantendo un’integrità dell’essere come piccola bandiera di conquiste provvisorie da rinnovare con parole che al lettore arrivano con la grazia di un abbraccio dell’anima.
La naturalezza con cui piante e oggetti rivelano una fisiologia pensante si estende a ogni elemento vitale conferendo una pacatezza che esercita benefici influssi sul poeta ma anche sul lettore, coinvolgendolo in una sorta di micro-safari visivo dagli effetti confortanti e di espansione d’anima. Così infatti scrive:
Oggi mi fermo
in questa mente occasionale-
l’acqua sta per bollire,
due orchidee riposano
davanti alla finestra.
E, ancora, l’aporia gnoseologica del poeta che professa una parola non veritativa, «privo di parole che aprono porte», ce lo rende struggente fratello di quel Montale «nestoriano smarrito» che non possiede «una parola che mondi possa aprirti». All’opposto di tanti roboanti proclami contemporanei, il dichiararsi «sulla strada di un Damasco inferiore» ci suona un commovente proclama di una vulnerabilità interiore che insieme è dimidiata istanza di ricerca per quella razza di autentici «che è rimasta a terra».
Il lavoro ontologico è volto a conseguire un’armonia faticosa da conquistare per l’umana fragilità, per «una mente frantumata», ma risulta ancor più nobile perché così cristallinamente autentica, persino eroica nel cercare di comporre i tasselli di un mosaico scomposto: un caos doloroso in cui «l’ordine dei dadi più non torna» (ancora con Montale) ma il poeta nondimeno formula l’operoso auspicio di sentirsi ungarettianamente «una docile fibra dell’universo».
La visione in Meo si fa risanamento del mondo, con quella speciale «anthoscopia» di cui è detentore, se mi si permette un neologismo ellenico in cui, in modo ineffabile, il guardare include già in sé affettuosa sollecitudine.
Un termine, significativamente, ricorre più di una volta, la «pazienza» come un nucleo di ethos interiore e mi pare che possa essere interpretabile in senso più ampio rispetto al suo significato denotativo (tendente al passivo) per andare a connotare - anche grazie alla radice etimologica greca - quel sentire ardente e attivo, anzi la stessa intensificazione percettiva che troviamo proprio nel pathos; questa singolare clemenza in Baldo Meo è spesso carsica e si muove nel profondo, prendendo le distanze da sensibilità esibite in modo muscolare e compiaciuto.
Questa singolare clemenza in Baldo Meo è spesso carsica e si muove nel profondo, prendendo le distanze da sensibilità esibite in modo muscolare e compiaciuto.
Anche il termine «cura» o altri affini alla «quiete», quando non alla «gentilezza», si rivelano modalità di essere con sé stessi e con il mondo; si configurano quindi come un comporre i conflitti (anche interiori) e trovare pace nella sostanza tangibile di un «ordine» primigenio a fronte del «disordine dell’esperienza».
Un ritrovare le radici anche in modalità botanomorfica: «sono stato felice di essere a terra- / piantato come un albero» o in contemplazione entomofila: «nel guanciale dove riposi/ la bellezza di un insetto», che si spinge fino a un vero e toccante evangelismo zoologico:
Come per mio padre
ho fatto a una cicala
una bara di foglie.
La morte e la vita sono viste come parti di un tutto, secondo una concezione anche paleoantropologica che il poeta declina con particolare grazia, con un’essenzialità direi noumenica del tutto scevra di qualsiasi naïveté:
Tutto sommato non è triste
un cimitero all’aperto
pieno di aquiloni.
Bambini in fila tornano da scuola
ai due cigli della strada.
I campi sono gonfi di granturco.
I bambini sono come grano in crescita su un humus cimiteriale che in realtà è linfa di vita in un continuum di sapore eracliteo.
E un simbolo per tutti, «la lucertola al sole», suprema pacificazione, emblema epifanico di una dimidiata salvezza da angelo minore, assai differente da quella offerta da numi olimpici «pieni di gloria» ma dalla dottrinalità a volte supponente: perché è proprio nella e della natura il miracolo di un divino che sia minimo e massimo al contempo.
E, a suggello di valore testimoniale, la più grande «conservazione» sta forse proprio nella cosmogonia minima di quelle uova di lucertola nella cui schiusa - propiziata da Apollo Elio - leggere il segno messianico di una nascita fiduciosa del divenire.
SCHEDA LIBRO

Titolo: Conservazione della specie
Autore: Baldo Meo
Editore: Stampa 2009
Collana: la Collana (n. 50)
Anno: 2017
Pagine: 72
Prezzo: 11,00 €
ISBN: 9788883360503
Prefazione: Maurizio Cucchi
Postfazione: Roberto Deidier
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