BAROQUISMES - un libro di Federico Croci

BAROQUISMES - un libro di Federico Croci

Federico Croci è studioso di filosofia. Ha all’attivo una serie di saggi e monografie di carattere teoretico. È da poco nelle librerie, per i tipi di InSchibboleth, nella collana diretta da Massimo Donà, Facezie, Arguzie, Minuzie, la sua prima raccolta poetica intitolata, significativamente, Baroquismes. La silloge trascrive, a parere di chi scrive, una profonda esperienza di pensiero-poetante: la versificazione di Croci mostra, da un lato, chiara maturità espressiva e, dall’altro, possiede stigma speculativo, è densa di contenuti, di riferimenti eruditi, non fini a se stessi, ma mirati, per dirla con Elémire Zolla, a porre «in evidenza verità segrete», il non-detto della vita. L’autore ha contezza, innanzitutto, che il lógos, lasciato a se stesso, è destinato al naufragio, non è in grado di dire la doppiezza, l’ambiguità dionisiaca della vita e del mondo, in cui tutto è coinvolto. Rinvia, implicitamente, alla necessità di addivenire a una «diversa» ragione, alla ragione poetica, della quale disse esemplarmente Gaetano Chiavacci, sodale di Carlo Michelstaedter e, successivamente, di Giovanni Gentile. Una «ragione» centrata su un approccio sinestetico alla realtà. Baroquismes è componimento poetico scandito in due parti, Caprices e Shayōzuku, di complessivi ottantotto Canti, aperto dal breve e denso saggio, Teatro di pose.

La silloge trascrive una
profonda esperienza
di pensiero-poetante

Croci ha consapevolezza che autentico poietes è chi sia in grado: «di dare senso al caos che lo circonda, richiamando quel timbro dell’apertura, del grido, dello squarcio, ma, pure, dell’attesa ansiosa, che risuona, pre-potente, nell’originale greco esiodeo (Xáos)» (p. 9). Poetiamo e filo-sofiamo sospinti da thauma, meraviglia e terrore in uno. Di fronte al Sacer il poeta si serve delle parole cantate da chi lo ha preceduto lungo il medesimo iter. Poesia è: «ri-scrittura inesausta […] occasione in cui si dà senso al mondo […] riconfermandone la radicale contingenza» (p. 10), la poesia, pertanto, è ermeneutica della singolarità. Solo nell’unicità del vivente si cela l’universale, cui tutti noi aspiriamo. Per questo, l’essenza ultima della poesia di Croci è: «una barocca efflorescenza di parole è […] Una mescita panica di emulsioni carnali e spirituali» (p. 10). Custodisce e ritualizza, tradendoli, i lacerti di scrittura che gli sono pervenuti dal passato, da un da sempre, da un medesimo che, emianamente, si dà e fa di se stesso «fiamma» nella dimensione del tempo. La poesia, in questi versi, è Chimera e Fenice, che perpetuamente risorge dalle proprie ceneri. Il barocchismo dell’autore è trascrizione del vago, dell’invisibile, della caducità delle forme, degli «atti» aristotelici, della contingenza di tutto ciò che è esposto all’origine, libertà-possibilità-potenza. Per tale ragione è capace di tenere assieme: «l’eccesso dionisiaco del contenuto, maschera dell’instabilità dell’agorico, e la razionalità apollinea dello stile» (p. 13), di cui disse Benn.

Il barocchismo dell’autore
è trascrizione del vago,
dell’invisibile, della caducità
delle forme

È poesia ritmica, che ritorna, in modalità spiraliforme, sempre su se stessa, al fine di dire la nostra esposizione al doppio, all’essere e al nulla. Nei giardini del Seicento, tale condizione era allusa dal gioco delle acque delle fontane, negli interni delle ville del periodo, dagli specchi che rifrangevano immagini metamorfiche, sempre all’opera. La poesia di Croci, sintonica a tale intuizione, gioca con le parole per giungere al Silenzio in cui esse sono custodite. È azione di scorticamento del dire, realizzata attraverso la sua progressiva riduzione all’essenziale, nel quale: «immagine e suono regrediscono verso l’originaria unità» (p. 15): possibilità estrema che incontra il dissolvimento del Dire stesso. Lo testimonia l’incipit della raccolta: «Con efferata ferocia/ precipita/ il sodo screzio dei nomi loquaci. Redimimi/ dalla tossica albagia dei dotti/ fittile specola di arroganze vane» (p. 17). Croci si espone oltre il lógos, sbrogliando: «un letargo di miti/ a flotti ne suggo il succo e le fibre/ ocarina decrepita/ in un’epoca di strepiti amorfi» (p. 21). Un recupero del mito e della fantasia quali terminī ad quem del lógos, atto a sottrarsi alla: «monotonia dell’essere, che incalza,/ risospinge il goduto/ […] nell’eremo dell’inconfessato» (p. 23). Il vibrare dell’origine, del Silenzio: «è nel battito dell’eterno presente/ che al corpo si dispiega,/ […] l’armonia di un cantico,/ inappellabile/ (rivela) l’insensatezza del cogito» (p. 27).

La natura dis-vela al poeta il cuore delle cose, il medesimo che ci abita: «Il frusciare del fogliame,/ taciturno testimone del tramonto./ Il dileguare del ricordo,/ riflesso ruinoso,/ infido amante./ sepolcro di enigmi» (p. 33). Croci mette in scena la sintonia tra interiorità ed esteriorità, memore dell’ora panica di D’Annunzio, fedele alla «verità» del kairos, dell’occasione propizia al Risveglio ermetico: «Repentino trasale/ dispare vapora un diluvio ridente/ radente si piega su sapidi schianti/ nubilosi effluvi di tremolanti temenze» (p. 88). Il pensiero-poetante è vibratile, musicale, polifonico, sinestetico e dissonante, conduce alla soglia del tempo, è vertigine numinosa: «onde che trasmutano in cristalli/ schiume del tempo che s’infrange come/ brocche» (p. 95). La poesia è favilla irradiante che fa fiamma delle immagini, atta, nella sua ludica spensieratezza, a trafiggere: «La nuda carne del segno. /Grido immoto, senza voce,/ […] laudativa cromatica vibrazione» (p. 105), espressione di nostalgia nomadica: «Solitario vate è la nostalgia/ che diguazza in velature d’afrori» (p. 119), nel paesaggio mediterraneo, in particolare della Sicilia che Croci canta, a più riprese, nella silloge.

monotonia dell’essere, che incalza,
risospinge il goduto
nell’eremo dell’inconfessato

In esso si stagliano: «Cromature d’enigmi accordi/ partiture d’afflati uranici/ e lieve, (poesia) le sfaldi […] austera psicosi di polifonie ermetiche» (p. 121). Con Andrea Emo, il poeta sa che: «L’arte è il canto della diversità dell’assoluto» (p. 125), per questo è atta a salvare soltanto chi alla salvezza abbia rinunciato. Il tragitto segnato da questa silloge muove da Madre Terra verso il Cielo, ma si badi!, è la Terra stessa che custodisce l’uranico e il poetare lo dis-vela agli uomini: «M’acconcio/ poeta del cielo e della terra/ […] aduso a disseccati scenari/ sfocati velari di liquefatte cenise» (p. 136). Il poetare estasia, ma subito illanguidisce in breve torno di tempo. Le poesie, al pari degli steli delle piante nei campi: «cantano e cullano/ la polvere e l’ombra/ […] memorie perdute di passi/ vaporose iniziazioni/ latenti sepali di un materialismo estatico» (p. 143). Baroquismes è raccolta poetica nella quale un aspetto di rilievo è concesso al lógos physikós tematizzato da Karl Löwith, oltre i dualismi imposti dal pensiero logo-centrico.

— Giovanni Sessa

Titolo: Baroquismes
Autore: Federico Croci
Editore: InSchibboleth
Collana: Facezie, arguzie e minuzie
Direzione di collana: Massimo Donà
Anno: 2026
Formato: 15 x 15 cm
Pagine: 164
Prezzo: €16,00
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