RITORNARE A EPICURO. Per farla finita con la metafisica

RITORNARE A EPICURO. Per farla finita con la metafisica

Ritornare a Epicuro significa togliere alla morte ogni scenografia ultraterrena e riportarla alla sua evidenza più fredda:quando il vivente si dissolve, non resta un io chiamato ad abitare un aldilà. Il destino post mortem non nasce, nella Grecia arcaica, come problema del nulla. In Omero il morto non scompare nell’annientamento assoluto. Finisce nell’Ade, dove permane come ombra, residuo, presenza diminuita. La vita perde la propria pienezza corporea, ma non cade ancora nel non-essere. Proprio questa sopravvivenza impoverita rende l’Ade omerico più duro di molte immagini successive dell’aldilà: non promette compimento, non offre salvezza, non restituisce al morto la forza del vivente.

L’Ade conserva una traccia dell’uomo, e quella traccia coincide con una perdita. Prefigura già la metafisica, perché immagina una forma di vita oltre la vita. Resta però lontano dal tribunale morale che verrà dopo: il suo centro non è il giudizio, ma la diminuzione. Nei poemi omerici essere vivi significa stare nella luce e nella possibilità dell’azione. Il dialogo fra Ulisse e Achille, nel libro XI dell’Odissea, fissa il punto con una precisione che nessuna teoria può sostituire: Achille, onorato fra i morti, preferirebbe servire sulla terra un uomo povero piuttosto che regnare su tutte le ombre. Una vita ridotta a ombra può risultare più intollerabile della fine, perché conserva abbastanza identità da rendere percepibile la perdita e troppo poca vita per riscattarla.

In Omero il morto non scompare
nell’annientamento assoluto.
Finisce nell’Ade, dove permane
come ombra, residuo,
presenza diminuita

Con Parmenide il problema cambia piano. Il nulla viene escluso dalla possibilità stessa del pensiero. L’essere è; il non-essere non è. Se il nulla è davvero nulla, non può essere pensato né detto, perché nominarlo significa già trattarlo come qualcosa. Il post mortem non viene pensato come destino dell’uomo: la morte rientra nel mondo apparente del divenire, mentre la verità appartiene all’Essere, che non nasce, non muore e non cade mai nel nulla. Parmenide non offre una risposta alla morte; fonda la grande interdizione ontologica del nulla e consegna alla filosofia occidentale il primato dell’Essere immobile sul divenire.

Da quel gesto nasce una diffidenza lunga verso il mondo sensibile. La nascita, la morte e la trasformazione diventano zone sospette, perché sembrano contraddire la compattezza dell’Essere. Il mondo visto, toccato e patito nella carne perde autorità davanti alla necessità del pensiero. La metafisica guadagna rigore, ma lo guadagna al prezzo di una frattura: la vita concreta viene giudicata da un principio che pretende di stare più in alto della vita.

Con Parmenide il post mortem
non viene pensato come destino
dell’uomo: la morte rientra
nel mondo apparente del divenire

Con Platone questa frattura assume la sua costruzione più potente. La morte diventa separazione dell’anima dal corpo. Nel Fedone, nel Gorgia e nella Repubblica, soprattutto attraverso il mito di Er, l’anima non si dissolve con l’organismo, ma prosegue il proprio cammino in una scena ordinata secondo giudizio e purificazione. Il nulla viene escluso in modo diverso da Parmenide: non per sola impossibilità logica, ma perché ciò che conta davvero nell’uomo viene sottratto alla dissoluzione del corpo. Il post mortem diventa così questione morale e metafisica, passaggio verso una verità più alta della vita corporea.

La difficoltà riguarda l’intera pretesa della metafisica contro il sensibile. Ogni filosofia che svaluta il mondo dei sensideve spiegare perché la propria svalutazione non sia essa stessa un prodotto della vita sensibile. La voce, la scrittura, la memoria, il ragionamento e il tempo appartengono alla vita incarnata. Se il sensibile è soltanto inganno, anche il cammino che conduce alla sua negazione resta esposto allo stesso inganno. Se invece il sensibile è abbastanza affidabile da aprire la via alla verità, allora non può essere liquidato come apparenza senza valore.

Con Platone il post mortem
diventa questione morale
e metafisica, passaggio
verso una verità più alta
della vita corporea

La linea atomistica di Democrito aveva già spostato il pensiero verso una fisica dei corpi e del vuotoEpicuro eredita quel gesto e lo porta sul terreno decisivo della morte. È con lui che il nulla diventa destino post mortem e necessità naturale: non come luogo da abitare dopo la vita, ma come dissoluzione inevitabile del soggetto senziente. Dove Platone salva l’anima dal corpo e la consegna a un destino ulteriore, Epicuro riconduce l’anima alla natura corporea del vivente. L’anima non è una sostanza separata e immortale, ma una realtà corporea dell’organismo; quando l’organismo si scioglie, viene meno anche ciò che sente, ricorda, teme e spera.

La morte, in questa prospettiva, non è un’esperienza del morto, perché nel punto in cui la morte è, il morto non è più soggetto di esperienza. Il destino post mortem non coincide con l’Ade, poiché non rimane un’ombra da collocare fra le ombre. Epicuro non entra nella logica parmenidea del non-essere: la sposta sul piano della fisica. Nulla nasce dal nulla e nulla torna al nulla in senso assoluto, perché restano gli atomi e il vuoto; a finire è la forma vivente, cioè quel composto di corpo e anima che rende possibile percepire, ricordare, temere e dire “io”. Non coincide con l’aldilà platonico, poiché non sopravvive un’anima chiamata a essere giudicata. È la fine della percezione del mondo e di sé stessi.

Questa posizione non impoverisce la vita. La libera dalla minaccia dell’aldilà e dalle sue promesse alienanti. Se dopo la morte non resta un soggetto, allora la vita non deve rispondere a un aldilà. Deve trovare in se stessa la propria misura. La morte non è un incidente esterno, né una porta verso un’altra scena. È il senso unico della vita, il limite che le dà forma. Proprio perché finisce, la vita va pensata nella sua pienezza corporea e nella sua durata irripetibile.

Epicuro riconduce l’anima
alla natura corporea del vivente
e la libera dalla minaccia dell’aldilà
e dalle sue promesse alienanti

In questo senso Epicuro è antimetafisico nel punto che qui conta. Non elimina ogni discorso sui fondamenti, perché la sua filosofia possiede una fisica, una teoria dell’anima, una dottrina degli atomi e del vuoto. Elimina però il fondamento separato. Fondare il pensiero sugli atomi significa negare all’oltremondo il diritto di spiegare il mondo. La sua fisica non apre un secondo piano dell’essere; chiude la porta all’anima immortale e alla paura come governo della morte.

Il tramonto dell’epicureismo antico accompagna l’insorgere e poi il trionfo del cristianesimo. Il vettore filosofico è chiaro: con il cristianesimo torna, in forma religiosa e universalizzata, una struttura di matrice platonica. Un platonismo per i popoli: non identico a Platone, ma abbastanza vicino al suo gesto fondamentale da oscurare la forza positiva dell’epicureismo, che libera la vita dalla paura dell’aldilà e la restituisce alla sua misura corporea, finita, presente.

— Miro Renzaglia