BAR, CESSI E TINELLI: LA CIVILTÀ PASSA ANCHE DI QUA
Ci risiamo. Ieri, 25 giugno, sul Corriere della Sera, Gramellini, nella sua rubrica quotidiana, se la prende con le iene da tastiera, ree di aver insultato pesantemente i tre ragazzi morti nel canale di Senago, dove erano precipitati con un’auto che, credo, ne conteneva sette. Scrive Gramellini, criticando i social che danno voce estesa a queste porcherie: «Chi ha inventato i social lo sapeva benissimo. Sapeva che milioni di persone non aspettavano altro che uno strumento in grado di lanciare nel mondo il loro piccolo seme di cattiveria, senza doverlo limitare ai confini di un bar, di un cesso o di un tinello».
Ci risiamo, dunque. Il bar, e i cosiddetti discorsi da bar, viene di nuovo utilizzato per indicare un luogo, sentina di ogni chiacchiera insignificante, becera, alticcia. Pochi giorni fa, per criticare il ministro Nordio, Travaglio aveva parlato del quinto grappino del ministro e delle chiacchiere che lui farebbe al bar invece di governare con saggia postura e competenza.
Sarebbe facile replicare, sulla falsariga di questo pregiudizio, che i giornali, da tempo, per inseguire i toni truculenti e volgari dei social, si sono trasformati in bar di carta, ormai straccia. Basta vedere i toni utilizzati da Scanzi o da Selvaggia Lucarelli per capire la deriva del giornalista, sempre più influencer e hater. Gramellini aggiunge al bar il cesso e il tinello, credendo evidentemente che questi tre luoghi siano posti da vituperare. Non se ne rende conto, come non se ne rendono conto gli altri odiatori in giacca, cravatta e tastiera: anche lui usa una tastiera, con passi melliflui ma non meno insultanti, quelli del giornalista moralista pronto a utilizzare il luogo comune per discreditare tutti i frequentatori di bar.
Il bar viene di nuovo utilizzato
per indicare una sentina
di ogni chiacchiera
insignificante, becera
Io frequento di mattina un bar il cui gestore è un egiziano ormai in Italia da quarant’anni. Lì prendo il caffè, sfoglio in prima lettura i quotidiani, rimandando la seconda e più approfondita lettura a quando sarò tornato a casa.
Gli avventori, me compreso, dediti ai soliti discorsi da bar, sono i più vari, a testimonianza del fatto che il bar è un luogo d’incontro democratico, in cui tutti possono esprimere liberamente il proprio pensiero, con una differenza rispetto ai social: le opinioni non hanno tutte lo stesso valore e lo stesso peso. Lo sanno bene gli alticci avventori, secondo Travaglio, che, se si parla di Garlasco, preferiscono dare credito all’avvocato che passa di lì e non disdegna di dare un suo parere competente, capace non di rado di zittire chi vorrebbe dargli torto. Nel bar che frequento, situato nel mio paese a pochi passi dal centro, sono avventori abituali due odontoiatri, uno dei quali professore a contratto al San Raffaele, un oculista, vari avvocati, il sindaco con il suo codazzo di assessori, gente comune, anziani saggi e meno saggi, egiziani amici del gestore, maschi, femmine, un omosessuale la cui riservatezza è diventata leggendaria, sciupafemmine, fascisti, comunisti, ex ordinovisti ed ex sessantottini. Una fauna locale degna del miglior Bar Sport di Stefano Benni.
E così accade in tutti i bar che costellano il suolo patrio, che non devono essere utilizzati per indegni paragoni, essendo luoghi accoglienti, interessanti, democratici e rappresentativi di tutta la cittadinanza. Qui non ci sono differenze tra laureati, analfabeti, giovani, vecchi, professionisti, impiegati, operai. Qui vige solo il peso di un’opinione ben argomentata, che trova immediato riscontro a sfavore della parola in libertà.
Il bar è un luogo democratico,
in cui tutti possono esprimere
liberamente il proprio pensiero
Scorda Gramellini che, se le parole del bar fossero rimaste confinate all’interno delle sue mura, non ci sarebbe stato nessun progresso nella vita dei cittadini. Per rendersene conto basta ricordare l’importanza del Caffè Le Giubbe Rosse, che divenne rifugio per i tanti artisti che diedero vita al Futurismo, così come si prestò a essere punto di riferimento per riviste come Lacerba e La Voce, diventando il più vivace cenacolo letterario e artistico di Firenze. La rissa tra i futuristi milanesi di Marinetti e gli artisti fiorentini raccolti intorno alla rivista La Voce, di Ardengo Soffici, non può essere derubricata con l’insultante formula dei discorsi da bar.
Gramellini forse dimentica il Gran Caffè Gambrinus a Napoli, che divenne il bar dei presidenti della Repubblica e che ospitò, tra gli altri, Gabriele D’Annunzio, Benedetto Croce, Matilde Serao, Eduardo Scarpetta, Totò, i De Filippo, Ernest Hemingway, Oscar Wilde e Jean-Paul Sartre. Non va dimenticato, ovviamente, l’Antico Caffè Greco a Roma, vero circolo letterario della capitale da sempre. Taccio sui tanti caffè di Parigi; basta ricordare il Café de la Paix, con i suoi frequentatori abituali, tra cui Émile Zola, Guy de Maupassant, Oscar Wilde, Ernest Hemingway e Joséphine Baker. Taccio anche su Londra e sulle molte capitali europee, per non infierire troppo. Cito solo, per motivi campanilistici, il Caffè Zacharatos ad Atene, riferimento per l’élite artistica e politica greca a partire da Kostis Palamas, e frequentato dal poeta Konstantinos Kavafis durante la sua prima visita ad Atene. E il To Mavro Gato, costruito in un seminterrato vicino all’abitazione di Palamas, divenne il rifugio dei bohémien e dei poeti modernisti.
Gramellini poi aggiunge al bar altri due luoghi da denigrare. Il cesso, tra gli ambienti di casa, è uno dei più intimi e riservati. Lì si possono fare le parole crociate e si può sempre leggere in santa pace. Sfido chiunque a dire di non aver letto neanche una riga, magari una ricetta medica o un bugiardino farmaceutico, nella solitaria felicità del cesso.
Gramellini poi aggiunge al bar
altri due luoghi
da denigrare. Il cesso
e il tinello
Del resto, una delle scene più iconiche di C’era una volta in America si svolge proprio in un cesso comune al piano, dove il giovane protagonista si rifugia per leggere alcune righe di Martin Eden, prima di essere distratto da altri interessi. E non si può dimenticare che il cesso è stato utilizzato come parametro fondamentale del progresso umano, come viene ben indicato in un saggio fondamentale, e ahimè derubricato a divertissement, come Civiltà in bagno di Lawrence Wright, in cui la storia della civiltà viene descritta nei suoi passi decisivi attraverso l’evoluzione del cesso e delle abitudini a esso collegate. Non si deve scordare nemmeno Il grande bisogno di Rose George, che, a partire dalla parola merda, costruisce il suo saggio di difesa del cesso e dei bisogni corporali.
E infine il tinello, luogo attiguo alla cucina destinato a consumare i pasti. Un luogo sacro, perché il cibo è sacralità e le parole consumate intorno al desco familiare, di qualunque famiglia si tratti, sono i mattoni primi di ogni costruzione civile.
Inviterei pertanto Gramellini e tutti i neomoralisti a continuare a stigmatizzare i comportamenti criminali dei leoni da tastiera, lasciando però stare il bar, il cesso e il tinello: luoghi in cui la civiltà ha dispiegato le sue ali. Forse i moralisti alla Gramellini non bevono, non mangiano e non cacano. Mi sia concessa questa volgarità: «cacano» suona meglio di «si producono in deiezioni solide umane».
— Mario Grossi
– Mario Grossi