AVANGUARDIA DELLE ORIGINI 2. - sette saggi di AA.VV.
Avanguardie dell’Origine 2 raccoglie sette saggi attorno a una stessa domanda: che cosa accade all’Origine quando incontra la tecnica più avanzata? Il volume si muove dal mito antico all’intelligenza artificiale, dalla decisione politica all’immaginario generativo, tenendo sempre fermo il nodo della forma. La macchina non compare come semplice tema d’attualità. Diventa il luogo in cui una cultura deve provare se possiede ancora forza ordinatrice o se è destinata a farsi modellare dai dispositivi che pretende di usare.
La tecnica comincia molto prima dei chip e dei modelli generativi. Comincia nella mano che entra in attrito con la materia e scopre, proprio in quella resistenza, la propria intelligenza. L’Origine, in queste pagine, resta lontana da ogni sogno di purezza perduta: vive già nel gesto tecnico, nella capacità di dare figura al mondo senza fuggire il pericolo che ogni figura comporta.
La tecnica comincia molto prima
dei chip e dei modelli generativi.
Comincia nella mano che entra
in attrito con la materia
Atena attraversa il libro come figura fondativa. Figlia di Metis, generata dalla testa di Zeus, è insieme sapienza concreta e potenza armata. Presiede alla mêtis, l’intelligenza che trova passaggi dove la via sembra chiusa. La sua sapienza passa dal legno, dal ferro, dal telaio e dalla nave perché il pensiero, nella sua origine, non galleggia sopra le cose. Nasce quando la materia oppone resistenza e costringe l’uomo a trasformare l’idea in operazione. Nelle pagine di Adriano Scianca, il mito restituisce alla tecnica una nobiltà arcaica: pensare significa fare presa sul mondo.
La macchina moderna diventa lo specchio più duro che l’uomo si sia costruito. L’androide di Blade Runner, convocato da Carlomanno Adinolfi, inquieta perché rimanda all’uomo la stanchezza che lo abita. Una creatura artificiale capace di desiderare durata e memoria costringe il suo creatore a misurare il proprio esaurimento. La robotica riapre così il rapporto tra corpo e coscienza. Il calcolo, da solo, rimane sterile. L’intelligenza ha bisogno di mondo, di esperienza e di attrito.
Il salto quantistico spinge questa tensione oltre la grammatica povera della macchina classica. Lo zero e l’uno danno al reale una forma rassicurante perché lo chiudono in una sequenza leggibile. Il qubit introduce invece una logica della possibilità, dove l’evento emerge dall’interazione più che da una traiettoria già stabilita. L’accostamento tra fisica quantistica e visione indoeuropea del divenire lavora per analogia, più che per dimostrazione. Sta qui il suo rischio. Il volume forza quel passaggio per strappare la tecnica al lessico neutro dell’ingegneria e riportarla dentro una metafisica del gesto.
Il calcolo, da solo, rimane
sterile. L’intelligenza ha
bisogno di mondo
L’intelligenza artificiale entra nel libro come ambiente mentale. I modelli generativi non si limitano ad assistere il lavoro umano: trasformano il modo in cui il sapere viene raccolto, contratto e rimesso in circolo. L’antica questione dell’intelletto comune, ripresa da Francesco Boco attraverso Aristotele e Averroè, trova qui una forma secolarizzata. L’uomo pensa dentro una rete che lo precede e lo eccede, una rete che non possiede coscienza personale e tuttavia modifica il campo stesso del pensabile.
La distinzione tra intelligenza e pensiero impedisce alla rete di chiudersi in idolo. L’algoritmo lavora sulle combinazioni e porta in superficie regolarità che l’occhio umano faticherebbe a isolare. Il pensiero interviene dove serve una direzione: assume il rischio della scelta e risponde della forma impressa al campo. La macchina amplia lo spazio delle possibilità; l’uomo decide quale spazio valga la pena abitare. Ogni risposta automatica contiene già una politica della memoria, perché nessun archivio nasce innocente.
La macchina amplia lo spazio
delle possibilità; l’uomo decide
quale spazio valga la pena abitare
La polis diventa il punto in cui la questione si fa comando. La democrazia procedurale, nelle pagine di Guido Taietti, appare come tecnologia politica nata in condizioni lente. La rappresentanza ha funzionato dentro un mondo in cui l’informazione circolava con fatica e la decisione aveva bisogno di mediazioni lunghe. L’intelligenza artificiale cambia la fisica del potere perché comprime il tempo tra previsione e intervento. Il tempo politico prende corpo come arma.
La rappresentanza rischia di trasformarsi in una liturgia residuale, mentre la potenza effettiva migra verso chi possiede infrastrutture computazionali e capacità predittiva. Il voto può continuare a esistere come gesto simbolico; la decisione può essersi già spostata nelle piattaforme che organizzano dati, profili e scenari. La politica ridotta a gestione ottimizzata guadagna velocità e perde opacità tragica. Restano fini, sacrifici, appartenenze ed esclusioni: materia troppo pesante per sciogliersi in una curva di efficienza.
La politica ridotta a gestione
ottimizzata guadagna velocità
e perde opacità tragica
Il limite entra come ferita necessaria. Il prometeismo, lasciato correre senza misura, trasforma la possibilità in diritto e la potenza in assoluzione. Pietro Ferrari porta nel volume la voce cattolica e costringe la macchina a confrontarsi con la domanda sul fine. Il fuoco di Prometeo, l’albero della conoscenza e la figura di Lucifero convergono sullo stesso nodo: la tecnica chiede orientamento. La potenza senza forma spirituale diventa idolatria della propria combustione.
Il cattolicesimo evocato in queste pagine agisce nella storia. Cristoforo Colombo, Isabella di Castiglia e l’uomo che fonda attraversando l’ignoto appartengono a una fede capace di opera. Il punto si stringe sulla misura: chi governa la macchina quando la macchina promette di governare tutto? L’IA, pensata come intelligenza impersonale e altro tecnico, costringe a stabilire una soglia. Senza limes, la creazione diventa proliferazione. Senza coscienza, l’innovazione diventa automatismo.
La voce cattolica e costringe
la macchina a confrontarsi
con la domanda sul fine
La sovranità culturale passa dagli archivi. Ogni modello generativo porta impresso il mondo che l’ha addestrato. Nessuna macchina vede da nessun luogo: vede dal deposito simbolico che le è stato consegnato. MMLTX sposta così il problema dalla paura dell’automazione alla lotta per la genealogia dei materiali. Chi controlla gli archivi controlla ciò che torna a essere visibile. Chi governa la memoria tecnica governa anche ciò che una comunità riesce a immaginare di sé.
La forgia generativa produce quantità e variazioni, ma il rischio autentico sta nella media. L’immagine senza taglio, il mito ridotto a prompt intercambiabile, l’identità trasformata in filtro grafico indicano la stessa perdita di forma. L’autore cambia postura: diventa selettore e custode di intensità. La macchina combina. La forma decide. Una comunità senza archivi propri verrà immaginata da archivi altrui.
Nessuna macchina vede
da nessun luogo: vede
dal deposito simbolico
che le è stato consegnato
L’arte chiude il cerchio perché mostra la questione nella sua nudità. Generare immagini è ormai gesto accessibile; dare loro necessità rimane raro. Mafarka colloca l’IA nella lunga storia delle avanguardie, dove ogni vera arte organizza un caos e costringe il possibile a prendere figura. La macchina rende quel caos più rapido e più obbediente. Il criterio diventa più raro proprio perché il possibile diventa sterminato.
L’artista algoritmico lavora dentro una sovrabbondanza che abbassa il costo dell’apparizione e alza il prezzo della selezione. Ogni passaggio della generazione è già stile oppure abdicazione. L’immagine generativa chiede una nuova crudeltà formale. Bisogna scegliere cosa resta e cosa brucia. Bisogna impedire alla macchina di confondere il plausibile con il necessario, il decorativo con il potente, il sorprendente con il vero.
Ogni vera arte organizza un caos
e costringe il possibile a prendere
figura. La macchina rende
quel caos più rapido
La materia del volume si muove sempre su una faglia. Il mito urta contro l’algoritmo, il cristianesimo contro il prometeismo, la democrazia contro il calcolo, l’archivio contro il destino. Alcune analogie corrono al limite della tenuta. Alcuni accostamenti fanno attrito. Il libro forza i materiali perché vuole portarli a temperatura. La sua ambizione sta in questa pressione. Pensare la tecnica come ambiente neutro sarebbe già una resa.
La parola che tiene insieme tutto è forma. La forma della mano che costruisce continua nella città che decide, nell’archivio che addestra, nell’immagine che resiste alla proliferazione. L’Origine, qui, chiede capacità di attraversamento. Il futuro viene comunque prodotto. L’algoritmo avanza. La macchina non aspetta la nostra maturità spirituale. Chi non porta forma dentro la tecnica verrà formato dalla tecnica. Chi non governa i propri archivi verrà archiviato. Chi non produce il futuro diventa materiale del futuro prodotto da altri.
— Miro Renzaglia
Scheda libro
Titolo: Avanguardie dell’Origine 2. Più avanti ancora!
Autori: AA. VV. — Adriano Scianca, Carlomanno Adinolfi, Francesco Boco, Guido Taietti, Pietro Ferrari, MMLTX, Mafarka
Editore: Passaggio al Bosco
Collana: Polemos
Anno: 2026
Pagine: 104
Prezzo: € 12,00
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