PAESAGGI DELL'ANIMA - una nuova raccolta di inediti del filosofo Andrea Emo
Il filosofo veneto Andrea Emo (1901-1983) ha attraversato da solitario il Novecento, lasciandoci in dono un’eredità preziosa custodita nei 398 quaderni di computisteria sui quali, ogni giorno, a partire dal secondo decennio del “secolo breve”, trascrisse i suoi pensieri sulla vita, sull’arte e sulla contemporaneità. Dopo la sua morte sono stati raccolti in volume molti degli aforismi di questo straordinario pensatore. È nelle librerie per i tipi di Inschibboleth, a cura di Massimo Donà e Raffaella Toffolo, una significativa silloge di scritti tratta dai taccuini emiani, intitolata Paesaggi dell’anima. Il volume è chiuso da un’intervista di Giovanni Sessa a Donà, i cui contenuti consentono al lettore di avere proficuo accesso alla visione del nobile veneziano-patavino, la cui filosofia ebbe tratto spiraliforme, collocata com’è oltre i dualismi, oltre le filosofie dell’essere e del divenire. Il libro, impreziosito da una serie di immagini suggestive di Emo e delle sue dimore, è articolato in sei capitoli assai densi, mossi e animati, si badi, da una prosa, inusuale nei filosofi, dal tratto poetico-evocativo.
Nella prefazione, Donà rileva che la filosofia di Emo è: «un pensiero abissale; che non voleva rendersi pubblico […] sarebbe diventato (Emo) un filosofo “postumo” […] in cui irradianti folgorazioni illuminano un pensiero che si sarebbe rivelato un vero e proprio diamante del Novecento» (p. 9). In sequela di Giovanni Gentile, ma lasciandosi alle spalle l’eredità dell’attualismo, Emo ha consentito al pensiero italiano di toccare vertici speculativi inusitati. Lo ha fatto pensando in modalità “ossessiva” l’origine che, nella sua prospettiva, erede del lascito leopardiano, ha tratto negativo. Per gli uomini, l’unica possibilità di vita degna è data dall’: «assecondare le onde dell’originaria potenza “negativa” da cui siamo in verità tutti mossi» (p. 10), nota il prefatore. Ciò ci consente di riconoscerci “grandi”, “divini”, nonostante il limite biologico che ci connota. Le pagine della silloge restituiscono la visione emiana con uno sguardo “introflesso”, rivolto dal pensatore alla sua “anima”, ai paesaggi che l’hanno “abitata”. Perché muovere dai paesaggi dell’anima? Perché, di contro alla filosofia prevalsa in Europa, centrata sui concetti, sugli universali, la concezione del mondo del nobile veneto recupera il thauma, la meraviglia che muove l’interrogazione filosofica, ponendosi “in faccia” alla singolarità delle nostre vite, ai loro bisogni e alle loro aspirazioni.
La filosofia di Emo è un pensiero
abissale: un vero e proprio
diamante del Novecento
L’esito tragico del Novecento, in termini storico-politici, che si riverbera sul nostro presente, è il risultato cui ci hanno condotto gli storicismi universalistici. Gli utopismi moderni, regressivi o progressivi, hanno mirato, almeno in teoria, al bene comune, alla libertà per tutti ma, per eterogenesi dei fini, si sono trasformati in intollerabili statolatrie, che hanno tacitato gli individui e il loro anelito alla libertà. Gli universali hanno silenziato la vita che, al contrario, ha sempre volto individuale: «Quel che ci riguarda davvero […] ci distingue e ci individua» (p. 13). Medesima incomprensione è messa in campo dalla scienza. Lo scienziato si occupa, certo, dei fenomeni, ma: «solamente in relazione a ciò che non li chiama in causa singolarmente» (p. 14). L’idea scientifica è neutrale rispetto alla vita e alla sua unicità. La verità epistemico-eleatica è dicotomica, necessita dell’errore; al termine del suo percorso di affermazione rimane senza “nemico”, pone fuori scena l’errore, non può più distinguersi da esso. Per questo Emo, in queste pagine, si fa testimone dell’erranza della verità, della sua natura nomadica. I paesaggi dell’anima dicono la dimensione ambigua del “vero”, nella consapevolezza che nei molti si dà, e solo in essi, il medesimo, il non originario.
Scrive Emo: «Nel mondo dell’assoluto, l’affermazione, il “sì”, ha spesso la forma del “no”» (p. 25). Per questo, l’unico commento ai silenzi dell’anima è rappresentato dall’arte, in particolare dalla musica. Il secondo capitolo della raccolta è, in tal senso, dirimente. In esso, il pensatore si occupa del ruolo conoscitivo della Fantasia, interpretata quale terminus ad quem del lógos: «Forse la segreta anima della fantasia è la nostalgia dell’identico. Un pallido riposo. Quanta fantasia per arrivare all’Uno!» (p. 41), di là dai concetti. Essa: «è la sola possibile risposta alla logica, ai quesiti della logica […] la fantasia è la risposta […] la soluzione dei problemi della logica» (p. 43), in quanto sospende, essendo coscienza dell’attualità, i rapporti pratici ed obiettivi delle cose, facendole congiungere simpateticamente, per affinità. Essa alberga nei deserti, nei quali la vita è appesa alla libertà, nella rinuncia a qualsivoglia conforto, finanche alla stessa idea di salvezza: «Nella nostra epoca storica, non vi è altro che la fantasia che possa sorriderci» (p. 50).
L’unico commento ai silenzi
dell’anima è rappresentato
dall’arte, in particolare
dalla musica
Il terzo capitolo è incentrato sull’anima di Venezia, amatissima città, trascritta da Emo in modalità “fotografica”, in “scrittura di luce”. Città di sogno, costruita da mercanti, sospesa tra Occidente ed Oriente: «Il sogno come Venezia, è la metamorfosi di una realtà» (p. 54). Spazio di Melancolia rinascimentale, spazio magico, limitato e sovrumano in uno: «uno spazio che non è esteriorità, ma difesa dall’esteriorità, illuminato dalle lampade oscure di un tempo defunto ed eterno» (p. 57). Venezia quale trasfigurazione, metamorfosi della potenza del denaro: «una consacrazione della dissacrazione» (p. 57). Parole dirimenti, infine, sono quelle che Emo dedica alla physis, all’incanto lunare, alla chiarità argentea dei notturni che hanno ricordato, a chi scrive, memorabili pagine di Johann Jakob Bachofen: «Io sono nato in ottobre e amo tutti gli autunni. Sono affine alle epoche in cui nelle porpore, negli ori, nei diademi, nelle filosofie, riluce il mistico dissolvimento e il crepuscolo magico e purpureo delle forze millenarie» (p. 68).
Emo riscopre la vita nuda, singolare, tesse l’elogio, nel suo pensare poetante, del canto innocente degli uccelli e della vita arborea. L’albero è: «Sacra immobilità di una vita fremente; vitale passaggio dalle profondità della terra alle profondità della luce […] l’albero è una individualità che sa vivere una vita grande, antica e solenne […] senza la coscienza di alcuna immoralità […] l’antica sapienza della vita e della natura. Intima giustizia dell’albero» (pp. 80-81). Il filosofo si sofferma sul senso del Solstizio d’inverno: «è momento magico; quando tacciano le passioni, gli impulsi trionfali della luce e del calore e la mente si rivela con il suo occulto potere di un mondo senza vita apparente e pieno di vita occulta» (p. 81). Paesaggi dell’anima è libro nel quale il “nichilismo” di Emo mostra tratto lenitore di qualsivoglia “mal di vivere”, è “scroscio di pioggia” capace di rianimare la “terra desolata” del presente e rinnova, in tal modo, come l’arte autentica, il nostro consenso alla vita.
– Giacomo Rossi
Titolo: Paesaggi dell’anima
Autore: Andrea Emo
Curatori: Massimo Donà, Raffaella Toffolo
Intervista: Giovanni Sessa a Massimo Donà
Editore: Inschibboleth
Collana: Zeugma - Classici, n. 22
Anno: 2026
Pagine: 178
Formato: 15 x 21 cm, brossura
Prezzo: €18,00
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