ARCHEOLOGIA DELL'ODIO RELIGIOSO - un libro di Vittorio Fincati
Sul tramonto tragico del mondo romano, travolto dalla marea montante dei seguaci della buona novella oltre che da una serie di problematiche storico-politiche che avevano minato la compattezza dell’Imperium, molto è stato scritto. È prevalsa, nella bibliografia critica relativa ai rapporti tra cristiani e “pagani”, la vulgata secondo la quale i primi avrebbero subito, sic et simpliciter, la violenza e la persecuzione dei secondi. Se violenza ci fu, essa fu esercitata da ambo le parti, in un lasso di tempo che copre molti secoli della storia d’Europa. Lo conferma una recente pubblicazione di Fincati, Archeologia dell’odio religioso. La demolizione di Roma pagana, nelle librerie per le Edizioni Tipheret. L’autore ha alle spalle un numero considerevole di volumi e, in questa sua fatica, mostra, documenti alla mano, quali fossero le reali intenzioni dei cristiani, esplicitate in un passo delle Istituzioni Divine da Lattanzio: «Il nome di Roma, che oggi domina il mondo, sarà cancellato dalla faccia della terra» (p. 5).
Il libro si articola in due capitoli e nelle Appendici conclusive. Nel primo capitolo, Fincati si sofferma sui momenti salienti della distruzione delle principali strutture architettonico-urbanistiche dell’Urbe; nell’ampio capitolo successivo, compie l’analisi della devastazione e dei rifacimenti cui i principali monumenti romani andarono incontro nel corso del tempo. Si tratta di una ricostruzione minuziosa: l’autore mette in campo significative conoscenze archeologiche e storico-religiose, con un’argomentazione ricca, condotta con persuasività d’accenti. Il lettore, in queste pagine, troverà un repertorio ricchissimo delle vicissitudini subite da templi, circhi e obelischi romani. Il volume è chiuso da una serie di Appendici di autori disparati: tra gli altri, Giacomo Boni, archeologo di una Roma eternamente risorgente, e Flaminio Vacca, erudito collezionista d’antichità (1538-1605), sepolto al Pantheon, la cui residenza era ubicata dove sorgevano le Terme di Agrippa. Una pubblicazione, quella che presentiamo in queste brevi note, arricchita da un vasto e suggestivo apparato fotografico, che concede al lettore di apprezzare le antiche testimonianze monumentali della Roma “pagana”.
È prevalsa la vulgata della
persecuzione de cristiani da parte
dei pagani. Se violenza ci fu,
essa fu esercitata da ambo le parti
Il testo è aperto da un ricordo di Rodolfo Lanciani, il quale, ne La distruzione di Roma Antica, «mentre era seduto tra le rovine del palazzo di Settimio Severo sul Palatino, fece la considerazione della mole immensa di strutture architettoniche» (p. 7) dell’Urbe e di come queste fossero scomparse senza lasciare traccia. La volontà di cancellare le vestigia del passato romano non riguardò solo la città Caput mundi, ma, come evidenziò il grande biografo belga di Giuliano Flavio, Joseph Bidez, coinvolse l’intero territorio imperiale. Un’opera di spoliazione, quella messa in atto dai cristiani, decisamente «peggiore di quella inferta dai popoli barbarici […] questi ultimi si limitarono a portar via oro e preziosi» (p. 8), in quanto i primi erano animati da odio religioso nei confronti dell’“idolatria”. Tra le altre cose va ricordato che i cristiani fecero tagliare le chiome ricciolute di molti giovani, ritenendole segno tangibile della loro consacrazione al culto degli dèi. In molti casi, alla distruzione provvide anche l’incuria delle antiche vestigia. Papa Sisto V recuperò l’obelisco che Costanzo II aveva posto sulla spina del Circo Massimo. Lo fece ripescare «a sette metri di profondità nel terreno alluvionale che si era depositato sul Circo» (p. 11). Nel frattempo, il Palatino era stato adibito alla coltura della vite e dei carciofi.
Nel 1084 i Normanni realizzarono l’ultimo sacco di Roma, conclusosi con un incendio devastante. Il governo pontificio della Città eterna, ben presto, decretò l’apertura delle calcariae, fornaci per la produzione della calce, ottenuta attraverso la fusione, alla temperatura di 800-1000 gradi, dei marmi dei templi, poi utilizzata per l’erezione di chiese o di edifici pubblici. La presenza delle calcariae era così diffusa a Roma che un quartiere, nella zona delle Botteghe Oscure, fu detto Calcario. La smania «di reperire antichi manufatti romani portò a commettere degli strafalcioni […] giganteschi» (p. 11): si pose, ad esempio, quale base di un crocifisso «un antico piedistallo, coperto dei simboli della Magna Mater, nella sua forma più cruda» (p. 11).
La volontà di cancellare le vestigia
del passato romano non riguardò
solo la città Caput mundi, ma coinvolse
l’intero territorio imperiale
Le antiche colonne vennero segate e usate quali decorazioni pavimentali per le chiese, grazie all’azione di particolari corporazioni come quella dei Cosmati: «famiglie di marmorari romani attive per diverse generazioni e in diretti rapporti con le autorità pontificie» (p. 14). Le spoliazioni proseguirono fino alla presa di Porta Pia nel 1870. Pio IX fece prelevare marmi dalla Porta Tiburtina per erigere la base della colonna celebrativa del Concilio Ecumenico, in una chiesa sul Gianicolo. Sotto i Savoia furono realizzate altre devastazioni dell’antico patrimonio romano, come quella del quartiere Esquilino: «Sul Celio […] fu distrutta un’ampia zona di verde […] e la Basilica Hilariana» (p. 21), per erigervi l’Ospedale Militare. Qualche asportazione di rilievo fu messa a punto anche durante il fascismo. Per comprendere le ragioni ideologiche che stavano a monte della volontà demolitrice della Roma “pagana”, Fincati fa riferimento a un’opera del 1744 di Giovanni Marangoni, Delle cose gentilesche e profane, trasportate ad uso, e adornamento delle chiese. L’autore giustifica l’utilizzo di inserti tratti da monumenti “pagani”, considerandoli semplicemente testimonianze del trionfo della vera religione sull’idolatria antica, a condizione, si badi, che i reperti fossero purificati. Tale purificazione mirava a far sì che questi simboli non potessero più essere oggetto di culto, assoggettati com’erano al culto del vero e unico Dio.
Un libro importante, questo di Fincati, perché fa chiarezza su come le radici dell’uomo europeo siano state volutamente tacitate, perfino nella loro espressione simbolica, artistica e architettonica dai sostenitori della nuova religione.
– Giovanni Sessa
SCHEDA LIBRO
Titolo: Archeologia dell’odio religioso. La demolizione di Roma pagana
Autore: Vittorio Fincati
Editore: Edizioni Tipheret
Pagine: 214
Prezzo: €30,00
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