A proposito del "PARMENIDE" DI ANGELO GIUBILEO - qualche nota a margine

A proposito del "PARMENIDE" DI ANGELO GIUBILEO - qualche nota a margine

L’Essere è. Parmenide consegna alla filosofia occidentale una formula così assoluta da essere stata, nei secoli, addomesticata in formula scolastica. Angelo Giubileo le restituisce attrito. Il suo Parmenide rifiuta l’immagine del pensatore che avrebbe prosciugato il mondo sensibile per chiuderlo nell’immobilità di una sfera logica e rimette in movimento il dettato da cui tutto comincia. Ontologiafisica arcaicamatematica del continuotradizione sapienzialecritica della modernità vengono ricondotte a una medesima pressione speculativa. Il libro va letto per ciò che ambisce a essere: non una glossa specialistica, ma una ricostruzione originale della filosofia parmenidea e del suo progressivo travisamento.

«Fisico» e «metafisico» sono, per Giubileo, una falsa alternativa, prodotta da una tradizione che ha separato ciò che l’inizio greco teneva ancora unito. Il pensiero eleatico torna a interrogare la realtà nel suo fondamento non rappresentabile, prima che l’ente venga isolato, nominato, classificato e reso disponibile alla manipolazione della conoscenza. L’Essere, nella versione che a Parmenide dà  Giubileo, non è (o non è più) l’oggetto più grande fra gli oggetti, né una sostanza remota sottratta al mondo: è ciò in cui ogni cosa sta prima ancora di apparire come «cosa». Giubileo assume qui, con decisione, l’intuizione di Giorgio de Santillana, per il quale l’Essere del poema parmenideo può essere trattato come un’incognita e, sostituito formalmente con una x, ricondotto al puro spazio geometrico, all’estensione tridimensionale non ancora catturata dagli schemi di una fisica posteriore. Ne viene un pensatore del plenum, della continuità, dell’indifferenza strutturale del reale.

L'essere è.
O è sempre e ovunque,
oppure non è

Nessun punto del tempo può rivendicare il privilegio della comparsa dell’Essere, nessun luogo dello spazio può pretendere di contenerlo più di un altro. O è sempre e ovunque, oppure non è. È questa la forma del principio di indifferenza, che sottrae la necessità dell’Essere alla favola della generazione, della nascita da un prima mancante, dell’origine intesa come evento puntuale. L’Essere non può essere spiegato ricorrendo a una cronologia dell’apparizione, perché ogni cronologia presuppone già il campo entro cui gli accadimenti si dispongono. Prima del racconto delle cose, prima del loro alternarsi e consumarsi, resta la domanda sul corpo di realtà che rende possibile qualsiasi apparizione. La filosofia, allora, non dovrebbe precipitare a misurare ciò che appare senza aver prima sostato nel problema dell’apparire stesso.

Nel frammento parmenideo delle due vie, Giubileo, seguendo Martin Heidegger, insiste sulla differenza fra il non-essere come impossibilità assoluta e il non inteso nella sua diversa funzione linguistica e concettuale. È il nucleo teorico di Dell’inizio. La via che dice «non è» non viene respinta perché empiricamente improbabile o razionalmente scomoda; è impraticabile perché ciò che non è non può diventare oggetto di pensiero senza essere già stato falsificato dall’atto stesso che pretende di pensarlo. Da qui l’attenzione al puro «è», alla parola che resta quando ogni predicazione si ritira. «È» non come copula, non come elemento subordinato di un giudizio, bensì come traccia nuda del dettato dell’essere. Giubileo mostra bene come, nella prospettiva heideggeriana, la storia della metafisica cominci proprio quando questo dire originario viene trasposto nel linguaggio dell’ente, dell’oggetto, della realtà ridotta a ciò che sta di fronte a un soggetto che la dispone.

Nel passaggio dall’Essere all’ente disponibile, il pensiero occidentale guadagna potenza descrittiva e capacità operativa: impara a definire, ordinare, misurare, usare. Il capitolo Il volo, nato come prefazione alla versione italiana del saggio di Giulio Prisco sulla «meccanica irrazionale», sposta questa tensione dentro la fisica contemporanea. La matematizzazione del reale, fino alle aperture della fisica quantistica, amplia il nostro potere di comprensione, ma non scioglie il nodo che Giubileo continua a inseguire: il rapporto fra formularealtà e fondamento.

La domanda che Giubileo rimette
al centro : che cosa consente all’ente
di apparire come ente?

Nella trama costruita da Giubileo, il pensiero greco conserva tracce di una sapienza anteriore e più vasta. Tilak, i Veda, la tradizione hindu, CoomaraswamyGuénonCalasso, il grande deposito simbolico delle civiltà antiche: il libro percorre questi materiali cercando il punto in cui la verità parmenidea e la tradizione sapienziale sembrano toccarsi. La verità dell’Essere, in sé tautologica e infigurabile, non coincide con i simboli; eppure le grandi tradizioni possono custodirne l’eco, trattenere in immagini e riti un rapporto col reale che il pensiero successivo ha perduto. L’AUM, l’Atman, la distinzione fra stati dell’essere, la via della conoscenza e la via della dedizione vengono chiamati a mostrare che, prima della separazione moderna fra sapere e spiritualità, esisteva una diversa intelligenza del mondo, meno affrettata a dividere ciò che originariamente si dava insieme. È il punto in cui la ricostruzione si allarga maggiormente e chiede al lettore l’adesione più impegnativa.

Luce e tenebra non designano, in questa lettura, il positivo e il suo negativo. Giubileo contesta che la tenebra venga assunta come assenza, nulla, male. In Parmenide, luce e notte invisibile sono entrambe presenti, entrambe alla pari, entrambe interne alla consistenza del reale. La tenebra non equivale a privazione dell’essere: è il tratto non manifesto di ciò che è. Da questa interpretazione discende una conseguenza più ampia. La cultura occidentale ha spesso trasformato differenze originarie in opposizioni morali o politiche: bene e maleamico e nemicodentro e fuorisalvezza e dannazione. Giubileo non lo formula nei termini di una generica critica del dualismo; la sua obiezione è più radicale. Ogni volta che una polarità interna all’Essere viene convertita in un conflitto tra sostanze separate, il pensiero scambia una tensione del reale per una guerra di principi.

Nel finale, Il medesimo, Giubileo convoca i propri interlocutori in una scena corale dove il libro abbandona la cadenza del saggio e lascia che le figure pensanti si fronteggino direttamente. L’espediente è dichiaratamente antitrattatistico. Non aggiunge una nuova tesi, ma riproduce in forma drammatica la sostanza dell’intero percorso. Il Medesimo non è l’eguale: è ciò che resta sé stesso sotto la pluralità delle forme, delle parole, delle dottrine e delle epoche. Giubileo costruisce il suo libro per difendere questa permanenza.

Il Medesimo non è l’eguale. Non è
la ripetizione identica di ciò che torna
ma ciò che resta sé stesso sotto
la pluralità delle forme, delle parole,
delle dottrine e delle epoche

È proprio qui, nel punto in cui la ricostruzione raggiunge la sua massima compattezza, che comincia per me il dissenso. Non un dissenso laterale, né una riserva di dettaglio. Piuttosto, un attrito di fondo, tanto più necessario quanto più il libro costringe a prendere sul serio la domanda che pone. Mi persuade la critica alla riduzione della realtà a inventario di enti, alla pretesa di esaurire il mondo nel suo funzionamento, alla superbia di una ragione che talvolta scambia la propria potenza tecnica per accesso definitivo al vero. Mi convince anche la sua critica delle opposizioni irrigidite. Ma non riesco a seguire Giubileo fino al recupero di un Essere che, pur sottratto alla metafisica dell’oltre e ricondotto a una fisica originaria del continuo, conserva la postura di un fondo permanente oltre il divenire.

Per me essere è tempo. Non essere e tempo, come se il secondo scorresse accanto al primo lasciandolo intatto nella sua maestà; essere è tempo, vale a dire trasformazione, consumo, comparsa, perdita. Il divenire non è il velo che occulta un reale più stabile. È il reale nella sola modalità in cui ci è dato. Tutto ciò che vive lo attesta: un corpo, una ferita, una nascita, un amore che appare e muta, una memoria che si deforma, una stella che brucia il proprio combustibile, un pensiero che non torna mai identico a sé stesso dopo aver attraversato ciò che lo ha modificato. Se esiste un Essere sottratto a questa vicenda, non saprei come distinguerlo da un’ipotesi che, per quanto nobilissima, si colloca oltre ogni possibilità di verifica.

Essere è tempo. Vale a dire
trasformazione, consumo,
comparsa, perdita, ritmo
della materia che prende
forma e la disfa

Questo non significa ridurre il reale al superficiale fluire delle cose. Significa rifiutare che la profondità debba necessariamente coincidere con la permanenza. La materia non è un accidente opaco in attesa di essere salvato da un principio più alto; è la trama da cui emergono corpi, pensieri, civiltà, errori, meraviglie. Materia è anche il cervello che concepisce l’Essere. Non le occorre essere degradata a semplice fenomeno né innalzata a simulacro di un plenum ontologico: basta riconoscerla come energia organizzata senza disegno, capace di produrre forme, disfarle, generarne altre senza dover rispondere a un telos.

Giubileo, con Parmenide, rende impraticabile la via del non-essere. Posso seguirlo finché il nulla viene sottratto alla tentazione di trattarlo come un oggetto. Basta attribuirgli una qualità, un luogo, un volto, perché smetta di essere nulla. Ma non sono disposto a espellerlo dall’orizzonte dell’esistenza. La morte non rende conoscibile il nulla: costringe la vita a misurarsi con la propria cessazione. Nascere significa imboccare un senso unico che conduce lì. La morte non è un passaggio verso un’altra forma dell’essere né il varco per rientrare in uno stato superiore; è la cessazione di colui che domanda. Proprio per questo dà direzione alla vita. Se fossimo immortali, ogni scelta potrebbe essere rinviata, ogni urgenza diluita, ogni gesto svuotato dalla possibilità di perdersi davvero. La finitudine non impoverisce la vita: la concentra.

La morte non è un passaggio
verso un’altra forma dell’essere
né il varco per rientrare in uno
stato superiore; è la cessazione
di colui che domanda

Anche il rapporto fra verità ed errore mi conduce altrove. Giubileo cerca una verità originaria dell’Essere da liberare dalle stratificazioni che l’hanno oscurata. Io non riesco a pensare la verità prima dell’errore. L’errore appartiene alla nostra condizione più intimamente della certezza, forse persino prima della coscienza che chiamiamo io. Non c’è conoscenza umana che non proceda per tentativi, rettifiche, deviazioni, abbagli scambiati provvisoriamente per approdi. L’errore non è soltanto scarto da una verità che attende intatta di essere riconosciuta; è lo strumento terrestre con cui allarghiamo la mappa del conoscibile. Una verità sottratta in radice all’errore può essere contemplata, venerata, tradotta in principio. Ma la conoscenza umana vive di approssimazioni che si espongono alla smentita. Ogni volta che pretende di non correre questo rischio, si fa dogma.

Il dissenso diventa ancora più netto quando il libro riconduce la tradizione a una forma di custodia dell’origine. Capisco la forza di questa esigenza. Una civiltà che non trasmette nulla si condanna all’amnesia, e un presente che crede di generarsi da sé è solo un presente inconsapevole della propria povertà. Ma non vedo nella tradizione il cammino verso un principio da restaurare. La tradizione vive perché viene tradita. Trasmettere significa spostare, deformare, scegliere, perdere, aggiungere. Ogni generazione riceve un mondo e lo consegna diverso, anche quando proclama fedeltà assoluta. Senza questa infedeltà costitutiva, la trasmissione si riduce a conservazione funeraria. Un’origine che pretende di restare identica a sé attraverso i millenni finisce per chiedere obbedienza più che comprensione.

La stessa distanza torna davanti al tema del . Giubileo, passando attraverso l’Atman, gli stati dell’essere e la possibilità di una salvezza oltre la distinzione fra conoscitore e conosciuto, lascia intravedere una ricomposizione dell’individuale in un ordine più ampio. Io non vi accedo. L’io mi appare piuttosto come una sintesi provvisoria, un centro locale di raccolta e rielaborazione di dati provenienti dal corpo, dagli istinti, dagli urti del mondo, dalle storie che ci sono state consegnate e che ci raccontiamo per reggerci in piedi. Non è sovrano. Non è trasparente a sé stesso. Arriva tardi persino rispetto ai processi che pretende di governare. La sua dignità non dipende da una promessa di salvezza, ma dal fatto che, pur essendo fragile e fallibile, risponde delle proprie azioni senza potersi rifugiare in un’essenza sottratta al tempo.

L’io non è sovrano.
Arriva tardi persino
rispetto ai processi
che pretende di governare

E infine il linguaggio. Giubileo cerca nelle parole, nelle radici remote, nel puro «è», il deposito di una verità anteriore alle deformazioni della storia. È una ricerca affascinante, spesso suggestiva. Ma io tendo a sentire la parola in modo più terrestre. Il linguaggio non custodisce necessariamente un’origine: porta il mondo a una figura provvisoria. La poesia non apre una camera segreta dell’Essere, e non converte l’indicibile in dottrina. Vi si avvicina, lo sfiora, lo forza dentro una musica di materia verbale sapendo di non possederlo. L’arte non è la reliquia di una verità prima. È il gesto con cui l’uomo, senza garanzie metafisiche, crea intensità, stile, presenza. Anche quando evoca Dio, lo fa come una delle suggestioni più potenti mai sorte dalla mente umana, non come prova della sua realtà.

Il Parmenide di Angelo Giubileo ha il merito raro di riportare il discorso filosofico là dove brucia ancora: all’inizio. Non quello cronologico, ma quello che continua a interrogare ogni pensiero che non voglia accontentarsi dell’utile, del disponibile, del calcolabile. La sua ricostruzione restituisce a Parmenide una grandezza originaria e obbliga il lettore a misurarsi con l’Essere come problema ancora aperto. Proprio per questo il confronto non può risolversi in un omaggio deferente. Davanti al Medesimo che Giubileo difende, io resto nel tempo, nella materia, nell’errore, nella finitudine. Non cerco alle spalle del mondo un fondamento da recuperare, ma nel transito una forma da assumere. Non so quale delle due strade conduca più vicino al vero. So quale mi espone di più alla vita.

— Miro Renzaglia

SCHEDA LIBRO

Titolo: Parmenide
Autore: Angelo Giubileo
Editore: L’ArgoLibro
Anno: 2026
Pagine: 83
Prezzo: euro 10,00
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