VASCO ROSSI. SE PIÙ DI NIETZSCHE POTÉ LEOPARDI - un libro di Miro Renzaglia
Diciamolo subito: il libro di Miro Renzaglia non sottrae Vasco Rossi al nichilismo; sottrae il suo nichilismo alla scorciatoia critica più comoda, quella che lo riduce alla sola trasgressione, alla sola formula del cantante “maledetto”. La parola Nietzsche resta sul tavolo, naturalmente: c’è la vita spericolata, c’è Dio chiamato in giudizio, c’è il rifiuto dell’ipocrisia morale, c’è quel gesto continuo di urto contro la norma. Il volume, però, sceglie una strada più fertile. Entra nei testi, li ascolta con pazienza, li confronta con una tradizione alta e scopre che il canzoniere di Vasco lavora di preferenza in un'altra zona letteraria: più vicina a leopardi che al Grande Solitario.
Negli anni Ottanta
era nell’aria il sentirsi
«nietzschiani immaginari»
La prefazione di Luciano Lanna rafforza questa intuizione. Il riferimento a Nietzsche è riconosciuto, ma viene subito sottratto alla lettura scolastica: più che assimilazione filologica, Lanna parla di «un ancoraggio ad alcune suggestioni esistenziali» e ricorda come negli anni Ottanta fosse nell’aria il sentirsi «nietzschiani immaginari». È una formula che permette di leggere Vasco dentro una temperie culturale precisa: fine dei totem ideologici, ritorno dell’individuo, bisogno di libertà, disincanto generazionale.
Più Leopardi che Nietzsche, si diceva. Senza oltreuomo e senza eterno ritorno, l’accostamento resta suggestivo e parziale. Giacomo Leopardi, invece, offre una chiave più aderente: la realtà nuda, la necessità delle illusioni, la felicità mancata, la compassione per l’uomo comune, la vita come fardello del quale sarebbe stato meglio fare a meno non nascendo, secondo dettame del Sileno. Dettame che il cantautore riprende all'inizio della sua carriera «quelli che muoiono presto / quelli che però è lo stesso» (Siamo solo noi) e in seguito «La cosa più semplice / sarebbe quella di non esser mai nati» (Manifesto futurista della nuova umanità).
Da una parte c’è il poeta che sa quanto siano necessarie le illusioni per reggere l’urto della verità; dall’altra c’è Vasco che dichiara di aiutarsi con sogni e illusioni perché la realtà, guardata nuda, diventa quasi insopportabile. Non serve stabilire una derivazione scolastica, né cercare citazioni nascoste a ogni costo. Necessario, invece, è riconoscere una medesima postura davanti al mondo: il desiderio vuole felicità, il mondo la concede a frammenti, la coscienza resta sveglia e dolente dentro questa sproporzione.
La vita come fardello
del quale sarebbe stato meglio
fare a meno non nascendo,
secondo dettame del Sileno
I testi scelti nell’antologia non fanno da semplice apparato di servizio. Costruiscono un controcampo. Nietzsche entra nel libro come termine di verifica: il dionisiaco e la morte di Dio spiegano alcune risonanze (che comunque, non bastano a colmare le distanze con il filosofo data – come già s'è detto – la latitanza di superuomo ed eterno ritorno nel ragionamento cantautorale dell'emiliano). Leopardi porta la noia, le illusioni, il desiderio, il sonno, il dialogo con il venditore di almanacchi, il pastore errante davanti alla luna. Samuel Beckett e Eugène Ionesco portano la lingua scarnificata dell’assurdo, la scena quasi vuota, la parola che gira intorno a un’assenza. Søren Kierkegaard porta scelta, angoscia, responsabilità, possibilità. L’antologia, così, diventa una mappa: una costellazione utile a orientarsi dentro Vasco.
In particolare, con Beckett e Ionesco, il libro smette di interrogare soltanto i temi e comincia a interrogare la forma. Vasco ha costruito molta della sua forza su una lingua ridotta all’osso: frasi brevi, ripetizioni, interiezioni, slogan che diventano confessione, scene quotidiane lasciate a metà. In canzoni come Toffee o Ogni volta conta ciò che viene detto, e conta altrettanto ciò che resta sospeso. Una tazza di caffè, un asciugamano, un nome ripetuto, una domanda senza risposta: elementi minimi, quasi poveri, che aprono una scena intera. L’assurdo, in Vasco, passa spesso dalla porta ordinaria del linguaggio comune.
Il libro mostra che quella
comunità generazionale
cantava anche una
metafisica quotidiana
Il capitolo kierkegaardiano apre invece una soglia diversa. Dopo il lungo corpo a corpo con il nulla, con la terra, con la realtà senza garanzie, alcuni testi più recenti sembrano lasciare intravedere una possibilità ulteriore. Un mondo migliore viene letto come apertura, come domanda, come varco. Il libro conserva qui una prudenza necessaria: l’opera conta più della biografia spirituale dell’autore, e nessuna canzone autorizza conversioni critiche affrettate. Però l’accostamento a Kierkegaard è produttivo perché illumina il tema della scelta. Vasco canta spesso l’uomo davanti alle proprie possibilità, ai propri errori, al peso di ciò che ha vissuto. Anche quando rivendica gli sbagli, li assume come parte di un’esistenza intera.
Renzaglia prende sul serio Vasco senza trasformare le canzoni in trattati filosofici, senza costringerle a diventare ciò che non sono. Il loro valore resta musicale, vocale, scenico, generazionale; ma proprio per questo può sostenere un confronto con la letteratura e la filosofia. Vasco ha dato parole a una comunità larga, spesso scomposta, spesso insofferente verso i linguaggi ufficiali. Il libro mostra che quella comunità cantava anche una metafisica quotidiana: il senso che manca, il corpo che resiste, il desiderio che chiede, l’illusione che salva per un poco.
— Laura Forte
Scheda libro
Titolo: Vasco Rossi. Se più di Nietzsche poté Leopardi
Autore: Miro Renzaglia
Prefazione: Luciano Lanna
Copertina: Federico Renzaglia
Editore: Castel Negrino
Collana: PreTesti
Anno: 2021
Pagine: 166
Prezzo di copertina: € 14,90
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