USA: VENDE EURO E COMPRA YEN. CI PUÒ STARE. MA ALMENO AVVERTI PRIMA...

Washington ha venduto euro per sostenere lo yen e ha informato la BCE soltanto dopo l'operazione. Un'iniziativa legittima. Meno rassicurante è il modo in cui gli Stati Uniti intendono il coordinamento con l'Europa.

USA: VENDE EURO E COMPRA YEN. CI PUÒ STARE. MA ALMENO AVVERTI PRIMA...

Gli Stati Uniti dovevano sostenere lo yen. Potevano vendere dollari e comprare valuta giapponese, come accade normalmente in operazioni di questo tipo. Hanno preso un'altra strada: hanno venduto euro. Lo scambio è stato eseguito venerdì 31 luglio dalla Federal Reserve Bank di New York per conto del Tesoro americano, nell'ambito dell'intervento concordato con Tokyo. La Banca centrale europea ne è stata informata soltanto a operazione avvenuta. Christine Lagarde e il segretario al Tesoro Scott Bessent ne hanno parlato il giorno successivo.

Washington non ha venduto denaro appartenente all'Europa. Gli euro erano nelle riserve dell'Exchange Stabilization Fund statunitense e il Tesoro americano aveva pieno diritto di utilizzarli. Un portavoce del Tesoro ha ricordato che le decisioni sull'allocazione di quel fondo non vengono concordate con autorità straniere. 

Giuridicamente non c'è
un sopruso. Politicamente
c'è una scelta

La scelta consiste nel fatto che gli Stati Uniti hanno usato la valuta di un alleato per agire sul cambio di un secondo alleato senza ritenere necessario consultare preventivamente il primo. Secondo il Financial Times, alti funzionari della BCE hanno considerato il comportamento americano una rottura senza precedenti delle consuetudini di cooperazione fra le autorità monetarie occidentali. Per decenni gli interventi valutari fra i maggiori Paesi industrializzati hanno poggiato su un principio elementare: quando una decisione può incidere sulla moneta dell'altro, ci si parla prima. Questa volta non è accaduto.

C'è poi la ragione economica. Vendere dollari per comprare yen avrebbe potuto essere letto dal mercato come un'azione americana contro la forza del dollaro. Bessent sostiene invece una politica del dollaro forte. La vendita degli euro consentiva di aiutare Tokyo senza inviare quel segnale. L'America ha difeso la propria linea sul dollaro impiegando una riserva che quella linea non tocca. Quando gli interessi divergono, Washington tutela prima i propri.

L'operazione non era marginale sul piano politico. È il primo intervento congiunto di Washington e Tokyo a sostegno dello yen in quasi trent'anni. Lo yen era sceso vicino a 164 per dollaro, il livello più basso dal 1986, ed è poi risalito verso quota 158. Il Giappone aveva già speso decine di miliardi di dollari per difenderlo. Gli Stati Uniti hanno deciso di aiutarlo. Lo strumento scelto è stato l'euro.

L'episodio diventa così una questione europea. Da anni Bruxelles parla di autonomia strategica, di rafforzamento del ruolo internazionale dell'euro, di riduzione delle dipendenze, di una maggiore funzione della moneta unica come valuta di riserva. La BCE stessa registra una crescente capacità dell'euro di comportarsi come attività rifugio internazionale. Ma quello status comporta anche questo: altri Stati ne accumulano grandi quantità e possono venderle quando conviene ai loro interessi.

BCE considera
il comportamento Usa
una rottura
senza precedenti

È il funzionamento ordinario dei mercati valutari. Il problema comincia quando a quella libertà si sovrappone un rapporto politico definito continuamente come alleanza privilegiata. Nessuno deve chiedere il permesso di vendere le proprie riserve. Si può però ritenere opportuno avvertire l'alleato prima di usarne la valuta in un'operazione governativa condotta con una terza potenza. Washington ha mostrato di considerare secondaria questa distinzione.

All'Europa dovrebbe interessare il metodo più della quantità di euro venduta. Quando coincide con gli interessi americani, il coordinamento transatlantico viene celebrato come architettura comune. Quando li rallenta, diventa una formalità da espletare il giorno dopo.

Non è una crisi dell'euro né una guerra valutaria fra Europa e Stati Uniti. È qualcosa di più modesto: una misura pratica della gerarchia che Washington attribuisce all'alleanza economica occidentale. Gli Stati Uniti hanno deciso. Hanno operato. Poi hanno telefonato a Francoforte. Meno male che siamo alleati. Figuriamoci se fossimo nemici.

— Saldo Primario