SCRITTI SULLA TECNORIBELLIONE - di Antonio Finiello

SCRITTI SULLA TECNORIBELLIONE - di Antonio Finiello

Il rischio che si corre a leggere Antonio Finiello è doppio: custodirlo dentro la fedeltà del proprio ambiente oppure archiviarlo insieme al linguaggio politico che lo ha formato. In entrambi i casi si smette di guardare ciò che vedeva lui. Scritti sulla Tecnoribellione intercetta, già nel 1984, un passaggio decisivo: il potere moderno che comincia a spostarsi dalla fabbrica al terminale, dalla catena di montaggio alla banca dati, dal comando visibile alla procedura informatica. La macchina non si limita a riorganizzare il lavoro: comincia a stabilire le condizioni entro cui l’uomo comunica, produce, obbedisce, pensa e si pensa. La prefazione di Vincenzo Cancelli, evitando il tono commemorativo. Colloca Finiello nel punto in cui l’introduzione del computer e della cibernetica comincia a mostrare i suoi effetti su lavoro, economia, vita sociale.

Gli articoli contenuti nel libro riemergono da un lavoro d’archivio, con l’approvazione della moglie Pasquina e dopo una ricerca dei materiali usciti negli anni Ottanta sul periodico Parsifal. Il Centro Studi e Ricerca Cittadella costruisce intorno a Finiello una cornice di memoriafedeltàappartenenzabattaglia. Lui scrive da sindacalista, da uomo di parte, da osservatore interno a un mondo del lavoro che sta cambiando pelle. Non guarda la tecnica da una cattedra. La incontra nello sportello, nell’ufficio, nella postazione, nel corpo fermo davanti al videoterminale. Vede il codice prima che diventi documento ordinario della persona. Vede il robot prima che diventi sogno padronale senza corpo. Vede l’archivio elettronico prima che l’archivio diventi ambiente.

Antonio Finiello scrive da sindacalista,
da uomo di parte, da osservatore
interno a un mondo del lavoro
che sta cambiando pelle

Il computer, nelle sue pagine, entra con una doppia faccia. Può servire la medicina, la ricerca, l’organizzazione dei servizi. Ma può anche stringere l’uomo dentro una funzione parziale. La frattura non coincide semplicemente con quella prodotta da ogni grande innovazione tecnica. Il telaio meccanico e la catena di montaggio separavano già il lavoratore dall’opera compiuta; l’informatica aggiunge un livello ulteriore, perché trasferisce il comando dentro la procedura, dentro il codice, dentro una sequenza che l’operatore esegue senza vederne l’intera logica. Finiello insiste su questo rischio: l’uomo conosce il gesto, non il sistema che lo organizza. La sua diagnosi è dura, a tratti rigida, ma nasce da una percezione concreta: quando il lavoro perde padronanza del processo, l’intelligenza si riduce al perimetro consentito dalla macchina.

L’automazione toglie fatica. Toglie anche esperienzaresponsabilitàvisione d’insieme. Libera tempo e può svuotare il rapporto fra mano, mente e decisione. Il lavoratore viene educato a pensarsi come appendice: un punto d’accesso, un dato, una password, un corpo seduto davanti a uno schermo. Qui Finiello parla del computer del 1984, ma la scena ha continuato ad allargarsi. Oggi lo schermo non è più soltanto postazione. È ambiente di lavoro, memoria operativa, filtro quotidiano tra gesto e decisione.

Nel testo del maggio-giugno 1984, intitolato Il robot non è assenteista, il lavoro diventa il campo più concreto della sua diagnosi. La formula è sua e va lasciata alla sua durezza: il robot non si ammala, non sciopera, non rivendica, non interrompe la produzione. Finiello coglie la fantasia padronale della produttività senza biografia: una prestazione senza volto, una funzione senza rivendicazione, una forza-lavoro senza attrito. La robotica modifica il valore dell’uomo dentro la produzione. Il corpo, con la sua stanchezza e il suo conflitto, diventa il residuo da superare.

Finiello parla del computer del 1984,
ma oggi lo schermo non è più soltanto
postazione. È ambiente di lavoro,
memoria operativa, filtro quotidiano
tra gesto e decisione

La risposta di Finiello resta legata alla centralità del lavoro, alla partecipazione e alla cogestione. Dentro questa proposta agisce un’idea precisa: il mutamento tecnico oltre a separare il lavoro dalla comprensione del processo totale compromette la possibilità di incidere sulle sue finalità. Una società che automatizza senza ripensare il senso del lavoro produce tempo libero come scarto, disponibilità vuota, uomini formalmente alleggeriti da alcune fatiche e materialmente consegnati a nuove dipendenze.

Questa posizione appartiene ai primi anni Ottanta e a una cultura sindacale e politico-sociale che avverte la crisi delle grandi appartenenze del Novecento, senza consegnare il futuro al solo linguaggio del mercato o dell’efficienza tecnica. Sullo sfondo restano la dottrina sociale cattolica, la critica parallela al liberalismo economico e al marxismo amministrato. In una parte della destra sociale di quegli anni prende forma anche l’idea che il conflitto decisivo si sarebbe spostato verso le infrastrutture capaci di organizzare informazione, lavoro e denaro.

La moneta entra nel discorso di Finiello come infrastruttura di potere. Lo sportello bancario smette di essere soltanto la cassaforte del denaro e diventa il luogo del riconoscimento, dell’autorizzazione, della registrazione. In Ogni uomo un codice parla di “Banca Universale”, accentramento monetario, schedatura capillare, uomo ridotto a numero. Il lessico può stringersi in una espressione troppo compatta, ma la percezione resta forte: denaro elettronico, identificazione personale, archivi informatici e controllo sociale cominciano a convergere. Ogni smaterializzazione introduce una nuova mediazione di potere. Quando il denaro diventa pura scrittura informatica, chi controlla la scrittura controlla anche la soglia d’accesso alla vita ordinaria.

Nello scritto sullo “zamidzat elettronico” Finiello sposta l’attenzione sull’Est (allora) comunista e coglie un’altra ambivalenza. La tecnologia può rafforzare il centro e aprire vie laterali. Può servire il burocrate e il dissidente. Può archiviare l’obbedienza e trasmettere l’insubordinazione. L’informazione elettronica entra così nel cuore dei sistemi chiusi come promessa di efficienza e come rischio di contagio. La macchina passa sempre attraverso bisogni, paure, interessi, abitudini. Il controllo non arriva soltanto nella forma del comando. Arriva anche dove semplifica, ordina, anticipa, rende il gesto più rapido e meno faticoso.

La postfazione, aggiorna il discorso
all’Intelligenza Artificiale e porta
la questione sulla soglia decisiva:
la delega del pensiero

La postfazione, a cura degli editori, aggiorna il discorso all’Intelligenza Artificiale e porta la questione sulla soglia decisiva: la delega del pensiero. Dal computer come macchina di calcolo si arriva all’algoritmo come produttore di linguaggio, immagine, analisi, decisione apparente. La posta cresce. Essere controllati da una banca dati è già molto. Consegnare alla macchina il gesto stesso della formulazione è qualcosa di più intimo. Scrivere, scegliere, ricordare, riassumere, valutare: attività che costituivano l’attrito della coscienza vengono trasformate in servizio.

L’uomo nasce dentro l’errore, costruisce strumenti per orientarsi, inventa protesi per non soccombere al caos. Ogni protesi contiene una tentazione: diventare autorità. Lo strumento nasce per sostenere l’instabilità dell’uomo; poi tende a correggerla, normalizzarla, sostituirla. La macchina può anche sbagliare, ma il nodo più serio sta altrove: l’uomo, stanco del proprio errore, può cominciare a preferire una risposta senza esperienza a un pensiero attraversato dal rischio.

Alcune pagine di Finiello portano il peso del proprio tempo, del proprio ambiente, della propria lingua politica. La denuncia dell’accentramento mondiale funziona meglio quando resta ancorata ai passaggi concreti: banche, codici, archivi, procedure, poteri di accesso. La critica alla scienza come nuova religione coglie un punto reale, ma rischia di confondere metodo scientifico, apparato tecnico e potere economico. La tecnica non coincide con il modo in cui viene amministrata socialmente, né il capitale esaurisce ogni uso possibile degli strumenti che produce. Tenere distinte queste soglie rende la critica più forte.

Il libro resta documento di una stagione militante in cui una paura oggi diventata paesaggio prende forma. Le sue intuizioni migliori sembrano scritte per il presente. La tecnoribellione comincia quando l’uomo torna a usare lo strumento senza inginocchiarsi davanti alla sua promessa di sollievo.

— Miro Renzaglia

SCHEDA LIBRO

Titolo:
 Scritti sulla Tecnoribellione. Dall’età analogica all’era dell’I.A.
Autore: Antonio Finiello
Editore: Centro Studi e Ricerca Cittadella
Collana: Il Faro
Anno: 2026
Pagine: 83
Prezzo: € 10,40
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