NIETZSCHE, MORALE E "GRANDE POLITICA" - un libro di Alain de Benoist

NIETZSCHE, MORALE E "GRANDE POLITICA" - un libro di Alain de Benoist

In questo libro di Alain de Benoist la morale perde subito l’aureola. Scende dal cielo delle verità eterne e torna fra i corpi, gli istinti, le paure, le volontà che l’hanno prodotta. L'autore legge Nietzsche a partire da questa frattura: un valore vale perché qualcuno, in un certo tempo, dentro una certa forma di vita, ha avuto la forza o il bisogno di imporlo. Il bene smette di essere una sostanza. Diventa una provenienza. La virtù smette di parlare con voce neutra. Porta addosso il segno di chi l’ha nominata, usata, difesa, trasformata in disciplina.

La nota di Stefano Vaj colloca il saggio nel mondo del GRECE e della ricezione nietzschiana della Nouvelle Droite. La prefazione di Gennaro Malgieri, datata 1979, ne accentua il carattere militante: Nietzsche vi appare come distruttore degli idoli, pensatore della crisi europea, figura di una liberazione aristocratica dello spirito. Il nucleo di de Benoist procede in due movimenti: genealogia della morale e grande politica. L’appendice con Guillaume Faye chiude il cerchio, spingendo Nietzsche verso una lettura antiumanista, antiegualitaria, sovrumanista, europea. Il libro dichiara così la propria natura: documento di battaglia culturale, con ambizione filosofica, più che esercizio filologico neutrale.

Nessuna morale è innocente
quando nasce dal bisogno
di vendicarsi della vita

Prima di giudicare un valore occorre risalire alla sua provenienza. La morale ha una genealogia, una fisiologia, una destinazione. Esprime un tipo umano e ne prepara un altro. Il cristianesimo entra in questa storia come forma compiuta di una conversione: il dolore non resta più esperienza del corpo, diventa indizio morale, segno di una mancanza, traccia di un debito verso Dio. Il prete intercetta la ferita, la interpreta e poi si offre come medico della malattia che contribuisce a stabilizzare. Il peccato diventa il nome religioso della cattiva coscienza. Il debito concreto si trasforma in obbligazione metafisica. L’uomo soffre; il prete gli insegna a cercare la causa della sofferenza dentro di sé. La morale consola, governa, addestra, produce soggetti compatibili con il proprio dominio.

L’inversione dei valori prende forma su questa soglia. Il forte, nella lettura nietzschiana ripresa da de Benoist, chiama buono ciò che sgorga dalla sua potenza, dalla sua volontà di forma, dalla sua adesione affermativa al mondo. Il debole, incapace di affermarsi nello stesso registro, rovescia la tavola: la forza diventa colpa, la salute arroganza, la grandezza violenza, la rinuncia virtù. Il risentimento diventa creatore. Il no dell’impotente si organizza in sistema morale e pretende di giudicare la vita dall’alto della propria ferita. Nessuna morale è innocente quando nasce dal bisogno di vendicarsi della vita.

L’etica dell’onore e la morale del peccato disegnano due antropologie. L’onore appartiene a un mondo in cui l’uomo risponde davanti a sé stesso, alla propria comunità, ai propri esempi, alla misura interna della sua forma. Il peccato appartiene a un mondo in cui l’uomo viene consegnato a un giudice invisibile e a una colpa sempre riattivabile. La coscienza, nell’etica dell’onore, è una prova di tenuta. Nella morale del peccato diventa un registro di imputazioni. Da una parte l’uomo che si misura. Dall’altra l’uomo che si accusa.

Per de Benoist, la politica
degna del nome esige 
volontà, decisione,
gerarchia, mito, direzione

Una volta mostrato che i valori sono produzioni storiche di tipi umani, la genealogia diventa grande politica. La domanda riguarda il tipo umano da favorire, la civiltà da generare, l’Europa da ereditare e consegnare. Per de Benoist, la politica degna del nome esige volontà, decisione, gerarchia, mito, direzione. La piccola politica gestisce bisogni. La grande politica produce forma storica: per questo ha bisogno del mito.

Il mito non illustra un programma: lo rende sensibile, lo carica di immagini, lo trasforma in forza di attrazione. De Benoist insiste su un Nietzsche che vuole colpire l’immaginazione. Quando una civiltà ha perso una lingua comune dei valori, la dimostrazione razionale arriva tardi, o arriva vuota. Il mito chiama uomini capaci di sostenere una direzione e trasforma la filosofia in energia storica. Qui entrano volontà, indicazione del nemico, potenza esterna di una comunità. L’amministrazione sociale, nella sua lettura, abbassa la politica a gestione del benessere; la grande politica richiede comando e direzione.

Da qui nasce il tentativo di recuperare uno Stato sottratto alla gestione democratica, liberale, mercantile, assistenziale: Stato alto, Stato di volontà, Stato capace di concentrare autorità e imprimere a una comunità una direzione comune. Ma Nietzsche colpisce più a fondo di De Benoist. Il suo sospetto riguarda lo Stato in quanto Stato: il freddo mostro che parla in nome del popolo, assorbe energia individuale, pretende obbedienza, produce gregge anche quando promette grandezza. La mia linea critica parte da qui e guarda lo Stato nel basso della sua macchina concreta: protezione che diventa monopolio, monopolio che presenta fattura, sicurezza che si allarga in sorveglianza, potere che lavora prima di tutto alla propria durata. La grande politica promette altezza, ma può finire per dare al Leviatano una nuova giustificazione estetica.

Qui nasce il tentativo di recuperare
uno Stato sottratto alla gestione
democratica, liberale, mercantile.
Ma Nietzsche colpisce più a fondo
di De Benoist. Il suo sospetto
riguarda lo Stato in quanto Stato

Il regno della quantità, del comfort, della durata biologica elevata a scopo, della sicurezza scambiata per felicità è il volto antropologico della stessa decadenza. L’ultimo uomo cerca protezione, manutenzione, assicurazione. La modernità mercantile tende a ridurre la vita a conservazione, consumo, neutralizzazione del rischio. Il Nietzsche di de Benoist è antiborghese prima ancora che antidemocratico: detesta l’uomo che baratta il possibile con il comodo e chiama progresso la propria riduzione.

La lettura europea di de Benoist sottrae Nietzsche sia ai piccoli nazionalismi sia alla sua neutralizzazione progressista. Il buon europeo resta avversario della Germania bismarckiana e guarda a una dimensione continentale più vasta. De Benoist pensa questa Europa come forma di potenza, possibilità di grande politica, campo storico nel quale cultura, volontà e destino dovrebbero tornare a coincidere. La prospettiva non è amministrativa, giuridica o mercantile: è una forma continentale aristocratica, antimoderna e antimercantile.

La demolizione dell’altare morale sembra cercare subito un’altra pietra da consacrare. De Benoist vede la prigione morale e ne smonta molte serrature, ma la demolizione non resta senza tentazione fondativa. Il dualismo morale cristiano viene criticato, mentre un altro sistema di opposizioni rigide torna a organizzare il campo: forte e debole, sano e malato, aristocratico e gregario, verticale e orizzontale, virile e femminile. La morale del peccato viene smascherata; al suo posto affiora una morale della selezione. Il rischio è un Nietzsche troppo ordinato, troppo funzionale, troppo pronto a diventare grammatica di campo e di parte.

La macchina delle tavole va incrinata quando pretende di separare il mondo in poli nemici. Verità ed errore, vita e morte, corpo e spirito, essere e divenire vanno ricondotti alla loro implicazione, alla loro instabilità, alla loro comune appartenenza alla terra. L’errore è condizione originaria della conoscenza, privilegio terrestre, forma del viaggio, materia stessa del tentativo di superare ogni dualismo. Il terzium datur richiamato da Giovanni Sessa non media fra contrari già dati: riporta tutto alla physis, al terreno comune in cui forma, corpo, tempo ed errore si tengono senza bisogno di una gerarchia fissata una volta per tutte.

La demolizione dell’altare
morale sembra cercare subito
un’altra pietra da consacrare.
Il rischio è un Nietzsche troppo
ordinato, troppo funzionale, troppo
pronto a diventare grammatica
di campo e di parte.

De Benoist strappa Nietzsche alle letture edificanti, ma tende a trasformare la genealogia in ordinamento. Dopo aver mostrato che ogni morale nasce da un corpo, sembra dimenticare che anche la morale della forza nasce da un corpo, da un desiderio, da una paura, da una costruzione storica. Anche l’aristocrazia può diventare superstizione quando smette di interrogare sé stessa.

Il martello, tornato per un momento nelle mani giuste per demolire quel che andava demolito, pretende di farsi cesello di una nuova fondazione. Quando, invece, la genealogia va allora spinta fino alle sue ultime conseguenze: nessuna salvezza metafisica, nessuna redenzione politica, nessuna gerarchia innocente. Solo materia, tempo, errore, forma provvisoria, responsabilità dell’atto. La grande politica affascina perché promette forma contro dissoluzione, destino contro consumo, altezza contro mediocrità; proprio questa promessa può farsi altare, comando, catechismo rovesciato. Nietzsche viene fatto diventare il legislatore di un nuovo ordine. Non il detonatore, quale è e resterà,  che impedisce a ogni ordine di dimenticare la propria origine e di edificarsi in una nuova chiesa morale, rovesciata di segno: con i suoi dogmi, i suoi riti, le sue benedizioni, i suoi cieli capovolti.

— Miro Renzaglia

Scheda libro
Titolo:
 Nietzsche, morale e “grande politica”
Autore: Alain de Benoist
Titolo originale: Nietzsche. Morale e « grande politique »
Nota alla seconda edizione: Stefano Vaj
Prefazione: Gennaro Malgieri
Appendice: Intervista di Nietzsche Académie a Guillaume Faye
Editore: Moira Edizioni
Luogo: Milano
Anno: 2026
Prezzo: € 15,60
Pagine: 82
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