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Il carcere non è un argomento - Ai margini del caso Youssef Siher

La liberazione di Youssef Siher riapre il confine tra custodia cautelare e pena anticipata. La sicurezza non autorizza il carcere in attesa delle prove.

Youssef Siher, carcere e bilancia della giustizia: composizione editoriale

Il cancello di San Vittore si è aperto nel pomeriggio del 28 ottobre. Youssef Siher vi era detenuto dalla notte di sabato 24, quando era stato fermato come amministratore dei canali social del Movimento 17 ottobre. Giorgia Meloni ha definito «vergognosa» la decisione che ne ordinava la liberazione. La parola trasforma l'uscita dal carcere in una sconfitta dello Stato e la libertà di un indagato in un'offesa arrecata alla «gente perbene» invocata dalla stessa premier.

La giudice Tiziana Landoni non ha assolto Siher né chiuso l'inchiesta. Ha rifiutato di convalidare il fermo e di applicare la custodia cautelare richiesta dalla Procura, perché non ha ravvisato né un pericolo di fuga né gravi indizi di colpevolezza per le accuse contestate. Per trattenerlo in cella serviva qualcosa di più, anche perché i canali attribuiti a Siher erano stati aperti la sera del 18 ottobre, quando le devastazioni del 17 e del 18 si erano già consumate.

La custodia cautelare non serve a certificare la bontà di un'indagine e neppure a ricompensare il lavoro delle forze dell'ordine. Polizia e procura raccolgono gli elementi; un giudice verifica se consentano di privare una persona della libertà prima del processo. Definire quel controllo, come ha fatto la presidente del Consiglio, una «mortificazione» capovolge l'ordine delle garanzie.

Il processo chiede di sopportare un dubbio, e la custodia cautelare è diventata il modo più rapido per toglierselo di torno.

Più delle parole di Meloni, mi colpisce il consenso che hanno raccolto. Le notti a San Vittore sono sembrate a molti un acconto ragionevole, e la scarcerazione un rimborso non dovuto. È il riflesso di chi segue sullo schermo del telefono la spedizione di un pacco: l'acquisto è confermato e si aspetta che suoni il citofono. Se il pacco torna al mittente, qualcuno ha sbagliato. Che in questo caso il pacco sia un uomo passa in secondo piano. Beccaria voleva la pena pronta, vicina al delitto, ma voleva anche che prima della condanna la cella servisse soltanto a impedire la fuga o la sottrazione delle prove, perché chi vi entra non è ancora colpevole. Della sua lezione ci è rimasta la fretta; la condizione l'abbiamo lasciata alla giudice, che l'ha cercata e non l'ha trovata. Credo che la richiesta di una cella immediata nasca da una sfiducia nel tempo, prima ancora che nei giudici. Il processo chiede di sopportare un dubbio, e la custodia cautelare è diventata il modo più rapido per toglierselo di torno.

La Procura aveva valorizzato tre elementi: la dichiarazione di «guerra a questo presente infame», l’organizzazione delle piazze attraverso messaggi temporizzati e il vademecum Rivoluzione, istruzioni per l’uso. La giudice ha letto gli stessi materiali senza trovarvi un invito preciso a colpire persone o cose. Le quattro pagine diffuse nel canale erano state private delle indicazioni offensive presenti nel documento integrale. Una frase radicale può inquietare senza per questo diventare reato: la Corte costituzionale aveva fissato il limite già nel 1970, a proposito dell'apologia, e Landoni lo ha applicato all'istigazione contestata a Siher. La manifestazione del pensiero è penalmente rilevante quando risulta concretamente idonea a provocare delitti. Anche il nuovo articolo 420-bis, entrato in vigore il 23 ottobre, richiede un gruppo organizzato, strumenti atti a offendere e un pericolo concreto.

Matteo Salvini ha domandato se la giudice pagherà personalmente qualora si verifichino nuove violenze. La domanda trasferisce la responsabilità da chi eventualmente commetterà un reato a chi ha rifiutato di prevederlo senza prove. Al giudice verrebbe così assegnato un compito diverso: garantire il governo contro ciò che teme. A quel punto la prudenza consiglierebbe di non scarcerare più nessuno.

La domanda trasferisce la responsabilità da chi eventualmente commetterà un reato a chi ha rifiutato di prevederlo senza prove.

Restava da trovare un movente personale. Landoni aveva firmato nel 2025 un appello di giuristi per Gaza e la sua decisione sarebbe dunque nata da una prossimità politica con Siher. Tuttavia, lo stesso appello, che richiamava lo Statuto della Corte penale internazionale, era stato sottoscritto anche dalla pm Francesca Crupi, titolare dell'inchiesta e favorevole al carcere. Due magistrate hanno condiviso quel testo e sono giunte a conclusioni processuali opposte. Se la firma dettasse le decisioni, Crupi avrebbe dovuto chiedere la scarcerazione.

Lo Stato conserva tutti i propri strumenti. La Procura può proseguire le indagini e impugnare l'ordinanza; Siher potrà essere processato se emergeranno elementi adeguati. La sicurezza pubblica non perde nulla quando una misura cautelare viene sottoposta alle condizioni stabilite dalla legge. La giudice ha impedito che l'indagine cominciasse dalla pena.


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