RITORNO A PATMOS - un libro di Francesco Colafemmina
Ci sono dei libri che si presentano per quello che non sono. Meglio sarebbe dire che hanno una profondità che spesso il titolo non fa affiorare, nella sua inevitabile amputazione sintetica. Tra questi, Ritorno a Patmos di Francesco Colafemmina, edito da Passaggio al Bosco, svetta per dissimulazione. Il sottotitolo è Diario di un viaggio dell’anima e qui si annida il sommo mascheramento.
Dovrebbe essere un diario di viaggio, e lo è; dovrebbe descrivere l’isola di Patmos, e lo fa; dovrebbe essere un’analisi introspettiva nei più intimi anfratti dell’animo dell’autore, e anche qui corrisponde alla descrizione. «E allora?», si domanderebbe lo sfortunato lettore di questa recensione. Corrisponde in toto al testo. E invece no! Attraverso quelli che sono degli escamotage, interroga il lettore e si pone come guida reticente a uno spirito che riaffiora dal testo in ogni momento della lettura, elevandolo a semplice, seppur intrigante, strumento di riflessione ampia e mai semplicemente ancorata all’atmosfera che si respira su quell’isola, santificata non solo dalla presenza di san Giovanni, che qui scrisse l’Apocalisse, ma da secoli di sacralità stratificata, che ha accolto dèi mediorientali e greci, nonché santi cristiani, in una continuità che dovrebbe far riflettere circa la profondità a cui attinge il pensiero di Colafemmina, che ne rintraccia egregiamente i segni in ogni piccolo accadimento del suo viaggio.
Sarà che sono stato più volte a Patmos e che percorro la Grecia fin dal 1970 (inizialmente al seguito dei miei genitori), ma questo libro, come tutti i libri veramente riusciti, mi ha trasferito non notizie che non conoscessi già, ma posture dell’anima che anch’io ho provato in quei lidi, a partire dal suo fastidio quando sente qualcuno parlare la lingua turca che a me, come riflesso condizionato, fa immediatamente pensare a Costantinopoli, «la Città», e non a Istanbul, che non esiste. L’autore stratifica le sue pagine inserendovi cammei di vita vissuta e del suo passato, talvolta doloroso ma mai rinnegato, nonché scene del viaggio in cui, senza nessuna reticenza, racconta anche quello che certa Grecia è diventata (almeno nei mesi estivi). Scorrono così le immagini di turisti ignoranti che non sanno neanche che il Dodecanneso è stato italiano, di rumorose navi da crociera che vomitano passeggeri che, come formiche impazzite, riempiono tutti gli spazi, ma anche di villeggianti greci che possono risultare particolarmente molesti con la loro esuberanza, che sconfina talvolta nella maleducazione.
Il fare ritorno non è mai
un atto scellerato,
ma è sempre una rinascita
Insomma, come dice l’autore, persone che, brandendo il loro telefonino, cercano una verità dell’isola pensando di trovarla nelle recensioni dei ristoranti che ti propinano uno spaghetto cacio e pepe a 27 € la porzione (la vecchia santa abitudine dell’oste che ti invita in cucina per vedere i piatti cucinati del giorno è ormai ridotta al lumicino). Al di sotto di tutto questo esiste invece una realtà che va trovata e che passa per un asino che raglia al mattino, rinfrancato dal sole che sorge, per un gatto nero appallottolato all’ombra di una tamerice, per il mare, sì, ma trasfigurato in elisir purificatore in un rituale che, come un’iconostasi ortodossa, nasconde il sacro all’occhio frettoloso e dissacrante del turista superficiale che tende a ricoprire tutto con la sua sguaiatezza. Perché, come dice l’autore, «il mistero, come la natura in Eraclito, ama nascondersi. Perché possiamo disvelarlo di tanto in tanto, perché non scolori troppo dinanzi al nostro sguardo avido di cose terrene, di realtà, di razionalità, o d’irrazionale disordine. Esiste una misura divina, e questa misura va custodita nei recessi celati, perché non la danneggi l’ostensione alla massa, perché non venga dilaniata alla fine della festa, come il carro della Bruna di Matera».
C’è un passo rivelatore di tutto questo: «A Lefkas la spiaggia è deserta. […] Là dove i tronchi delle tamerici, contorti e piegati in direzione del mare, creano un ampio rifugio d’ombra, arriva una tortora. È così elegante, niente a che vedere con la tronfia cafoneria dei piccioni. […] Tutt’intorno è silenzio: una spiaggia fuori dal tempo. […] Forse è in questa solitudine solare che le ideologie del presente perdono ogni peso, scolorano in illusione». Ecco, è questa immagine la chiave ispiratrice del testo. Bisogna farsi tortora, anche se intorno a noi i piccioni strillano e si dimenano cercando di accaparrarsi tutto lo spazio e ogni briciola che trovano. Bisogna farsi tortora per placarsi, per riflettere, per ritornare ancora una volta in quel posto che dà significato e senso alla nostra esistenza. Bisogna non farsi distrarre dalle false Patmos create ad arte per depistare e approdare a quell’unica isola che può darci delle risposte. È dentro di noi che dobbiamo indagare, facendo sedimentare quel flusso del presente che tende a trascinarci via dalla riva incontaminata, seppur carica di cicatrici, che la nostra Patmos interiore rappresenta.
Bisogna farsi tortora
per placarsi, per riflettere,
per ritornare ancora una volta
in quel posto che dà significato
e senso alla nostra esistenza
Colafemmina cercava i ricordi del suo primo viaggio a Patmos, ma candidamente dichiara di non averli trovati. Ma attraverso Patmos ha recuperato altre memorie: i nonni, il paese natio, i suoni, i profumi di una terra che non solo può ancora vivere nei ricordi dell’adolescente, ma si fa fertile anche per l’adulto, magari disincantato, ma mai deluso da quell’approdo, come l’Odisseo di Kavafis. Mi ha spinto a pensare al perché di tutti i miei viaggi, alla fine estenuanti, per ogni dove in Grecia. Mi ha donato una falsa pista: il ritrovare, oltre le rimembranze da liceale, una patria fittizia, quella del ricordo di una mia bisnonna originaria di Patmos, ma che se ne andò a Syros, e di un mio bisnonno che da Idraapprodò anch’esso là e che generarono mio nonno, che partì da quei lidi per farsi italiano, sposando una siracusana, senza mai scordarli e sempre ritornando. E attraverso quella falsa pista mi ha ricordato la sola cosa che conta: che il fare «ritorno» non è mai un atto scellerato, ma è sempre una rinascita se riusciamo a trovare dentro di noi quel sole che nasce ad oriente e che ci tiene vivi nel profondo. L’isola fatta di sole, luce, salsedine, vento e silenzio ci insegna ad andare all’essenziale, lasciandoci alle spalle tutto quello che ci viene offerto nel clamore, a caro prezzo, ma che non ha valore.
Colafemmina, per chi lo vuole ascoltare, ci indica una via isolana e isolata. Una via perigliosa fatta di sole che riscalda, ma che può bruciare; di luce che permette la vista, ma che può accecare; di salsedine che dà sapidità, ma che può rinsecchire; di vento che spinge le vele, ma che sconquassa la nave del nocchiero presuntuoso; e di silenzio che ottunde i rumori e rende acuti i sensi. L’importante è voler mettersi in gioco e saper discernere, senza mai farsi inghiottire dalla nostalgia, ma cavalcandola come un destriero alato che può condurci, con le sue morbide movenze, in un altrove dove il tempo non ci trascini via violento, ma ci culli, nella speranza che queste carezze siano di linimento e di sprone.
Esiste una misura divina,
e questa misura va custodita
nei recessi celati
Mentre chiudo il libro appena letto e di cui già sto rileggendo dei brani, mi affiora alla mente un ricordo: la scena finale di Mediterraneo, il film di Salvatores, in cui tre dei protagonisti si ritrovano, vecchi e disillusi, a pelare melanzane e, ridendo, a ricordare le illusioni passate, ma lontani dalle rutilanti illusioni dell’oggi. E mentre la camera fa una carrellata su un’isola brulla, avvolta da una caligine di luce soffocante, affacciata su un mare cristallino, scorre, prima dei titoli di coda, la frase: «dedicato a tutti quelli che stanno scappando». Una fuga che, come ogni ritorno, è evasione dalla tetra prigione in cui vogliono relegarci con comportamenti coatti e omologati e che serve a liberarci da tutto ciò che non è essenziale, respirando a pieni polmoni l’aria che profuma di origano, appena fuori dalle mura del carcere che sanno di muffa.
Se questo è stato l’intento di Colafemmina, non so. Ma il mio entusiasmo, velato da una dolce malinconia, ne testimonia la qualità emotiva. In fin dei conti, «Siamo tutti figli dell’Ellade serena».
– Mario Grossi
SCHEDA LIBRO
Titolo: Ritorno a Patmos – Diario di un viaggio dell’anima
Autore: Francesco Colafemmina
Editore: Passaggio al Bosco
Anno: 2026
Pagine: 152
Prezzo: € 12,00
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