IL CALCIO È MONDIALE - La regola è comune. L’invenzione ha mille accenti

IL CALCIO È MONDIALE - La regola è comune. L’invenzione ha mille accenti

Ieri sera, nel New Jersey, le due squadre parlavano spagnolo. Qualcuno, tra Londra e Pechino, avrebbe fatto fatica a capire cosa si sono detti i capitani mentre si scambiavano gagliardetti e scongiuri bardati da "vinca il migliore". Poi, l'arbitro ha fischiato, ed è cominciata l'altra lingua: quella che parla con i piedi. Da lì in avanti il mondo ha capito benissimo. Un taglio alle spalle del difensore, un raddoppio sulla fascia, un fallo laterale, un calcio di punizione dal limite, il pallone che varca la linea: è goal. Lo stesso senso sotto qualsiasi cielo. Nessuno ha dovuto tradurre. E nessuno ha dovuto rinunciare al proprio accento.

Un ragazzino butta a terra due felpe e ha già la sua porta. Il campo è corto, la partita finisce quando lo chiamano per cena. Dentro quel rettangolo storto c'è lo stesso gioco che ieri ha riempito uno stadio da ottantamila. Cambiano le misure, non la sostanza: strappare all'avversario uno spazio e portarci dentro il pallone. Il solo confine è la regola comune che dà rigore all'invenzione. Grazie a quell'unico confine, un campetto di Buenos Aires e una scuola calcio a Bangkok possono giocare la stessa partita.

Lo stile del calcio
è la storia
che entra nelle gambe

Ogni partita è un discorso che si compone mentre lo guardi. Qualcuno lo scrive per frasi brevi; qualcun altro trattiene il pallone dentro una frase che non finisce mai. Chi legge non sa mai se arriverà prima una rima baciata o un errore di ortografia. E il gioco dell’incertezza dura novanta minuti: parola per parola, capitolo per capitolo. Fino al The End del triplice fischio.

E poi ci sono gli accenti. Sul Río de la Plata gli inglesi portarono il calcio. Nei potreros il dribbling diventò gambeta. Nei potreros il dribbling diventò gambeta. Lo stesso gesto prese un’altra cadenza: l’inganno del corpo affinato negli spazi stretti. La grammatica veniva da Londra, la pronuncia era già argentina. Helenio Herrera arrivò all’Inter proprio con l'Argentina alle spalle ma imparò in fretta la finezza brutale del catenaccio italiano. Fu proprio una squadra della sua Argentina, l’Independiente, a provare a restituirgli la lezione nella finale intercontinentale del ’65. Le buscò di santa ragione a Milano, tre a zero, e al ritorno rimase inchiodata sullo 0-0 dalle magie di Sarti. Non sono i cromosomi a dare lezioni, ma la velocità di chi ruba con gli occhi e restituisce con i piedi al pallone l'impulso nervoso assimilato. Lo stile del calcio è la storia che entra nelle gambe.

La purezza sta nei musei.
Sul campo diventa
sterilità

Il calcio viaggia. Messi, argentino, è diventato calciatore a Barcellona. Un dialetto vivo prende parole in prestito e le storpia a modo suo. La purezza sta nei musei. Sul campo diventa soltanto sterilità. L'omologazione comincia quando tutti imitano tutti. Ma nel calcio, per grazia del breriano dio Eupalla, è impossibile ripetere due volte lo stesso gesto tecnico: cambia il vento che c'è o non c'è, la zolla bagnata o asciutta, l'equilibrio di chi calcia, la pressione dell'avversario, la posizione, la potenza, l'effetto impresso o non impresso al pallone.

Schemi e dati viaggiano pure da un continente all'altro. Ma un cucchiaio o una rabona sono ancora capaci di far volare per aria tablet e lavagne. Se sugli spalti i rituali vi sembrano identici, è solo perché non avete l'occhio allenato a distinguere l'imprinting di un campanile dall'altro. E un inno come quello dell'A.S. Roma non ce l'ha nessun altro al mondo.

L'universale ridotto
all'uniforme è un duty free:
le stesse vetrine
e nessun luogo

Il Mondiale mette in scena una comunità planetaria di differenze che accettano la stessa misura. Ogni nazionale acquista senso solo incontrando le altre. Se giocassero tutte allo stesso modo resterebbero le bandiere sulle maglie, e sotto le bandiere squadre intercambiabili. L'universale ridotto all'uniforme è un duty free: le stesse vetrine e nessun luogo. Scambiare una grammatica condivisa per omologazione significa confondere la possibilità di capirsi con l'obbligo di dire la stessa cosa.

L'uniformità, semmai, sta già tutta intorno al campo. Sponsor e regie televisive confezionano la partita su un modello industriale. Dentro le righe qualcosa è sfuggito anche stavolta: un rimpallo, il gesto che un campione ha inventato un attimo prima di pensarlo. Le regole valevano per tutti. La vittoria no: l’hanno decisa i piedi. Ieri il calcio ha parlato spagnolo in due accenti, e il disaccordo tra i due si è sciolto solo all'ultimo pallone.

— Miro Renzaglia