PASSA LO STABILICUM MA SENZA PREFERENZE - La "palude" è maggioranza

PASSA LO STABILICUM MA SENZA PREFERENZE - La "palude" è maggioranza

Lo Stabilicum è stato approvato dalla Camera. È caduto soltanto l’emendamento sulle preferenze, bocciato per un voto ieri l'altro (leggi qui, segue il link dell'articolo di eri): centottantotto a centottantasette. La maggioranza ha dunque portato a casa la legge che assegna il premio alla coalizione vincente, ma ha perso proprio sul punto che avrebbe consentito agli elettori di scegliere una parte dei parlamentari. Il tabellone si accende, i deputati contano, ricontano, si guardano attorno come in una classe dove qualcuno ha tirato il cancellino e nessuno vuole fare il nome. Per scegliere il governo gli italiani vengono descritti come maturi, responsabili, chiamati a decidere il destino della nazione. Per scegliere il proprio deputato, invece, devono essere protetti da sé stessi.

L’elettore potrà indicare
chi governerà il Paese,
ma sui candidati 
dovrà solo ratificare

La nuova legge elimina i collegi uninominali, mantiene un impianto proporzionale e assegna un premio alla coalizione che supera la soglia prevista. Sulla scheda comparirà anche il nome del candidato indicato per Palazzo Chigi. Il comando avrà dunque un volto riconoscibile, mentre i parlamentari continueranno ad arrivare attraverso liste decise dai vertici dei partiti. L’elettore potrà indicare chi deve governare il Paese, ma davanti all’elenco dei candidati dovrà limitarsi a ratificare. La sovranità popolare viene ammessa fino all’ingresso del ristorante; il tavolo, il posto e il menù continuano a deciderli i capi.

Il motivo della rivolta è persino comprensibile. La preferenza espone. Costringe il candidato a farsi vedere nel collegio, a incontrare persone vere, a spiegare cosa ha fatto, magari perfino a ricordarsi dove si trova il territorio che rappresenta. Soprattutto, obbliga a competere con i compagni di partito. Una barbarie. Il parlamentare nominato vive in un ecosistema più civile: la sua carriera dipende da chi compila le liste, mentre chi le vota può limitarsi ad applaudire. Può mostrarsi feroce in televisione, inflessibile sui social, patriottico a comando. Davanti all’elettore con la matita in mano, però, torna improvvisamente prudente. La democrazia è bellissima finché non pronuncia un cognome.

La democrazia
è bellissima finché
non pronuncia un cognome

Giorgia Meloni ha definito il risultato una vittoria della «palude». Immagine efficace, solo che la palude portava il badge della maggioranza. Dentro c’erano i voti mancanti della Lega, di Forza Italia e probabilmente anche di Fratelli d’Italia. Da quel momento è cominciata la caccia al traditore: sospetti nel Transatlantico, accuse tra alleati, cifre che oscillano, messaggi esibiti come certificati di fedeltà. Tutti d’accordo quando si trattava di conquistare il premio di maggioranza. L’armonia si è incrinata appena qualcuno ha proposto di lasciare agli elettori una parte della distribuzione.

Le opposizioni hanno celebrato la sconfitta dell’emendamento con l’aria di chi aveva appena salvato la Repubblica. In realtà hanno contribuito a conservare le liste bloccate, cioè il meccanismo che consegna ai vertici dei partiti la scelta degli eletti. Hanno dimostrato che Meloni non controlla fino in fondo la propria maggioranza servendosi del sistema che garantisce ai partiti il controllo sui parlamentari. Una vittoria tattica impeccabile, con qualche piccolo inconveniente democratico. Anche da quella parte il cittadino viene convocato spesso nei discorsi; sulla scheda elettorale, però, è bene che non prenda troppa confidenza.

La palude non ha votato
contro Meloni. Ha votato
per essere ricandidata

La legge adesso passa al Senato. Il premio sopravvive, le preferenze restano fuori e le segreterie possono tornare al lavoro. Si compileranno le liste, si misureranno le fedeltà, si assegneranno le posizioni utili. Ogni partito parlerà di governabilità e ogni aspirante eletto controllerà soprattutto l’ordine dei nomi. La palude, insomma, non ha votato contro Meloni. Ha votato per essere ricandidata.

— Aristea