OH, NO: SUL QUIRINALE NON SI PUÒ…
di Aristea —
Una donna al Quirinale? Giammai. Perché è donna? No, perché è di destra. Insomma, in fatto di discriminazioni, se non è zuppa è pane bagnato.
Naturalmente Giorgia Meloni non ha candidato se stessa al Colle. Ha fatto una cosa più semplice e, per certi ambienti, più irritante: ha detto che un presidente della Repubblica che non sia di centrosinistra potrebbe non essere più un tabù. Apriti cielo. Non era ancora un nome, non era ancora una trattativa, non era ancora una conta parlamentare. Era soltanto l’idea che la massima carica dello Stato non debba appartenere per destino a un’unica famiglia politico-culturale.
Il problema non è che la destra voglia mettere le mani sul Quirinale. Il problema è che qualcuno pensava di averci ancora il diritto di prelazione morale. Puoi vincere le elezioni, puoi governare, puoi firmare decreti, puoi sederti ai vertici internazionali, puoi stare a Palazzo Chigi. Però, arrivati a un certo piano dell’edificio, scatta il cartello invisibile: qui serve un permesso in più. Non quello dei voti. Quello dei custodi del buon gusto repubblicano.
Il problema non è che la destra
voglia mettere le mani sul Quirinale.
Il problema è che qualcuno pensava
di averci ancora il diritto
di prelazione morale
La frase di Meloni può piacere o non piacere. Si può leggerla come una mossa di posizionamento, come un messaggio alla maggioranza, come una carezza all’elettorato, come un anticipo della prossima partita istituzionale. Tutto legittimo. Ma la reazione dice più della frase. Perché nessuno si scandalizza davvero del fatto che il Quirinale abbia sempre avuto una densità politica. Ci si scandalizza quando quella densità potrebbe non essere più amministrata dagli stessi ambienti, dagli stessi codici, dagli stessi riflessi.
Il Quirinale viene spesso raccontato come un luogo sospeso sopra la politica. Balle. È un organo costituzionale, certo. È una funzione di garanzia, certo. È anche il punto in cui storia repubblicana, rapporti di forza, biografie, culture politiche e legittimazione nazionale si incontrano. Fingere che sia una nuvola neutra sopra il Paese serve solo a coprire il fatto che, per decenni, quella neutralità ha avuto accenti, amicizie, sensibilità e paure abbastanza riconoscibili.
Dire che un presidente possa venire da destra non significa chiedere un capo fazione. Questa è la furbizia della polemica. Appena la destra rivendica accesso pieno alle istituzioni, qualcuno traduce: vuole impadronirsene. Come se la sinistra, quando ha indicato uomini della propria area culturale, li avesse estratti da un laboratorio asettico. Come se la Repubblica fosse stata retta da puri spiriti amministrativi, senza partiti, appartenenze, reti, scuole, riferimenti, stagioni politiche.
Votano gli italiani, poi però
l’ultima parola dovrebbe restare
ai notai del decoro progressista.
Quelli che non perdono mai
C’è un riflesso di classe, prima ancora che politico. La destra al governo è ormai un dato da digerire. La destra come fonte legittima di simboli repubblicani è un’altra storia. Lì si vede chi considera la democrazia un sistema aperto e chi la considera un salotto ereditato. Votano gli italiani, poi però l’ultima parola dovrebbe restare ai notai del decoro progressista. Quelli che non perdono mai il tono professorale, nemmeno quando stanno semplicemente difendendo una rendita.
Meloni, con quella frase, ha toccato precisamente questo nervo. Ha detto: se siamo maggioranza politica, se siamo parte stabile del sistema, se gli italiani ci affidano il governo, perché dovremmo essere esclusi in partenza dalla massima carica dello Stato? Domanda elementare. Risposta isterica. Perché l’esclusione non viene mai confessata come esclusione. Viene travestita da prudenza, responsabilità, equilibrio, memoria repubblicana, profilo alto. Il vocabolario cambia, il meccanismo resta.
Naturalmente il rischio opposto esiste. Un presidente della Repubblica scelto dalla destra non dovrebbe essere il notaio di partito della destra. Sarebbe un disastro. Ma lo stesso criterio vale per chiunque. Il capo dello Stato non è il premio fedeltà di una coalizione. Non è il soprammobile dorato da sistemare sulla mensola dopo una vittoria elettorale. Deve rappresentare la Costituzione, garantire l’unità nazionale, reggere nei momenti in cui la politica si incastra. Tutto vero. Ma niente di tutto questo implica che debba provenire sempre dalla stessa area culturale.
Il tabù preventivo è un’altra cosa.
È la politica dei figli legittimi
e dei figli tollerati
La parola giusta, allora, è normalizzazione. Ed è proprio quella che fa paura. Finché la destra resta eccezione, la si può raccontare come incidente. Finché governa sotto sorveglianza simbolica, la si può sopportare. Quando comincia a dire che anche il Colle non è proprietà privata di un campo culturale, il discorso cambia. A quel punto non chiede soltanto potere. Chiede riconoscimento.
La sinistra dovrebbe rispondere politicamente, non con l’allarme automatico. Potrebbe dire: non avete figure all’altezza. Potrebbe contestare nomi, curriculum, visione dello Stato, cultura costituzionale. Sarebbe una battaglia seria. Invece spesso preferisce il riflesso pavloviano: destra più Quirinale uguale pericolo. È comodo, ma rivela povertà. Soprattutto rivela la convinzione mai davvero superata che certe stanze spettino per diritto naturale a una parte sola.
Il Colle non ha banchi riservati. Non ha tessere di accesso. Non ha una genealogia autorizzata. Se la destra esprime una figura capace di stare sopra la propria parte, quella figura va giudicata per ciò che è. Se non la esprime, la si boccia. Ma il tabù preventivo è un’altra cosa. È la politica dei figli legittimi e dei figli tollerati.
Meloni ha aperto una porta che molti fingevano non esistesse. Dietro quella porta non c’è ancora un nome. C’è una domanda: la destra italiana è ormai considerata adulta abbastanza per governare, ma ancora minorenne per rappresentare lo Stato? La risposta dirà molto meno su Meloni e molto di più su chi, sentendo nominare il Quirinale, corre ancora a controllare se il mazzo delle chiavi è al suo posto.