NIETZSCHE, PRIMA DELLA BIOPOLITICA. Come sopravvivere al «sorvegliare e punire» il corpo nell'età dell'algoritmo
Il punto è questo: la politica, quando scende nella carne, smette di parlare solo di leggi e comincia a produrre abitudini. Entra nel sonno, nel cibo, nel sesso, nella fatica, nel modo in cui respiri. La chiamiamo biopolitica per darle un nome pulito: gestione della vita come materia amministrabile. La parola è novecentesca; il meccanismo è più vecchio e più basso. Nietzsche aveva già messo il coltello sul tavolo: i valori hanno sempre un retro fisiologico, un regime di corpi che li rende possibili.
Foucault ha dato una lente a questa evidenza: disciplina come ambiente, potere che fabbrica condotte e rende naturali i corridoi di possibilità. Nietzsche ti impedisce di usarla come formula: ti chiede di scendere nella bottega sporca dei valori, di vedere chi guadagna, chi perde, chi viene addestrato a chiamare “buono” ciò che lo riduce.
L’errore comincia quando confondi la morale con un cielo di frasi. Nietzsche la tratta come una tecnologia: addestra, seleziona, distribuisce energie, produce tipi umani. La parola che torna, sotto le frasi, è fisiologia: un valore vale per quanto regge un corpo, per quanto organizza energia, desiderio, resistenza. Ogni “dovere” modella istinti; ogni “virtù” impone una disciplina del tempo del corpo; ogni “peccato” apre una contabilità dell’energia. La genealogia non è un gioco erudito: è una mappa di dispositivi.
L’ideale ascetico non è un’idea, è un metodo per trasformare dolore e desiderio in obbedienza.
Qui la biopolitica smette di essere solo Stato e diventa forma di vita. È un dispositivo che decide cosa è sano, cosa è utile, cosa è produttivo, cosa è “normale”. Nietzsche vede la macchina all’opera dentro la cultura: l’ideale ascetico non è un’idea, è un metodo per trasformare dolore e desiderio in obbedienza. Il corpo viene rieducato: si impara a vergognarsi, si impara a rinviare, si impara a chiamare “purezza” ciò che è paura.
La politica moderna ama parole innocenti: sicurezza, salute, benessere. La loro forza sta nel fatto che sembrano inconfutabili. Eppure qui si annida l’ingranaggio: quando un valore diventa assoluto, si trasforma in misura e chiede sacrifici continui. Il corpo viene trattato come un dossier di rischi: ridurre, prevenire, tracciare, normalizzare. L’imprevisto diventa errore tecnico, il danno diventa una voce da chiudere.
Una sala d’attesa, un display che chiama numeri, un triage che assegna un codice. Una porta che si apre solo con accesso autorizzato. Un modulo respinto “per criteri”. La vita passa in fila indiana dentro una griglia di priorità.
Nietzsche è utile proprio perché è pericoloso. Non ti offre un’etica gentile, ti obbliga a vedere il lato selettivo di ogni ordine
Nietzsche è utile proprio perché è pericoloso. Non ti offre un’etica gentile, ti obbliga a vedere il lato selettivo di ogni ordine: ogni società produce i suoi “tipi”, premia certe posture, punisce certe fragilità, decide quali vite valgono investimento e quali vite restano scarto. Quando parla di Züchtung (allevamento) o di “grande politica”, il lettore serio deve fare due cose insieme: sentire la potenza analitica e misurare il rischio di trasformare l’umano in programma.
Il nodo tragico è questo: chi governa la vita finisce per governare la morte in modo amministrativo. Il boia è un caso limite; più spesso bastano griglie di priorità, criteri di accesso, porte che si chiudono “per protocollo”. Agamben ha martellato su questa logica dell’eccezione: diritti trattati come revocabili, vita tenuta su una soglia, presenza resa sospesa. La crudeltà contemporanea raramente urla: compila.
Nietzsche non salva e non consola: ti mette davanti al costo della tua forma di vita e ti chiede di scegliere chi decide il tuo respiro.
In questa continuità si vede anche il nichilismo. Quando il valore perde presa come senso, resta come parametro. Il “bene” diventa ciò che aumenta performance e durata; il “male” diventa ciò che consuma, rallenta, costa. È una conversione silenziosa: dal significato all’algoritmo. Qui entrano le tecnologie: la vita viene dataficata (passi, sonno, acquisti, attenzione, relazioni), il corpo diventa un set di variabili, il comando si presenta come suggerimento e ottimizzazione. La scelta si riduce a un percorso già preparato.
Nietzsche fa un gesto preciso: riporta la responsabilità dentro il corpo. L’atto non sparisce dietro la norma. L’atto lascia tracce: nella postura, nella parola, nella capacità di reggere dolore senza vendicarsi, nella capacità di desiderare senza chiedere permesso. «Che cosa dice il tuo corpo quando dici sì?» è una domanda più politica di cento programmi, perché misura la tenuta dell’affermazione.
Questo non produce una ricetta. Produce un criterio duro. Una biopolitica matura costruisce cure, regole, protezioni, perché l’esposizione esiste. Una biopolitica tossica trasforma quelle cure in religione, pretende innocenza, cancella il conflitto, riduce l’umano a comportamento corretto. Nietzsche non salva e non consola: ti mette davanti al costo della tua forma di vita e ti chiede di scegliere chi decide il tuo respiro.
La profondità sta qui: la lotta per la libertà oggi raramente passa per grandi parole. Passa per la disciplina dell’attenzione, per l’uso del tempo, per la resistenza agli algoritmi che fingono neutralità, per la capacità di dire no quando il bene diventa ricatto. La biopolitica, letta con Nietzsche, è il luogo in cui l’errore e la responsabilità tornano a essere il centro: nessuna procedura ti assolve, nessun totem ti protegge dal prezzo della scelta. La misura finale è quanta responsabilità reggi quando la tutela finisce.
— 𝐄𝐫𝐚𝐜𝐥𝐢𝐭𝐨 𝐝𝐢 𝐑𝐢𝐚𝐥𝐭𝐨