NIETZSCHE E LA GUERRA - Tra ebbrezza del conflitto e disgusto delle conseguenze
Su Nietzsche e la guerra si bara facilmente. Si prende una frase di Zarathustra, la si alza come una bandiera, e il caso sembra chiuso: «la buona guerra santifica ogni causa», «amate la pace come mezzo a nuove guerre». Letto così, Nietzsche diventa il cantore dell’urto, della lama, del nemico cercato come prova di valore. Però il punto serio comincia proprio quando questa lettura si incrina. Perché quelle frasi esistono, pesano, mordono; e insieme non bastano. Restano appese a una lingua profetica, a una scena alta, a una drammaturgia del conflitto che parla meno di cannoni e più di intensità, selezione, capacità di reggere l’attrito.
Appena si scende da quella cresta, affiora un altro registro, molto meno eroico e molto più amaro. Nietzsche guarda la vittoria e ci vede un pericolo: «un grande trionfo è un grande pericolo» (Considerazioni inattuali). La frase vale più di molte prediche pacifiste, perché non assolve nessuno. Il problema non è soltanto il sangue versato; il problema è l’effetto che il successo produce su chi vince. La vittoria gonfia, ottunde, semplifica. Trasforma la forza in autocelebrazione, il successo in titolo di verità. Un popolo che vince può perdere proprio lì la misura di sé. E allora la guerra smette di apparire come banco di prova della grandezza e diventa un acceleratore di cecità.
Da qui nasce la difficoltà vera. Nietzsche sente nella pace stabile, igienica, amministrata, qualcosa di soffocante: un clima da addomesticamento, da vita ridotta a sicurezza, da corpi e spiriti allevati per non rischiare. Però sente anche, con la stessa nettezza, il carattere deformante della guerra reale. Quando scrive che essa «rende stupido il vincitore e maligno il vinto» (Umano, troppo umano), non lascia molto spazio alle fanfare. In una riga sola fa saltare il teatro della gloria: da una parte l’ottusità del successo, dall’altra il rancore della sconfitta. Nessuna purificazione. Nessuna redenzione. Soltanto una macchina che imprime guasti diversi su entrambi i lati.
Il punto allora non sta nello scegliere il Nietzsche bellicista contro quello disincantato. Sta nel prendere sul serio la loro frizione. La guerra, per lui, resta una figura estrema del conflitto, dunque qualcosa che svela una civiltà: il suo grado di tensione, la sua capacità di disciplina, la sua disposizione al rischio. Però proprio questa rivelazione porta con sé un costo che Nietzsche non nasconde affatto. Quando parla dello «spreco di uomini della più alta civiltà» (Umano, troppo umano), la guerra moderna appare per quello che è: dissipazione di energie rare, consumo di forme alte, distruzione di ciò che ha richiesto tempo, educazione, stratificazione. Altro che leggenda virile: qui c’è un pensiero della perdita.
Anche la pace armata entra in questo quadro come una zona torbida, non come soluzione. Nietzsche vi scorge una disposizione interiore già corrotta dalla paura: Stati che si sorvegliano, si misurano, si preparano, chiamando equilibrio ciò che è sospensione del colpo. Quando la definisce «inquietudine dell’animo» (Il viandante e la sua ombra), taglia via ogni finzione diplomatica. La guerra, in questo senso, non comincia con il primo sparo. Comincia molto prima, dentro un’organizzazione politica e psichica del sospetto. E qui il discorso si fa ancora più scomodo: la civiltà che predica pace e accumula mezzi di distruzione non supera il conflitto, lo raffredda, lo amministra, gli dà una forma procrastinata.
Per questo Nietzsche sulla guerra resta irrisolto, e proprio per questo utile. Chi ne fa il profeta dell’acciaio legge soltanto metà della pagina. Chi lo arruola tra i moralisti della pace legge l’altra metà e chiude gli occhi sul resto. In mezzo rimane una verità più ruvida: il conflitto appartiene alla vita storica, però la sua traduzione militare lascia quasi sempre dietro di sé un paesaggio di usura, ebbrezza e impoverimento. Nietzsche non offre un catechismo. Costringe a stare dentro questa contraddizione senza uscirne puliti. È lì che il suo discorso ancora punge: nel punto in cui la guerra appare insieme come rivelatore e come danno, come prova e come degradazione, come vertigine e come residuo.
— Eraclito di Rialto