Manuel Azaña, CERVANTES E L’INVENZIONE DEL CHISCIOTTE - a cura di Sebastiano Leotta
Manuel Azaña legge Miguel de Cervantes partendo dalla sproporzione chisciottesca: un uomo già avanti con l’età, un elmo di cartone, un ronzino, una lingua fuori tempo, e la pretesa quasi ridicola di imporre al mondo la propria misura. Vuole restaurare un codice cavalleresco che il mondo ha già congedato. Scambia locande per castelli, mulini per giganti, greggi per eserciti. Eppure, in quella visione sbagliata, qualcosa resta più vero della prudenza di chi vede bene e vive basso. La lettura di Azaña si colloca in questa zona: dove l’illusione cade, la realtà la colpisce e la letteratura raccoglie ciò che sopravvive.
Che cosa accade quando
un’idea alta entra nella storia
senza strumenti sufficienti
per reggerne l’urto?
Sebastiano Leotta, nell’introduzione, colloca il saggio dentro una cornice politica precisa: da critico, Azaña studia Cervantes; da uomo pubblico, ritrova nel Chisciotte una domanda destinata ad attraversare anche la sua vicenda politica. Che cosa accade quando un’idea alta entra nella storia senza strumenti sufficienti per reggerne l’urto? La parola, nella sua prospettiva, conserva ancora una fiducia quasi fisica: parlare è un piacere dell’intelligenza, un modo di accendere nell’altro la stessa tensione che muove chi parla. Il confronto con Cervantes gli serve per guardare questo nodo senza ridursi a controfigura del cavaliere della Mancia. La sua Repubblica avrà parole, diritto, intelligenza, progetto civile; contro di essa si organizzeranno armi, interessi, fanatismi, apparati. Lì il chisciottismo smette di essere immagine letteraria e diventa problema politico.
La conferenza muove da una diffidenza verso l’attualità: l’attualità consuma tutto in superficie. Il presente pretende attenzione, impone urgenze, poi passa. Il contemporaneo scende più a fondo: attraversa i secoli e resta disponibile a chi lo sa ancora riconoscere. Il Chisciotte appartiene a questa seconda durata. Nasce dalla parodia dei libri di cavalleria, però sopravvive alla morte di quel bersaglio. Quando il modello cavalleresco scompare, Don Chisciotte perde la funzione di semplice caricatura e diventa una creatura autonoma. Proprio qui Azaña prende le distanze da Unamuno, che isola il cavaliere e lo innalza a Cristo di una religione eroica. Il saggista difende Don Chisciotte dalla sua santificazione: il personaggio resta grande perché Cervantes lo tiene nel comico, nel limite, nell’urto continuo con le cose. Il riso dei primi lettori si carica, nel tempo, di malinconia, pietà, intelligenza. Il comico smette di servire solo alla parodia e diventa una forma di conoscenza.
Chisciotte: una lucidità
capace di consegnare
la chimera al ridicolo
e di lasciarla ancora viva
Azaña cerca il punto in cui Alonso Chisciano diventa cavaliere, e lo trova nell’incrocio fra la materia concreta e il deposito mitico della tradizione. Da una parte ci sono strade, locande, animali, polvere, parole quotidiane, uomini comuni. Dall’altra cavalleria, romancero, gloria, fama, avventura, sogno eroico. Cervantes tiene insieme queste due forze senza far vincere nessuna delle due. Il mito resta nella polvere; la polvere riceve una pressione fantastica che la sposta e la accende. In questa lettura, lo scrittore aveva conosciuto dentro di sé la stessa allucinazione che in Alonso Chisciano diventa follia: da giovane avrà sognato anche lui la vita eroica, poi da maturo prende quel sogno e lo espone al freddo dell’intelligenza. Da qui nasce il tono più proprio del Chisciotte: una lucidità capace di consegnare la chimera al ridicolo e di lasciarla ancora viva.
Il romanzo, così, diventa archivio spirituale di una nazione che ha conosciuto la distanza fra missione universale e debolezza effettiva. Cervantes sta fra Lepanto e il declino, fra lo splendore dell’impresa cattolica e imperiale e la scoperta progressiva della sua insufficienza. L’elmo della monarchia diventa celata di cartone: prestigio che regge finché nessuno lo mette davvero alla prova. La Spagna del Chisciotte vive dentro una calma apparente, lontana dalla cosa pubblica, chiusa nei mestieri, nei villaggi, nelle abitudini, mentre il cavaliere corre a correggere torti che nessuno gli ha chiesto di correggere. Il suo delirio rivela l’immobilità degli altri. La sua follia illumina una più vasta stanchezza nazionale.
Azaña difende Don Chisciotte
dalla sua santificazione: il personaggio
resta grande perché Cervantes
lo tiene nel comico, nel limite,
nell’urto continuo con le cose
La lettura di Azaña tende a dissociare Alonso Chisciano e Don Chisciotte: muore l’uomo, sopravvive il cavaliere dell’ideale. La formula è bella, e rischia di essere troppo bella. La morte finale del vecchio hidalgo contiene anche altro. Contiene il ritorno alla misura, alla sobrietà, alla possibilità di chiamarsi di nuovo per nome. Alonso Chisciano il Buono porta su di sé il prezzo del chisciottismo. Alla fine esce dall’incantesimo. La rinuncia alle chimere conserva il costo umano del viaggio: corpo, vecchiaia, sconfitta, risveglio. Davanti alla storia che si chiude contro una vita politica, quella scena diventa una grammatica della caduta: l’ideale continua a parlare solo dopo aver attraversato il corpo di chi lo ha sostenuto.
— Miro Renzaglia
SCHEDA LIBRO
𝗦𝗖𝗛𝗘𝗗𝗔 𝗟𝗜𝗕𝗥𝗢
𝗧𝗶𝘁𝗼𝗹𝗼: 𝘊𝘦𝘳𝘷𝘢𝘯𝘵𝘦𝘴 𝘦 𝘭’𝘪𝘯𝘷𝘦𝘯𝘻𝘪𝘰𝘯𝘦 𝘥𝘦𝘭 𝘊𝘩𝘪𝘴𝘤𝘪𝘰𝘵𝘵𝘦
𝗔𝘂𝘁𝗼𝗿𝗲: Manuel Azaña
𝗧𝗿𝗮𝗱𝘂𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲, 𝗶𝗻𝘁𝗿𝗼𝗱𝘂𝘇𝗶𝗼𝗻𝗲 𝗲 𝗻𝗼𝘁𝗲: Sebastiano Leotta
𝗘𝗱𝗶𝘁𝗼𝗿𝗲: Edizioni Solfanelli
𝗔𝗻𝗻𝗼: 2026
𝗣𝗮𝗴𝗶𝗻𝗲: 82
𝗣𝗿𝗲𝘇𝘇𝗼: € 9,00
𝗢𝗥𝗗𝗜𝗡𝗔 𝗤𝗨𝗜
L’ideale continua a parlare solo dopo aver attraversato il corpo di chi lo ha sostenuto.