L’EUROPA CHE REGOLA MENTRE GLI ALTRI CORRONO -La crisi della crescita chiede meno procedura e più potenza economica comune
La diagnosi sull’eurosclerosi formulata nel rapporto Eurosclerosis 2.0 in a Changing World: From Repetition to Rupture, pubblicato dalla Banca Nazionale del Belgio e firmato da Pierre Wunsch e Geert Langenus, arriva dall’ambiente delle banche centrali europee: non da una requisitoria sovranista, ma da una cultura economica attenta a produttività, disciplina fiscale, competitività e stabilità istituzionale. La sua critica colpisce la ripetizione delle vecchie ricette europee: nuovo coordinamento, nuovi obiettivi, nuove procedure, mentre la stagnazione richiederebbe strumenti reali di intervento economico. Dopo le diagnosi di Mario Draghi sul divario di investimenti, innovazione e capacità industriale, il rapporto belga sposta il fuoco sulla tendenza europea a regolare più di quanto riesca a produrre potenza economica comune.
La crisi europea viene
riconosciuta anche dall’interno
del suo apparato
Il continente cresce poco, innova meno degli Stati Uniti, accumula ritardi nel digitale e nell’intelligenza artificiale, fatica a trasformare ricerca in impresa. La vecchia forza europea — mercato unico, qualità manifatturiera, welfare, regolazione, stabilità sociale — oggi convive con un difetto strutturale: troppa compliance, poca scala industriale, frammentazione finanziaria, capacità ridotta di concentrare investimenti strategici. L’Europa ha regolato il mondo quando il mondo accettava ancora di farsi regolare. Ora il mondo corre, sussidia, protegge, arma le proprie catene produttive, usa la tecnologia come leva di potenza.
Strategie, agende, fondi straordinari e obiettivi solenni hanno spesso prodotto più linguaggio che trasformazione. La politica europea ha creduto di correggere la stagnazione aggiungendo verifiche, vincoli amministrativi, procedure ESG e rendicontazioni. Una impresa che vuole crescere ha bisogno di capitale, energia a prezzo competitivo, mercato profondo, tempi rapidi, regole chiare. Quando riceve moduli, controlli e incertezza normativa, investe altrove. La produttività si indebolisce anche così: per attrito, per ritardo, per sfiducia.
La burocrazia europea ha radici più profonde della macchina di Bruxelles. È anche il riflesso istituzionale di una società che preferisce protezione, stabilità e riduzione del rischio. Il rapporto belga insiste su questo punto: l’Europa tollera poco il fallimento, investe meno sul rischio, difende meglio l’esistente e fatica a generare innovazione dirompente. Questa preferenza può essere legittima. Ha però un costo economico preciso: meno crescita, meno grandi imprese tecnologiche, meno capacità di incidere nelle catene globali del valore.
La moneta è comune ma
capitale, energia, industria,
difesa produttiva e investimenti
tecnologici restano ancora
troppo frammentati
La scala nazionale era già insufficiente quando l’Europa ha scelto il mercato unico, la BCE e l’euro. Il limite attuale sta nel fatto che quella scelta è rimasta incompiuta. La moneta è stata portata sul piano continentale, mentre capitale, energia, industria, difesa produttiva e investimenti tecnologici restano ancora troppo frammentati. Servono un mercato dei capitali realmente integrato, una politica energetica continentale, una capacità industriale comune, strumenti fiscali proporzionati agli investimenti strategici. Quando gli Stati Uniti e la Cina usano sussidi, credito, appalti e difesa come strumenti ordinari di competizione economica, l’Europa non può limitarsi a presidiare il regolamento interno mentre perde pezzi di sovranità produttiva.
Il modello europeo poggiava su condizioni favorevoli: sicurezza americana, energia accessibile, commercio globale aperto, fiducia nella diffusione internazionale degli standard occidentali. Quel ciclo si è chiuso. Difenderlo con gli strumenti della stagione precedente significa proteggere una forma svuotata. Welfare, diritti sociali, qualità della vita e coesione restano beni preziosi, però richiedono una base produttiva capace di finanziarli. Senza crescita, il modello sociale diventa promessa contabile. Senza industria, la transizione verde diventa dipendenza tecnologica. Senza difesa, l’autonomia strategica resta un’espressione da convegno.
La tentazione sovranista offre una via d’uscita apparente. Riporta la decisione vicino ai governi nazionali, ma la sottrae proprio ai campi in cui oggi si decide la potenza economica: tecnologie strategiche, credito, energia, sicurezza delle catene produttive. La macchina burocratica europea, dal lato opposto, accumula procedure e rinvii. Tra nostalgia nazionale e amministrazione senza comando si consuma il vero rischio: un continente troppo grande per rassegnarsi e troppo diviso per pesare.
La stagnazione europea nasce
da una integrazione incompiuta,
sbilanciata sulla norma
e debole sulla potenza
L’Europa deve scegliere. Accelerare verso una vera unità politica, con un bilancio comune e una capacità di investimento proporzionati alla nuova competizione mondiale, oppure restare un grande spazio regolatorio che commenta il proprio declino con documenti sempre più raffinati. La prima strada costa consenso, sovranità formali e compromessi difficili. La seconda costa futuro. Il continente ha ancora capitale umano, industria, risparmio, università, infrastrutture e cultura istituzionale. Gli manca il passaggio che i vertici europei rinviano da troppo tempo: trasformare l’Unione da sistema di regole a soggetto politico.
— Saldo Primario