LA MASCHERA DEL JOKER, ATTUALITÀ DI UN VILLAIN MAI COSÌ CATTIVO

LA MASCHERA DEL JOKER, ATTUALITÀ DI UN VILLAIN MAI COSÌ CATTIVO


Mi guardo allo specchio e sai che cosa vedo?
Vedo il riflesso del mio peggior nemico
La parte più violenta della mia città
Cresciuta e maturata in cattività!
(Malnatt, I miei pugni)

In piena epoca liberale, quella in cui lo Stato-nazione tende a liquefarsi lasciando sempre più spazio alle forme ibride del potere privato, ci si dimentica che i cittadini hanno diritti oltre che doveri. In questo scenario, la maschera di un cattivo, di un antagonista per antonomasia, brilla nella notte per l’attualità che avvolge la sua aura.

Non sono molti i casi in cui un villain del mondo dei fumetti ha finito per attirare tanta curiosità, simpatia e predilezione da spingere il cinema alla creazione di spin-off completamente incentrati su di lui. È proprio questo il caso di uno dei maggiori nemici di Batman: quel Joker già abilmente interpretato nelle trasposizioni sul grande schermo dell’uomo-pipistrello da attori di primissimo livello, tra i quali spiccano Jack Nicholson e Heath Ledger. Il focus aperto sull’aspetto umano attraverso Joker (2019) e Joker: Folie à Deux (2024), grazie alla magistrale recitazione di Joaquin Phoenix, ha riacceso un faro che si collega bene all’attualità di una società sfilacciata, liquida, direbbe Zygmunt Bauman.

La maschera di un cattivo,
di un antagonista per antonomasia,
brilla nella notte per l’attualità
che avvolge la sua aura

Nel Joker del regista Todd Phillips, apprezzatissimo per la trilogia di Una notte da leoni e per Trafficanti, ci si discosta notevolmente dal personaggio dei fumetti, mentre l’assenza quasi totale dello Stato diventa oggetto di studio e approfondimento della pellicola. La maschera del Joker si trasforma davvero in uno strumento indossabile da molti, perfino troppi. Una maschera che cela quel risentimento popolare, capace di sfociare nella violenza, verso i luoghi del potere in cui le istituzioni, prese in ostaggio da un ristretto gruppo di élite, o forse sarebbe meglio dire di lobby, si sono asserragliate sicure di poter tracciare l’unica strada che tutti dovrebbero seguire, senza alcuna deviazione, nel nome della supremazia del pensiero unico di orwelliana memoria.

I problemi del quotidiano non possono raggiungere chi vive dietro gli alti cancelli delle proprie maestose ville e ha smarrito il concetto di democrazia, o almeno il suo significato originario, per imporre una nuova oligarchia in cui a farla da padrone, e a contare davvero, è solo il denaro. Chi ha già finirà con l’avere sempre di più e, per non farsi mancare nulla, inizierà a privare i cittadini di diritti secolari, soprattutto in ambito sociale, riducendoli di nuovo al lastrico della sudditanza.

Questa riflessione diventa ancora più evidente quando il disgraziato di turno, in questo caso Arthur Fleck, destinato a trasformarsi in Joker, finisce per essere sbeffeggiato e, cosa ancora più grave, giudicato dal suo personaggio televisivo preferito, l’anchorman Murray Franklin. Come non vedere nel Franklin interpretato da Robert De Niro la lunga fila di sedicenti giornalisti e presentatori televisivi che infestano i canali della tv pubblica e privata e, dimenticando il ruolo originario di intervistatori, giudicano anziché analizzare, criticano fino all’insulto e all’odio chiunque la pensi diversamente da loro, tendendogli trappole in cui si fa saltare un collegamento o si spengono i microfoni all’ospite sgradito.

La maschera del Joker
si trasforma davvero
in uno strumento indossabile
da molti, perfino troppi

Un lavoro malpagato, i sogni chiusi in un cassetto a causa di una malattia, l’incapacità di trovare comprensione e serenità nella donna amata in segreto: sono gli ingredienti di un mix esplosivo che trasforma un uomo stanco e vilipeso nel nemico numero uno delle istituzioni. Eppure, il Joker ride sempre. Ma qual è davvero il suo sorriso? È il sorriso di un cuore stanco, provato da una vita che lo ha reso il reietto di una società senza più tempo né voglia di preoccuparsi dei propri figli, perché ormai non li considera nemmeno più tali.

Le cause per cui Gotham crolla nelle atmosfere cupe del degrado sociale, della delinquenza comune e dell’esasperazione collettiva, capace di unire sotto un unico slogan istanze diverse ma egualmente figlie di uno Stato assente, potrebbero benissimo chiamarsi Belfast, Parigi o Southampton. Oggi.

— Luca Lezzi