LA BUSSOLA DI IMMANUEL KANT - Atti della Decade kantiana di Orvieto
A Berlino, nel 2014, in vista del tricentenario della nascita di Kant, presero avvio le manifestazioni della Kant Dekade: convegni, lezioni magistrali e pubblicazioni dedicate alla discussione critica della filosofia del padre del Criticismo. In Italia, a Orvieto, il 3 dicembre di quell’anno, in sequela degli eventi berlinesi, prese avvio la Decade kantiana, evento culturale di grande spessore cui, nel corso di un decennio, hanno preso parte filosofi italiani assai noti, ricercatori, docenti e studenti delle scuole superiori del territorio. L’iniziativa, patrocinata dall’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano, ha visto la partecipazione fattiva di enti e associazioni ed è stata coordinata da Franco Raimondo Barbabella e Massimo Donà. Gli atti sono ora in libreria per i tipi di InSchibboleth con il titolo La bussola di Immanuel Kant. Atti della Decade kantiana di Orvieto. Il volume si segnala anche per l’ottima curatela degli stessi Donà e Barbabella.
Nell’oggetto bello l’Io
vedrebbe riflesso nient’altro
che la propria originaria libertà
Da un punto di vista generale, è possibile asserire che gli autori colgono l’attualità della filosofia di Kant. La grandezza del pensatore di Königsberg sta nell’aver rilevato, da un lato, i limiti del conoscere e, nello stesso tempo, la tensione umana a volerli superare, come testimonia in particolare la produzione artistica. L’esperienza estetica kantiana, messa a tema da Donà nel saggio Kant e la “relazione originaria”, mostra che «nell’oggetto bello l’Io vedrebbe riflesso nient’altro che la propria incondizionatezza, ossia la propria originaria libertà» (p. 94). L’arte, insomma, dis-vela «quello che ogni Io empirico sempre e necessariamente presuppone» (p. 94), vale a dire il principio infondato che abita ogni determinato. Nell’esperienza poietica non si ha a che fare con le qualità determinate di un oggetto, con la mera determinatezza di quest’ultimo, ma con l’origine che solo nei molti si dice. L’arte tra-guarda e tra-scrive ciò che piace senza ragione, oltre i significati statuiti dal concetto e dagli universali. Questi finiscono per proiettare scopi e finalità oltre le cose. In essa, l’oggetto è, in uno, assoluto e «perfettamente inessenziale; la sua essenzialità consistendo appunto nel suo semplice riuscire a farci percepire l’assolutamente inoggettivabile» (p. 97). Siamo coinvolti, in tale esperire, in una determinazione relazionale nella quale siamo sempre calati. Le forme artistiche dicono, a differenza di quelle cui pervengono le scienze, il tratto “ultimo” dell’oggetto: la sua unità e singolarità, animata da una negazione che mai può tradursi, dialetticamente, in un nuovo positivo. L’arte ci colloca nella relazione originaria, nella relazione pura che ogni ente, artificiale o naturale, mette in scena.
Sempre Donà, nello scritto intitolato Guerra e pace in Kant. Soluzioni per un irrisolvibile dissidio, compie un’esegesi critica del trattato kantiano La pace perpetua. Nelle sue pagine, il filosofo si mise in cerca di un rimedio contro la guerra. In questo tentativo, però, mostrò in modo evidente il debito metafisico del Criticismo. La pace, per Kant, non può che essere universale, eterna come le idee platoniche. Tale posizione, nota il filosofo veneziano, arriva perfino a postulare un ritorno alla teodicea: il “male” della guerra è letto da Kant come preparatorio e, in qualche modo, necessario all’instaurarsi della pace. Soluzione, questa, rivelatasi storicamente illusoria. Insomma, il federalismo repubblicano cui il filosofo tedesco mira presenta residui di storicismo deterministico e universalistico, addirittura provvidenzialistico. L’uomo «benché non sia moralmente buono, viene tuttavia costretto a essere un buon cittadino» (p. 288). È la natura a volere «che il diritto alla fine divenga il potere supremo» (p. 288). Quella stessa natura, si badi, che Eraclito sostenne essere custode di pólemos. Il Sapiente greco, a parere di chi scrive, colse che, nella realtà, gli opposti assoluti vivono uno nell’altro, ambiguamente confusi.
Il giudizio kantiano,
esperito quale “senso comune”,
ci costringerebbe a tener conto
del punto di vista dei nostri simili
Tra i numerosi contributi della silloge segnaliamo quello firmato da Massimo Adinolfi. Lo studioso rileva come della filosofia kantiana risultino oggi imprescindibili due aspetti: la finitezza del mondo e i limiti del conoscere logo-centrico. Luciano Dottorelli sottolinea invece il tratto “cosmico” dell’Io kantiano, cioè la rivoluzione copernicana, mentre Gianluca Cuozzo si intrattiene sull’etica criticista, ritenendola applicabile a tutti gli enti di natura, da considerarsi, in tale prospettiva, sempre come “fini” e mai come meri “mezzi”. Gaetano Rametta indaga le connessioni tra etica e filosofia politica in Kant. Di contro, Sergio Givone ritiene che l’uomo, “legno storto” per il pensatore tedesco, sia comunque aperto alla speranza. Può infatti fare affidamento nel suo agire sulla libertà, sull’immortalità e tendere a Dio. Francesco Valagussa, infine, si immette nel “giudizio” kantiano, esperito quale “senso comune”, che ci costringerebbe a tener conto del punto di vista dei nostri simili. Sono questi, brevemente, alcuni dei saggi contenuti nel densissimo volume.
La bussola di Immanuel Kant è un volume da leggere attentamente. Come ricorda Barbabella, tutte le lezioni magistrali in esso raccolte sono tenute insieme da una domanda: «perché Kant ci interessa così tanto, perché e in che senso ci parla ancora?» (p. 37). Il libro risponde pienamente, da punti di vista a volte divergenti, a tale quesito. Per chi scrive, l’aspetto più rilevante di Kant è da individuarsi nella filosofia dell’arte, come ha chiarito Donà nel saggio sulla relazione originaria soggetto-oggetto.
– Giovanni Sessa
SCHEDA LIBRO
Titolo: La bussola di Immanuel Kant. Atti della Decade kantiana di Orvieto
Autore: AA.VV.
Curatori: F. R. Barbabella e M. Donà
Editore: InSchibboleth
Pagine: 423
Prezzo: € 28,00
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