IL SUICIDIO ALLA LUCE DELL'ETERNO RITORNO - Il test di tenuta e il gesto di uscire
Nietzsche mette sul tavolo il suicidio quando il pensiero dell’eterno ritorno entra come pressione reale: la vita smette di apparire come racconto e si presenta come peso. L’esperimento è semplice e feroce: se ogni frammento di ciò che hai vissuto dovesse tornare identico, con la stessa usura, gli stessi attriti, le stesse ore sprecate e le stesse scintille, tu lo reggeresti? Qui la filosofia smette di fare da arredamento e diventa test di tenuta: un dispositivo di verità che obbliga a trattare ogni gesto come forma stabile del tuo tempo.
Il suicidio, dentro questa prova, appare come tentativo di imporre un veto: interrompere la catena, dichiarare che la materia è troppo corrosiva, chiudere il conto con un gesto netto. Il ritorno toglie al veto la sua aura di “porta” e lo riconduce dentro la serie: se la vita torna, torna anche l’atto con cui hai voluto tagliarla. Il gesto di uscire perde la promessa dell’eccezione e si mostra per quello che è: una decisione che si imprime nella sequenza e diventa parte della ripetizione.
Il ritorno elimina la fantasia del secondo giro pulito: qui si gioca, qui si sbaglia, qui si paga
Per questo Nietzsche parla dei predicatori di morte con un tono più vicino alla diagnosi che alla condanna. Il loro mondo si restringe fino a diventare un bilancio: ogni giornata è solo costo, ogni relazione è un’ulteriore superficie d’attrito, ogni desiderio un rischio di fallimento. Quando la vita viene ridotta a logoramento, la morte assume il ruolo di soluzione tecnica: spegnere la macchina. Qui lavora una tecnica di sottrazione: si toglie intensità, si riduce l’esposizione, si cerca raffreddamento; la fine diventa l’ultima procedura. In quel regime l’eterno ritorno intensifica soltanto il punto: la stanchezza non è un argomento, è un sintomo; e la domanda resta, senza anestesia.
Inciso necessario: in Nietzsche il suicidio resta un fatto da leggere per tipi, per posture, per qualità di affermazione; in Kant diventa un divieto di principio. Per Kant il suicidio infrange un dovere verso se stessi e riduce la persona a mezzoper evitare il dolore, quindi ogni nobilitazione in termini di forma o sovranità viene esclusa in partenza. Nietzsche ragiona per intensità dell’esistenza; Kant per legge e universalità della norma.
Se la vita torna, torna anche l’atto con cui hai voluto tagliarla
Dentro questa cornice, Nietzsche introduce la morte libera come problema di misura: scegliere il tempo del congedo senza trasformarlo in ricatto. L’atto regge l’amor fati quando rinuncia a cancellare ciò che è stato, quando accetta il pacchetto delle conseguenze come firma.
L’eterno ritorno lavora allora come criterio di selezione. Seleziona posture, non persone: chi reagisce con chiusura e sottrazione, chi attraversa la frizione e riesce a trasformarla in stile. L’idea decisiva è l’affermazione: la capacità di dire sì a ciò che è accaduto senza costruire un “dopo” che lo corregga. Il ritorno elimina la fantasia del secondo giro pulito: qui si gioca, qui si sbaglia, qui si paga. E la domanda, ripetuta, scava: vuoi ripetere la tua rinuncia, oppure vuoi attraversare la stessa materia e cambiarne la geometria.
Se tutto torna, quale forma vuoi lasciare che torni con te.
In questo quadro il suicidio resta una cartina al tornasole. Indica la soglia in cui la vita viene percepita come puro logorio. Indica anche la tentazione di chiamare “libertà” un gesto che evita il lavoro più duro: stare dentro l’attrito senza cercare assoluzioni. Nietzsche non offre consolazioni e non apre tribunali; lascia l’individuo davanti a una domanda che pesa più di qualunque morale: se tutto torna, quale forma vuoi lasciare che torni con te?
— Eraclito di Rialto