IL DIRETTORE ROMPISCATOLE - un libro di Vittorio Feltri con Alessandro Gnocchi

«Forza Vittorio, facci leggere!»

IL DIRETTORE ROMPISCATOLE - un libro di Vittorio Feltri con Alessandro Gnocchi

Essere signorili è quell’arte vitale che o ce l’hai, o non l’avrai mai. Vittorio Feltri — diciamo la verità — è intriso fin nelle ossa di quella signorilità semplice e autentica, robusta come un ramo di legno stagionato che bastona e non si spezza: lo si rispetta, vale a dire che pure quando manda a quel paese qualcuno, lo fa con eleganza. Specie ora che è sempre più magro, con i lineamenti segnati e il cuore provato; pure ora che, avanzando negli anni, resta lì, dove le idee circolano fluide: qualsiasi cosa accada, ha la giacca sempre in ordine, seppur talvolta troppo larga, e la maschera del sé stesso autentico ben pronta, dignitosa e presentabile. È direttore de Il Giornale e «argomento» egli stesso del suo recente libro: non una semplice autobiografia in forma di intervista, ma quasi un «lancio nel vuoto» della mente e del corpo verso la folla dei propri lettori.

Avete presente quando ai concerti l’artista si lancia a volo d’angelo dal palco sulla moltitudine dei fan? Così. E leggendolo, lo prenderemo fra le braccia e gli impediremo di cadere nei suoi pensieri su quel che è stato e su quel che accadrà nel tempo a venire, anche se, alla domanda: «Hai dichiarato di non aver paura di crepare. L’idea del nulla non ti procura angoscia?», Feltri risponde: «Nemmeno per idea. Il nulla è l’unica prospettiva onesta». A chi qui scrive sorge però un dubbio, anche perché fra interviste e articoli riportati il buon Dio viene nominato un bel po’ di volte. Così, quel suo «Finita la vita, finito tutto» lo traduco all’istante in: «Certo che ci credo nell’aldilà, ma questa è l’unica notizia che tengo per me».

 Giornalista, già direttore di Libero e L’Indipendente — nomi di testate che paiono definizioni di quel che lui è — nato a L’Eco di Bergamo, passato per La Notte e il Corriere d’Informazione, ha dribblato — pur sempre menando fendenti a destra e a manca, in senso più politico che metaforico — tra Corriere della SeraPanoramaIl FoglioIl Messaggero e persino Il Gazzettino. E poi Il Giornale: quotidiano che potrebbe dirgli «questa redazione non è un albergo», considerato che vi entra ed esce da un sacco di anni come e quando gli pare, a più riprese e in varie vesti: cronista, direttore responsabile e direttore editoriale, moltiplicatore di copie; ma soprattutto maestro di scrittura: semplice solo in apparenza, sensibile, antiretorico, spiritoso, indiscutibilmente dotato di un geniale intuito.

Vittorio Feltri è intriso
di quella signorilità semplice
e autentica, robusta come
un ramo di legno stagionato
che bastona e non si spezza

L’uscita in questi giorni de Il direttore rompiscatole sarà pure un caso, ma, se così fosse, altro non sarebbe che la dimostrazione che il Caso la sa lunga: questo libro giunge a noi proprio ora che Feltri ha patito la perdita della seconda parte di sé: la sua Enoe, che se n’è salita in altri luoghi. E quest’opera — che potrebbe essere un vademecum in forma di racconti per futuri giornalisti o l’appetitoso amarcord di un grande vecchio della carta stampata — appare invece come una compensazione di vita: ora che non c’è più lei, che di lui sapeva ogni cosa, ora — conoscendolo in queste pagine dal dentro della sua vita — potremo forse anche noi, almeno un po’ — ché proprio simpatico non è — amarlo come lei lo amava: non solo per quella sua ammaliante capacità di cronista, giornalista, direttore, ma per quel suo essere uomo amabilmente scorbutico, platealmente scontroso, indomito cavalier signorile, aspro e cinico… Cinico, poi… A rileggere quel suo articolo sul delitto di Erba, gli occhi mi si sono inumiditi ancora, a distanza di anni da quella tragedia famigliare. Lo stesso è accaduto con quel suo pezzo, I demoni di Beslan, sulla strage dei bambini della scuola nel Caucaso settentrionale, «attuata dai terroristi islamici di Al Qaeda: Poveri bambini strapazzati. Usati. Cenci al vento di religioni insensate e in balia di fiere incapaci di placarsi anche davanti a scolaretti ignari e senza colpe».

Mi fermo, ma riporterei qui per intero le sue parole, ché c’è da sentirsi onorati e scossi nel trascrivere quel suo pezzo, che così termina: «Ciampi (n.d.r.: all’epoca nostro Presidente della Repubblica) e milioni come lui sostengono: dialogare, dialogare. Dialogate, dialogate. Quando sarà una nostra scuola, di Milano o di Roma, ad essere presa d’assalto e ad essere uccisi saranno i nostri bambini, comincerà la caccia al musulmano. È a questo che si vuole arrivare?». Fa gelare la schiena leggere queste parole oggi, in tempi in cui abbiamo sempre più paura di fatti simili.

Ottima la scelta d’affiancare al ricordo degli episodi salienti della sua carriera il testo di alcuni dei suoi articoli più pregnanti sui fatti di cronaca giudiziaria, nera e politica. Dall’inchiesta da manuale nota come Affittopoli al reportage sul terremoto in Umbria, dove Feltri annotava che «quel che è successo è la prova che il sisma di sinistra somiglia perfettamente al sisma di destra. Cambiano le maggioranze, cambiano i governi, ma i soccorsi sono sempre tardivi e inadeguati». Fino al caso di Garlasco: «Per me Stasi è innocente. L’ho scritto fin dall’inizio»; o a quello di Enzo Tortora, condannato senza prove: «Il pubblico ministero Diego Marmo mi telefonò per ringraziarmi». «Scusa, per ringraziarti di cosa?» «Perché era stato promosso grazie al clamore suscitato dal processo. Volevano rimuoverlo e lo promossero. Non riesco a dimenticarlo, durante le udienze del processo, con le bretelle rosse e la foga oratoria di chi non ha dubbi, parlava di Enzo Tortora come di un uomo della notte ben diverso da come appariva a Portobello”».

Ottima la scelta d’affiancare
al ricordo degli episodi salienti
della sua carriera il testo
di alcuni dei suoi articoli

Incalzato dalle domande, Vittorio racconta della discesa in campo del Cavaliere: «Sapeva di essere l’unico in grado di creare un polo antitetico alla sinistra. I suoi amici e consiglieri, in primis Fedele Confalonieri, gli dicevano senza giri di parole che stava per compiere la cazzata della vita». E al Giornale? «Era un ottimo editore. Mai visto in redazione».

Son pure molti i fatti (quasi) leggeri che Feltri ricorda: uno su tutti è quello in cui ci coinvolge, a 28 anni di distanza, in un forsennato tifo per Gelindo Bordin, il «geometra maratoneta che trascinò tutta Seul». Pur sapendo come andò a finire, ci ritroviamo a tifare per quel vicentino che conquistò l’oro: «Tanti applausi i coreani non li avevano dedicati neanche ai loro cinici lottatori dalle terrorizzanti movenze scimmiesche. Forse perché per la prima volta hanno potuto ammirare una gazzella bipede e con la barba, che è indubbiamente una rarità».

Leggendo pare di sentirlo, Feltri, con quel suo appoggiare l’accento di ogni parola sulla prima sillaba, come fossero sdrucciole, e ogni parola raspasse a terra per spingere avanti la successiva, a dire: «Io sto qui dentro me stesso, e da qui non mi muovo».

 Un merito va ad Alessandro Gnocchi, scrittore, giornalista, caporedattore della pagina «Cultura» de Il Giornale, qui nei panni del Rustichello da Pisa di questo nobile avventuriero del giornalismo italiano, che, dopo mesi di conversazioni con «Lui», ne ha versato accortamente il succo in un testo.

Leggendo pare di sentirlo
quel suo appoggiare
l’accento di ogni parola
sulla prima sillaba

Senza contare il godimento immediato che si prova nel leggere Il direttore rompiscatole: si divora d’un fiato (ahinoi, mi si criticherà di certo per questa banalità), ma mai quest’espressione ha avuto un senso così reale come per questo testo, che in realtà non è una biografia in una trentina di capitoli e dodici articoli, ma è Vittorio Feltri in persona, nudo e crudo: cavaliere indomito e mai sazio di conquiste, con sempre indosso quella sua armatura d’eleganza. Perché se il re si svela, allora comprendi che è un re per davvero. E se un maestro scrive del Mito, allora è la cunta delle cunte: è la summa massima. Un passaggio di consegne? Potrebbe. Chissà…

E poi? «Forza Varenne: facci nitrire». Finisce così questo libro, con l’articolo di Feltri sul cavallo entrato nella leggenda: «Varenne sopporta gli allenamenti e il lavoro duro. Il suo segreto è nella testa… Per vincere non sono sufficienti i muscoli e i polmoni, servono soprattutto il cervello, la concentrazione, la voglia di essere capo». Un istante di perplessità: perché mai terminare così? Poi capisci. Pure Vittorio è un «purosangue da corsa vincente» e Alessandro, che, dopo la sua amata Enoe, è colui che meglio sa chi lui sia, l’ha capito da sempre. Così, quel «Forza Varenne: facci nitrire» non è altro che un «Forza Vittorio, facci leggere!»

Ancora per un po’, almeno…

– Rosanna Romanisio Amerio

 SCHEDA LIBRO

Titolo: Il direttore rompiscatole. Storie della mia vita
Autori: Vittorio Feltri e Alessandro Gnocchi
Editore: Foglio edizioni
Anno: 2026
Pagine: 171
Prezzo: 18,00 €
ISBN: 9791281149045
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