POETICI RITROVAMENTI - di Francesco Innella
Della poesia di Francesco Innella ci siamo, a più riprese, occupati. Lucano di nascita e salernitano d’adozione, oltre che poeta, Innella è saggista di valore. In particolare, si è occupato della filosofia della persuasione del goriziano Carlo Michelstaedter, morto suicida a ventitré anni nel 1910. La poesia di Innella è un sofferto colloquio con la Via del pensatore isontino, i suoi versi testimoniano l’aspirazione dell’uomo a una vita piena, non dispersa nella corrente dissolutiva suscitata dal desiderio. Nel mondo contemporaneo, gli idola della società post-moderna, attraverso l’Infosfera, hanno colonizzato l’immaginario individuale e collettivo. Ecco, allora, la necessità improrogabile, fortemente avvertita dal nostro autore, che la poesia, marginalizzata dal potere culturale ed editoriale dominante nell’età della post-verità, torni ad essere esercizio di parresia. Tale intento muove i versi di Innella. Lo si evince dalla lettura della raccolta, Poetici ritrovamenti, recentemente edita da Amazon.
La poesia di Innella
è un sofferto colloquio
con la via della persuasione
di Carlo Michelstaedter
La silloge poetica raccoglie due precedenti opere dell’autore, Questi miei versi (1982) e Aenigmata (1991), dedicata all’amato Michelstaedter. Il volume è impreziosito da due scritti, il primo firmato dal pittore Eustachio Montemurro, il secondo dal poeta Vittorio Orlando, ed è chiuso dalla postfazione di Emma Pretti. Il componimento che inaugura la silloge esplicita come il poetare di Innella sia sostanziato da pathos esistenziale e sofferta partecipazione: «Sono questi miei versi/ solitudine nella carne […] baci rubati/ ai venti infranti/ di uno specchio» (p. 14). Il poeta avverte la propria solitudine nel confrontarsi con il quotidiano della vita contemporanea: egli è indotto a mettere in atto una radicale decostruzione del senso comune nel quale i suoi simili vivono irretiti: «Paludi di silenzio/ attraversano la città/ […] Deserta la città/ si offre agli sguardi,/ affogati nella nebbia/ si ritorna a casa» (p. 15). Il foro interiore, come per Ernst Jünger, diviene rifugio: solo in interiore homine vive la libertà che il fare poetico preserva.
La poesia assomiglia, nel mondo contemporaneo, alla conchiglia che le onde del mare hanno lasciato sulla battigia. Queste conchiglie, lacerti e frammenti di vita persuasa, celano, nel loro essere eco della voce del mare dell’essere, il Sacro — si pensi, in tal senso, a I figli del mare di Michelstaedter — che affascina e terrifica in uno: «Non voglio che le prendano i bambini/ per gioco e sentano, non voglio rompere/ il velo della loro innocenza» (p. 16). Solamente lo sguardo rivolto alla natura, alla physis, appaga e svela, oltre l’ambiguo gioco degli opposti, guidato da Dioniso, la luce dell’eterno, il bagliore di Zoé, perpetuo tempo dell’Uno e Tutto. Tale lucore si dà, con particolare evidenza, nella notte stellata che: «ripropone l’ostilità/ del giorno che viene» (p. 18). La vita è ludo eracliteo che Innella trascrive nella sua poesia dell’attesa: «Siamo qui ad aspettare che un nuovo giorno/ si elevi come altare sulle nostre angosce» (p. 20). Il Nuovo Inizio, prima di farsi evento storico, accade nell’animo del poeta. In caso contrario, la vita, rettoricamente intesa, si mostra quale tempo in cui trionfa la noia, un viaggio connotato da: «monotono fluire di treni/ su binari arrotati dal sole./ Frantumi di pali e di alberi/ fotografati dal finestrino» (p. 21). Dal grigiore del paesaggio della vita desiderante, il poeta acquisisce consapevolezza della possibilità di una vita altra: «Vissi in altre sinfonie,/ altri paesaggi,/ nei dischiusi sorrisi/ dell’eterno specchio della vita» (p. 23).
È l’otium il tempo
capace di schiudere
la dimensione persuasa
Innella si sottrae alle lusinghe della modernità, al: «cicaleccio inutile/ delle matrone del mercato» (p. 25), invita gli uomini a farsi bambini e a vivere liberi: «senza paura,/ come i fiori ai bordi della selva» (p. 29). Ci sprona a salpare verso lidi ignoti oltre: «la nebbia della vita» dimidiata della società contemporanea. Solo restando avvinghiato, ammonisce il poeta, «al mandorlo fiorito/ riuscirai a non annegare/ tra la tempesta di cemento» (p. 35). In questa immagine si raccoglie il contrasto tra natura vivente, cemento sociale e possibilità di una resistenza interiore ancora affidata alla parola poetica.
Nella seconda sezione della silloge, il poeta si fa vate: «d’un segreto antico» (p. 46), dell’origine sempre all’opera in noi e nella natura. È l’otium il tempo capace di schiudere la dimensione persuasa. Allora, alchemicamente, nel gioco cristallino della “materialità”, ci si trova innanzi a: «un’apertura antica» (p. 58). Si tratta della Via che percorsero i Sapienti della Grecia aurorale. Per chi la persegua, i sorrisi imbonitori degli ultimi uomini non avranno più presa sull’animo, e potranno conoscere, pertanto, la realtà del risveglio. Il poetare: «è una ferita,/ da cui sgorga,/ la buona salute» (p. 62). I Poetici ritrovamenti di Innella ci conducono nei pressi della soglia oltre la quale la vertigine conoscitiva restituisce la Parola al silenzio rivelatore dell’origine, che anima tutto ciò che ha vita.
— Giovanni Sessa
SCHEDA LIBRO
Titolo: Poetici ritrovamenti
Autore: Francesco Innella
Editore: Amazon
Anno: 2025
Pagine: 79
Prezzo: euro 4,71
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