i GIAPPONESI. OLTRE LA MACCHINA - un periodico delle Edizioni Solfanelli

i GIAPPONESI. OLTRE LA MACCHINA - un periodico delle Edizioni Solfanelli

i Giapponesi sceglie una figura scomoda per rappresentarsi: il soldato rimasto sulla sua isola quando la guerra, per tutti gli altri, è già finita. La postazione scelta è quella di chi non accetta di scambiare la riflessione sull’oggetto con la rapidità di acquisizione, la lettura con il consumo e tratta la complessità come un difetto di progettazione. Il manifesto iniziale, Il pensiero come resistenza, tiene insieme l’intero quaderno più di qualunque etichetta tematica. La rivista nasce lì: nella convinzione che pensare sia ormai un gesto minoritario, quasi inattuale, e proprio per questo necessario.

La macchina del titolo indica una mediazione che non si riferisce solo all’intelligenza artificiale ma all’intero apparato tecnologico che si colloca tra l’uomo e l’esperienza, anticipa il lavoro della comprensione, organizza il rapporto con il mondo prima che il soggetto abbia davvero cominciato a misurarsi con esso. Tuttavia, il quaderno evita la nostalgia luddista e porta la domanda su un terreno di analisi più qualificata: quale parte dell’umano si spegne quando la relazione con il reale viene filtrata, ordinata e servita da dispositivi che promettono di sapere già al nostro posto?

i Giapponesi sceglie
una figura scomoda:
il soldato rimasto sull'isola
quando la guerra,
per tutti gli altri, è già finita.

Il quaderno dispone la propria materia con un ordine riconoscibile. Il manifesto fissa il gesto inaugurale: densità del testo, tempo lungo della lettura, rigore capace di sottrarsi sia allo slogan sia al teoricismo usato come rifugio elitario. La parte monografica raccoglie il fronte più compatto della battaglia e segue la macchina mentre entra nella conoscenza, nella forma, nella libertà, nella psiche, nella scienza e infine nella scena geopolitica. Dopo la cesura grafica, la zona miscellanea non esce dal disegno: sposta la difesa dell’umano verso pratiche più laterali, dove il rapporto con la parola, con i classici, con la scuola e con l’ambiente continua a chiedere attenzione e meticolosità di confronto critico.

Nella parte monografica, Riccardo Manzotti lo coglie nel punto più sensibile: la conoscenza. Gli LLM scrivono, traducono, riassumono e soprattutto intervengono nel momento in cui la conoscenza viene assimilata. La lettura assistita, la spiegazione immediata, la risposta già pronta agiscono come cibo premasticato. Il problema investe la qualità dell’informazione ricevuta e, più a fondo, l’atrofia del percorso che avrebbe dovuto produrla dentro chi legge. L’attrito della comprensione, come la gravità per i muscoli, forma. Quando viene eliminato, l’uomo guadagna comodità e perde consistenza.

Su questo punto il saggio di Marco Presutti sposta la questione dalla conoscenza alla forma. La brevitas nasce come ricchezza compressa: densità che diventa tagliocesura e spazio lasciato al lettore. Contro l’ipertrofia digitale, contro il flusso che riempie ogni pausa, contro l’algoritmo che monetizza l’attenzione continua, la forma breve custodisce un gesto antico: fermare il tempo, comprimere il senso, lasciare un vuoto operativo. La brevità autentica concentra senza impoverire. Chiede a chi legge di entrare nel testo con le proprie forze. In questo senso diventa una pratica politica, perché restituisce al lettore la parte di lavoro che la comunicazione contemporanea tende a sottrargli.

La rivista nasce nella convinzione
che pensare sia ormai
un gesto minoritario
e, proprio per questo, necessario

La stessa difesa passa attraverso la libertà. Giancristiano Desiderio lega cultura e libertà in una formula che attraversa tutto il quaderno: pensare per vivere liberamente. Il governo legittimo è governo limitato perché nessun potere possiede la vita umana nella sua interezza. La libertà civile nasce da uomini capaci di giudicare il potere senza consegnargli il governo intero della vita e senza trasformare la propria pretesa di sapere in dominio sugli altri. Qui il discorso tocca un punto decisivo: ogni volta che verità e potere si saldano, la libertà si restringe. Il pensiero diventa resistenza perché impedisce alla vita di essere assorbita in una ricetta totale, in una procedura definitiva, in un sapere che pretende di amministrare tutto.

Il dialogo di Giuseppe Berardi tra il Sacerdote del Postumano e Friedrich Nietzsche mette in scena il cuore simbolico del volume. Il postumano si presenta come compimento e ponte verso lo Übermensch, promettendo una liberazione dalla carne che finisce per coincidere con la fuga dalla vita mortale. Il Viandante nietzscheano lo smaschera per ciò che è: una nuova forma di disprezzo della terra. Il cyborg, l’immortalità digitale e la sostituzione del corpo con il silicio indicano una paura del limite travestita da grandezza. La macchina promette una vita più lunga, più sicura, più anestetizzata. Proprio qui si rivela il suo volto più umano, troppo umano: il desiderio di abolire il dolore senza assumere la vita.

Il saggio di Claudio Merini porta questa diagnosi nella stanza psichica della contemporaneità. Le generazioni formate dentro il consumo e la socialità virtuale appaiono meno represse proprio mentre diventano più fragili e più sregolate. L’io appare meno impegnato contro divieti interiorizzati e più esposto a una fragilità strutturale che non riesce a reggere la frustrazione e a trasformare l’attesa in progetto. Lo smartphone riempie il vuoto che avrebbe potuto generare immaginazione. I social trasformano il riconoscimento in conteggio. Il corpo diventa superficie da modificare. La parolaperde terreno davanti all’immagine. La macchina, qui, coincide con un ambiente psichico che insegna a rispondere agli stimoli prima ancora di desiderare qualcosa.

Il quaderno evita la nostalgia
antitecnologica e porta la domanda
su un terreno più serio: quale parte
dell’umano si spegne quando
la relazione con il reale viene filtrata,
da dispositivi che promettono
di sapere già al nostro posto?

Roberto Rubino ricostruisce la traiettoria più lunga: dalla scienza come ricerca dell’essere alla scienza moderna come dominio della natura, fino alla tecnica capace di riprogrammare la condizione umana. Il passaggio attraverso nanotecnologie, mind uploading, crionica, singolarità e ibridazione biologica mostra il punto in cui la conoscenza rischia di rovesciarsi in riprogrammazione dell’umano. La scienza appartiene all’uomo perché l’uomo desidera conoscere. Quando però il conoscere viene assorbito dalla potenza tecnica, la domanda sul fine viene scavalcata dalla domanda sulla possibilità. Il risultato è una civiltà che sa fare sempre più cose e non sa più chiedersi con la stessa nettezza quali meritino di essere fatte.

Claudio Amicantonio spinge il discorso fino alla scala geopolitica. Il non-ordine globale nasce dal tramonto degli assoluti e dalla crisi degli ordinatori politici. La scena occupata da CinaRussia e Stati Uniti resta priva di un centro capace di trasformare la potenza in ordine stabile. La politica perde centro, volontà, fondamento. In quello spazio si insinua la tecnica, che non ha bisogno di proclamare una verità perché si legittima attraverso il funzionamento. L’intelligenza artificiale diventa allora il segno più avanzato di una geotecnica possibile: gli Stati smettono di apparire come padroni degli strumenti e cominciano a figurare come vettori della logica tecnica. È il saggio più ambizioso del quaderno e anche quello più esposto, perché porta l’intero discorso dentro una cornice metafisica forte. La sua funzione è chiara: mostrare che la macchina comincia a stare sopra le forme politiche che avevano ordinato l’uomo.

Alla fine resta l’immagine da cui tutto era partito: una postazione apparentemente perduta, custodita mentre il mondo attorno celebra la resa come adattamento. Il soldato rimasto sull’isola diventa meno grottesco di quanto sembrasse. Grottesco è piuttosto il tempo che chiama progresso ogni diminuzione dell’attrito, ogni scorciatoia del giudizio, ogni comodità trasformata in destino. In quella sproporzione si misura il quaderno: restare dove il pensiero resta scomodo, proprio perché l’epoca vorrebbe convincerci che non serve più restarci.

— Miro Renzaglia

Scheda Libro

Titolo:
 i Giapponesi. Appunti per tutti e per nessuno
Quaderno: n. 1, gennaio/aprile 2026
Tema: Oltre la macchina. Voci per la difesa dell’umano
Comitato di Redazione: Giancristiano Desiderio, Costantino Esposito, Antonella Sanvitale, Liborio Stuppia
Contributi di: Claudio Amicantonio, Giuseppe Berardi, Giovanni D’Alessandro, Giancristiano Desiderio, Andrea Di Berardino, Silvia Elena Di Donato, Andrea Fiamma, Riccardo Manzotti, Claudio Merini, Filippo Moretti, Marco Presutti, Daniela M. Rebuzzi, Roberto Rubino, Aldo Rocco Vitale, Cristiano Zuccarini
Editore: Solfanelli, Gruppo Editoriale Tabula Fati
Anno: 2026
Pagine: 128
Prezzo: euro 14,00
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