GIACINTO AURITI: IL PROFESSORE RIBELLE - un volume collettaneo delle edizioni CSRC Cittadella
Il volume dedicato a Giacinto Auriti riporta alla luce una domanda rimossa. E rimasta sospesa.
Giacinto Auriti ha posto alla moneta una domanda che gli economisti lasciano volentieri fuori dalla porta: di chi è?
La domanda conserva una forza intatta. La moneta circola, misura, acquista, estingue obbligazioni. Passa da una mano all’altra e governa la vita degli uomini con una potenza tanto concreta quanto invisibile. Sappiamo chi la emette, chi ne regola la quantità, chi la presta. Molto più incerta è la titolarità del valore che essa incorpora nel momento in cui nasce.
Il volume collettivo Giacinto Auriti: il professore ribelle muove da qui. Non è una biografia. Della vita del giurista di Guardiagrele offre episodi, aneddoti, memorie di allievi e di seguaci. Il suo vero oggetto è l’eredità. I nove autori non osservano Auriti da lontano. Ne condividono il lessico, ne difendono la causa, tentano di prolungarla nel presente.
Il professore vi appare come colui che ha visto in anticipo la natura del dominio contemporaneo: una sovranità politica svuotata dalla dipendenza monetaria, popoli trasformati in debitori, Stati costretti a procurarsi sui mercati lo strumento necessario alla propria esistenza.
Il nucleo teorico è noto. La carta non possiede il valore scritto sulla banconota. Neppure l’impulso digitale custodisce il potere d’acquisto. Quel valore nasce dall’accettazione collettiva. Ciascuno accetta la moneta perché prevede che qualcun altro la prenderà a sua volta. La comunità produce così, attraverso la fiducia e la convenzione, ciò che Auriti definisce valore indotto.
Auriti non chiese agli
economisti che cosa vale
la moneta. Chiese
ai giuristi di chi è
Da questa premessa Auriti ricava la propria conclusione: se il popolo crea il valore, il popolo deve esserne proprietario fin dall’emissione. Nello schema del professore, la banca centrale compie un’operazione materiale. Predispone il simbolo, registra una cifra, mette in circolazione un segno. Non produce ciò che quel segno vale.
Qui si trova la vera originalità del professore. La sua non è soltanto una protesta contro le banche. È il tentativo di tradurre una critica economica in una questione giuridica. La moneta viene sottratta al linguaggio esclusivo degli specialisti e ricondotta alla proprietà. Chi possiede il valore nel momento in cui il simbolo comincia a circolare? Chi è il creditore? Chi è il debitore? Con quale titolo l’ente emittente dispone di una ricchezza che non ha creato? È qui che entra il signoraggio. Auriti usa il termine per indicare l’appropriazione, da parte dell’ente emittente, del valore che la collettività conferisce alla moneta accettandola. Nel disegno di legge arriva a sostenere che le banche centrali si siano arrogate il potere di appropriarsi di «risorse monetarie», espropriando i cittadini di un valore che sarebbero stati loro stessi a produrre. È un’accezione molto più radicale di quella economica corrente del signoraggio: non il reddito derivante dall’emissione monetaria, ma il trasferimento originario della proprietà del valore dal popolo all’emittente.
Gianni Ferracuti ricostruisce il dialogo con Ezra Pound e individua il passaggio dal buon lavoro alla teoria del valore. La frase che Auriti citava abitualmente nelle sue conferenze è una dichiarazione di guerra: «Bellum cano perenne, tra l’usura e l’uomo che vuol fare un buon lavoro». Pound aveva visto nell’usura il nemico di chi produce. Auriti prova a dare forma giuridica a quell’intuizione: il valore non è una sostanza depositata nell’oggetto, ma un rapporto fra la cosa, l’uso previsto e chi la riconosce.
La moneta diventa così una funzione del tempo. Ferracuti lo spiega con un esempio domestico: una penna vale perché si prevede di scrivere, e «la moneta stessa ha valore perché prevedo di comprare». Il potere del denaro non risiede nel supporto materiale, ma nella catena di attese che esso mette in movimento. E quelle attese non sono mai di uno solo: si prevede di comprare perché si prevede che un altro venda. Il tempo, in Auriti, è già la forma del legame sociale. Qui la dimostrazione si interrompe. Che il valore monetario abbia natura sociale non prova ancora che ogni cittadino ne sia proprietario in senso giuridico. Fra produzione sociale del valore e titolarità occorre costruire un ponte. Auriti lo attraversa senza averlo edificato, e su quel passaggio mancante poggia tutto il resto.
Il reddito sociale, l’accredito della moneta allo Stato, la quota spettante a ciascuno, la cancellazione del debito originario: tutto muove dalla convinzione che la collettività sia stata espropriata di un bene suo in origine. Il disegno di legge riprodotto in appendice rende il principio limpido: la moneta nasce di proprietà dei cittadini, e da quel titolo discende un dividendo. La proposta ha una coerenza morale e una tensione interna: emissione e distribuzione restano affidate alla mediazione dello Stato. E la meccanica non è chiara: chi stabilisce quanta moneta assegnare, in che proporzione fra Stato e cittadini, con quale periodicità, sotto il controllo di chi?
Il tempo, in Auriti,
è già la forma
del legame sociale
Di moneta digitale il libro si occupa, ma nella sola forma delle valute emesse dagli istituti centrali, di cui teme il potenziale di controllo. Che cosa avrebbe pensato Auriti di una criptomoneta nella quale il valore indotto fosse riconosciuto, per costruzione, a coloro che concorrono a produrlo? Non Bitcoin, dunque, dove l’emissione premia chi valida la rete e la distribuzione iniziale resta affidata al possesso e al mercato, ma una blockchain nella quale la moneta nasca senza debito, nessuna banca possa appropriarsene, le regole dell’emissione siano pubbliche e sottratte alla decisione unilaterale tanto dello Stato quanto degli intermediari, e ogni nuova unità venga ripartita fra la comunità che le conferisce valore: una quota ai servizi comuni, un’altra direttamente ai cittadini come reddito sociale. Auriti sosteneva che il simbolo monetario vale perché ciascuno lo accetta prevedendo che altri lo accetteranno a loro volta. Se è questa convenzione collettiva a generare il potere d’acquisto, una tecnologia capace di accreditare automaticamente ai partecipanti una parte dell’emissione realizzerebbe almeno sul piano tecnico ciò che la sua teoria lasciava ancora affidato alla mediazione della banca centrale e dello Stato. Il paradosso è che la moneta popolare immaginata da Auriti potrebbe trovare la propria forma più radicale proprio in una moneta senza padrone: non perché nessuno ne sia proprietario, ma perché nessuno possa appropriarsi da solo del valore che tutti concorrono a creare.
La critica al sistema monetario richiede distinzioni rigorose: banca centrale e banca commerciale, emissione e credito, debito pubblico e creazione monetaria. Il volume le conosce e in più punti le pratica: Vincenzo Angelini separa la moneta bancaria dall’emissione della banca centrale rinviando in nota a uno studio della Banca d’Inghilterra del 2014. Luigi Copertino ricostruisce la tradizione del credito sociale fino ai Monti di Pietà francescani e sposa il distributismo di Chesterton. Nessuno di questi passaggi consente di leggere la banca come emanazione satanica. Ma la formula che regge il resto risale alla fondazione di quello stesso istituto, nel 1694, e appartiene a William Paterson: «la banca trae beneficio dall’interesse su tutta la moneta che crea dal nulla». Vale per la banca di Paterson; non descrive l’Eurosistema, dove gli Stati collocano titoli presso gli investitori e la banca centrale può acquistarli soltanto sul mercato secondario.
La relazione fra moneta
e debito esiste. Ma il debito
esisteva anche
prima della moneta
Quando poi la teoria monetaria pretende di spiegare l’intero corso della storia, il debito diventa la causa generale: le guerre, la subordinazione politica, la crisi sociale, la decadenza religiosa, la dissoluzione dei popoli. E qui il libro entra in tensione con la propria stessa ricostruzione. Copertino ricorda le antichissime forme del credito, le promesse di pagamento semitiche, i debiti cancellati nell’anno sabbatico: il rapporto fra debitore e creditore appartiene alla storia sociale molto prima della banca centrale moderna. L’usurocrazia bancaria è dunque una forma storica del potere del debito, non la sua origine. Quando quella forma pretende di spiegare tutte le altre, l’usurocrazia assume i caratteri di un potere unitario e occulto. Copertino attribuisce ad Auriti la convinzione che dietro le dinamiche monetarie «agisse una volontà non umana». L’analisi razionale cede allora alla spiegazione complottistica, e il banchiere smette di essere una funzione economica per farsi figura teologica del male.
Il SIMEC, infine: il simbolo cartaceo che Auriti fece circolare nell’estate del 2000 a Guardiagrele, in Abruzzo. Vi fece imprimere «proprietà del portatore» contro il «pagabili a vista al portatore» delle mille lire: due formule di poche parole che contengono l’intera teoria auritiana. È il libro stesso, però, a raccontare come funzionava. I SIMEC si cambiavano nominalmente alla pari con la lira e valevano il doppio presso gli esercenti convenzionati: chi li spendeva comprava con metà del denaro. Per alcune settimane Guardiagrele divenne un caso nazionale: televisioni da tutta Italia arrivarono nel paese e migliaia di persone giunsero anche da fuori regione per cambiare lire in SIMEC. Le file davanti agli sportelli e l’euforia collettiva trasformarono l’esperimento monetario in un piccolo fenomeno di massa. Auriti affermava di aver sostenuto personalmente i costi del circuito. Descritto così, il boom dei consumi sembra essere nato più da uno sconto del cinquanta per cento che dalla forza costitutiva del consenso popolare. Poi la Guardia di Finanza, su disposizione della Procura di Chieti, sequestrò i SIMEC per sospetta emissione abusiva di moneta. Arrivò il dissequestro. La ripresa dell’esperimento, invece, no.
Resta, di Auriti, la figura di un giurista capace di vedere nella moneta un rapporto di potere che il diritto garantisce e, insieme, nasconde. Comprese che la sovranità non consiste soltanto nel votare, governare o fare le leggi. Consiste anche nel decidere chi possa creare il mezzo attraverso cui ogni pretesa si fa esercitabile.
Il professore non ha trovato il modo di rendere il popolo padrone della moneta. Ma da quando ha posto la domanda, è diventato più difficile credere che non ne abbia già uno. O più di uno.
— Miro Renzaglia
Scheda libro
Titolo: Giacinto Auriti: il professore ribelle
Autore: AA. VV.
Prefazione: Cosimo Massaro
Edizione: Centro Studi e Ricerca Cittadella
In collaborazione con il Comitato per la Sovranità Popolare «Giacinto Auriti»
Collana: Auritiana, 1
Anno: 2026
Pagine: 123
Prezzo: € 10,00
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