𝗜𝗟 𝗖𝗢𝗥𝗣𝗢: 𝗨𝗟𝗧𝗜𝗠𝗢 𝗦𝗜𝗡𝗗𝗔𝗖𝗔𝗧𝗢
Sulla carta è tutto a posto. Il contratto è regolare, l’orario rientra nei limiti, le pause sono previste, i turni sono “a rotazione”, gli straordinari “eventuali”. Nel racconto giuridico il lavoro assomiglia ancora al vecchio schema del giorno spezzato in blocchi, con un tempo per la produzione e un tempo per la vita. Il corpo racconta una scena diversa. Il corpo non legge clausole, registra sveglie che suonano troppo presto, rientri troppo tardi, sonni spezzati, messaggi di lavoro alle 22:37, fine settimana usati per “recuperare” ciò che non si è riusciti a fare nei giorni feriali. Il contratto dichiara di tutelare; l’organismo, qualche anno dopo, presenta il verbale: gastriti, ansia, schiene irrigidite, insonnie, nervi spesi. È qui che torna l’immagine dell’ultimo sindacato: quello che non siede al tavolo, non discute tabelle, non firma, semplicemente smette di reggere.
La giornata del lavoratore cognitivo comincia spesso prima che inizi ufficialmente. La sveglia serve per preparare il corpo al computer, non solo per arrivare puntuale. Il primo caffè smette di essere piacere, diventa allineamento. Mail rapide dal telefono, occhi già sul flusso, cervello già acceso. L’orario formale segna otto ore, magari nove, ma il perimetro reale dilaga: messaggi su gruppi di lavoro, progetti che “intanto ci pensi”, chiamate “solo un attimo” mentre cucini, report da finire dopo cena. Il corpo sta seduto, flette, stringe la mandibola, accumula tensione sugli stessi muscoli, sugli stessi tendini, sugli stessi ricettori. Il contratto si limita a contare ore; il sistema nervoso, invece, conta allerta. I due numeri non coincidono.
La scena del turno notturno funziona allo stesso modo. In ospedale, in fabbrica, nei servizi, nei trasporti: orari che la legge considera accettabili, magari persino pagati con qualche indennità. Il sonno, però, ha un altro codice. Sfasarlo regolarmente comporta un debito biologico: ormoni sballati, difese immunitarie colpite, umore che oscilla, rischio cardiovascolare che sale. Non c’è nulla di eroico nel vivere “a cavallo dei turni”: c’è un corpo costretto a negare il proprio ritmo per sostenere un’organizzazione che pretende di essere continua. Il paradosso è che chi regge più a lungo questo gioco viene spesso premiato: “instancabile”, “affidabile”, “sempre disponibile”. Il contratto lo chiama merito. Il corpo lo classifica come anticipo sul collasso.
Poi ci sono le forme di lavoro che arrivano travestite da libertà. Partite IVA “creative”, collaborazioni “agili”, smart working permanente. Qui il contratto quasi scompare, sostituito da mail, accordi verbali, budget di progetto. In teoria c’è autonomia; in pratica l’orizzonte è una reperibilità continua, giustificata dalla retorica della passione e della flessibilità. Il corpo è costretto a convivere con un’attenzione che non stacca mai: risponde, pensa, anticipa, teme di perdere opportunità. Non ci sono cartellini, ci sono piattaforme. Il vecchio conflitto tra datore e dipendente lascia il posto a una frizione interna: la stessa persona è imprenditore di sé e operaio di sé, e il corpo è l’unico testimone dei due ruoli che si consumano a vicenda.
Caffè, integratori, energy drink, analgesici “leggeri”, qualche psicofarmaco preso in silenzio, palestra serale usata come stazione di manutenzione per muscoli e articolazioni, app che monitorano passi, sonno, battito. Il corpo viene continuamente riportato dentro il tracciato del contratto
In tutto questo il sistema ha previsto strumenti di compensazione. Caffè, integratori, energy drink, analgesici “leggeri”, qualche psicofarmaco preso in silenzio, palestra serale usata come stazione di manutenzione per muscoli e articolazioni, app che monitorano passi, sonno, battito. Il corpo viene continuamente riportato dentro il tracciato del contratto, aggiustato, spinto, anestetizzato, rimesso in linea. L’ultimo sindacato non si manifesta con un grande sciopero, ma con una lunga serie di micro-segnali che spesso vengono scambiati per difetti personali: sei poco resiliente, sei poco organizzato, ti manca il mindset giusto. La responsabilità si sposta dall’assetto complessivo al singolo individuo.
Quando lo stress diventa malattia riconosciuta, il diritto rientra in scena. I giorni di malattia, i periodi di congedo, le sospensioni temporanee del lavoro sembrano la prova che l’ordinamento ha ancora strumenti di protezione. Tuttavia il modo in cui li usiamo racconta altro. Burnout, depressioni, crolli di ansia vengono spesso trattati come parentesi da chiudere in fretta, deviazioni dal percorso “normale”, incidenti da gestire con terapia e farmaci per poi tornare al punto di partenza. Si preferisce riparare il singolo corpo invece di chiedersi se sia logico che così tanti corpi, in contesti diversi, producano lo stesso tipo di cedimento. Il contratto smentisce il corpo nel momento in cui si limita a prevedere la cura del danno senza interrogare la causa strutturale.
Non tutti reagiscono allo stesso modo. C’è chi porta il proprio logoramento come medaglia, trasformando la fatica in prestigio: giornate infinite esibite come segno di valore, sonno ridotto a prova di dedizione, stress cronico speso come argomento di potere. In questi casi il corpo è consumato e insieme usato come strumento di dominio simbolico sui colleghi: “io reggo più di voi”. C’è chi invece trasforma il crollo in identità, in etichetta stabile: esausto per definizione, per sempre vittima, sempre un passo indietro rispetto a un mondo “troppo veloce”. E c’è chi, a partire dallo stesso tipo di cedimento, decide di amputare pezzi di carriera, rinunciare a promozioni, cambiare mestiere, ridurre il reddito pur di non ripetere il ciclo. L’ultimo sindacato non porta una linea unica: la frattura che introduce può diventare alibi, bandiera o punto di svolta.
Intanto, ai margini, si accumula il lavoro di chi non rientra nelle statistiche luminose della produttività: corpi che non reggono i ritmi degli altri, che passano da un’assenza all’altra, che restano incastrati fra visite mediche, pratiche di invalidità, periodi di inattività forzata. Sono corpi su cui il contratto ha fallito in modo visibile; spesso diventano oggetto di pietà o fastidio. A questi corpi l’ultimo sindacato ha già presentato il conto e chiuso i giochi. Non tornano “operativi”, almeno non alle condizioni di prima. Eppure sono proprio loro la prova vivente di quanto sia fragile l’idea di una forza-lavoro infinita, sempre riadattabile, sempre flessibile, sempre riformattabile.
A questi corpi l’ultimo sindacato ha già presentato il conto e chiuso i giochi. Non tornano “operativi”, almeno non alle condizioni di prima. Eppure sono proprio loro la prova vivente di quanto sia fragile l’idea di una forza-lavoro infinita
La contraddizione maggiore, alla fine, sta nel fatto che continuiamo a pensare il lavoro come se il corpo fosse una variabile indipendente, un materiale illimitato che si può correggere lungo il tragitto. Il diritto ragiona per orari, mansioni, inquadramenti; l’economia ragiona per obiettivi, margini, competitività; la retorica aziendale parla di talenti, di passioni, di “grinta”. L’ultimo sindacato non usa nessuno di questi linguaggi. Opera con un vocabolario povero: tremori, infarti, cali di attenzione, errori, esaurimenti, rigidità, rifiuti fisici. È un lessico che non concede molti appelli. Quando entra in campo, il gioco è già andato oltre la misura.
Chiamare il corpo “ultimo sindacato” non serve a santificarlo. Il corpo porta con sé pigrizie, abitudini, autogiustificazioni, anche complicità con il sistema che dice di subire. Serve a ricordare che in una scena in cui quasi tutti hanno imparato ad adattarsi – politica, diritto, imprese, lavoratori stessi – resta almeno un attore che non sa recitare fino in fondo. Non possiede il registro della finzione, non può firmare al posto nostro. Può solo cedere. La domanda aperta è se questo crollo verrà ancora interpretato ogni volta come storia privata, oppure se, prima o poi, qualcuno avrà il coraggio di leggerlo come ciò che è: una smentita materiale di un contratto scritto contro la carne che dovrebbe sostenerlo.
— 𝗘𝗿𝗮𝗰𝗹𝗶𝘁𝗼 𝗱𝗶 𝗥𝗶𝗮𝗹𝘁𝗼