CONFLITTO USA-IRAN. LA GUERRA PASSA DAL BENZINAIO
Gli Stati Uniti hanno ripreso i bombardamenti contro l'Iran dopo gli attacchi a tre navi commerciali nello Stretto di Hormuz. Washington giustifica l'azione come risposta a una violazione del cessate il fuoco e a una minaccia diretta alla sicurezza della navigazione in una delle vie energetiche più importanti del mondo, indicando come obiettivo le capacità militari iraniane coinvolte.
Washington sostiene di aver colpito la rete di difesa costiera iraniana — radar e centri di comando — insieme a sistemi missilistici antinave e mezzi riconducibili ai Guardiani della Rivoluzione. Il messaggio è semplice: se l'Iran colpisce o minaccia le navi nello Stretto di Hormuz, gli Stati Uniti rispondono militarmente. Punire l'azione ostile è l'obiettivo immediato; il calcolo più ampio riguarda cosa succede se una potenza regionale impara a trasformare una rotta internazionale in una leva di ricatto permanente.
Hormuz è uno dei nodi strategici del sistema energetico globale, il punto in cui la geografia decide i prezzi. Quando lo stretto entra in crisi, il petrolio reagisce nel giro di ore attraverso il premio di rischio che i mercati attribuiscono all'instabilità. Per questo una crisi militare nel Golfo Persico riguarda direttamente anche l'Europa, prima ancora che i suoi effetti arrivino nelle case dei cittadini.
Washington presenta i raid come difesa della libertà di navigazione, ma la formula non è neutra: riconosce agli Stati Uniti il ruolo di garante armato dell'ordine globale. Un ruolo che l’Europa dovrebbe ormai cominciare a discutere, invece di accettare come dato naturale. Resta sullo sfondo la motivazione originaria dello scontro con l'Iran, il dossier nucleare. Hormuz non la sostituisce: si aggiunge. Ed è più facile da spiegare a un'opinione pubblica che fatica a seguire un negoziato sull'arricchimento dell'uranio.
Teheran sa di non poter competere frontalmente con gli Stati Uniti, e per questo lavora sui punti vulnerabili del sistema globale. Hormuz è uno di questi. Minacciare le navi e colpire il traffico commerciale bastano ad alzare il rischio sul petrolio e a moltiplicare il peso politico iraniano ben oltre le sue reali capacità militari. Per Teheran il conto è semplice: ogni giorno di instabilità nello stretto pesa sui mercati energetici più di qualunque bollettino di guerra.
Il cittadino europeo non deve conoscere tutti gli equilibri tra Washington, Teheran, Riyad e Abu Dhabi: gli basta guardare il prezzo del pieno. La guerra lontana diventa concreta quando modifica il costo della vita — il petrolio non resta nei grafici dei mercati, entra nel carrello della spesa e nella bolletta di casa.
L'Europa subisce gli effetti della crisi senza controllare gli strumenti per gestirla: l'energia che consuma è in gran parte importata, la sicurezza marittima da cui dipende è garantita in larga misura da Washington. Le aree da cui dipende restano fuori dalla sua sfera di governo. Bruxelles risponde con prudenza e appelli alla de-escalation — parole necessarie, ma che da sole non spostano nulla sul terreno. Servono rapporti di forza e capacità militari, oltre a un'autonomia energetica che l'Europa non ha ancora costruito. Manca, soprattutto, la decisione politica di ridurre dipendenze che ogni crisi rende più costose.
– Severin Azimut