CIÒ CHE NON RESTA, DI DIO - un libro di Massimo Donà a confronto con la teologia di Jean-Luc Marion
Massimo Donà dialoga criticamente con Jean-Luc Marion sul rapporto tra visibile e invisibile, Trinità e rivelazione, mettendo in discussione l’idea di un Dio relegato in un altrove rispetto al mondo.
Massimo Donà, filosofo dell’Università degli Studi «Vita-Salute San Raffaele» di Milano, nel suo ultimo libro, Ciò che non resta, di Dio. Con Jean-Luc Marion, in prossimità di un “impensabile” altrove, nelle librerie per i tipi di InSchibboleth, dialoga criticamente con le tesi teologiche del filosofo francese Marion. In particolare, si intrattiene sul volume del pensatore transalpino, Da altrove, la rivelazione. Contributo a una storia critica e a un concetto fenomenico di rivelazione. Al centro del dibattito tra i due sta il rapporto tra visibile e invisibile, la figura trinitaria del Figlio. Rileva Donà: «Se è certo che invisibile e visibile, in Gesù, si incontrano, resta fermo che per Marion essi rimangono altresì abissalmente distanti» (p. 10). Tale distanza induce l’uomo a porsi in cammino, sospingendoci verso l’altrove abitato dal Padre: «ogni distanza reclama infatti il proprio attraversamento», nota Donà (p. 11).
In realtà, nel Figlio si mostra perfettamente, rileva il pensatore veneziano, il Padre: «senza offuscare alcun tratto della sua assolutezza» (p. 11). Chi riesca a vedere nel Cristo, nel Dio mortale, trionfante e sofferente, la rischiarante presenza del principio, è sospinto a guardare al mondo con occhi da poietes, scoprendo in esso la “negazione” che lo anima: «che, […] come non oscura né vela nulla “del Padre”, neppure vela o cancella qualcosa di ciò che il Figlio lascia vedere, di sé medesimo» (p. 12). Insomma, a dire di Donà, il Padre, nel “dinamico” trinitarismo cristiano, non è affatto diverso dal Figlio, non sussiste in un altrove dal mondo, come sembra pensare Marion, pur presentandosi quale sua “negazione”. Visibile e invisibile, tempo ed eternità, esistenza ed essenza si danno in uno, non designano affatto un’opposizione in quanto, perfino nelle relazioni che si costituiscono come assolute, viene chiamato in causa ciò che non distingue gli opposti, ciò che essi condividono: «quanto meno il fatto di essere assolutamente opposti […] il loro stesso opporsi reciproco sarà, proprio esso, l’identico» (p. 22).
Visibile e invisibile,
tempo ed eternità,
esistenza ed essenza
si danno in uno.
Nelle cose del mondo, prosegue il pensatore italiano, «a costituirsi come identità di differenti è un atto escludente che […] non coincide con il soggetto di questo stesso atto» (p. 25), che dice solo quel che nei differenti non è identico. L’intelletto determinante impedisce di rilevare, nello stesso tempo e nello stesso luogo, l’esser rosso o l’esser bianco di un dato oggetto. Al contrario, non risulta contraddittorio sostenere in una prospettiva trinitaria «che la stessa Persona […] sia Diversa proprio là dove è Identica alle altre» (p. 28). Qui l’identità sta a dire l’“invisibile” proprio del dinamismo trinitario. Tommaso affermò che il Figlio non è diverso, pur essendo “altro” dal Padre. I volti del trinitarismo non sono, pertanto, “diversi” nel senso nel quale lo sono gli enti: non si escludono reciprocamente. Dicono l’esclusione: «disdicendola» (p. 30), smentendola. Il dinamismo delle Tre persone non è estroflesso, in esso nessun altrove si palesa: «Facendosi vedere, l’invisibile manifesta la propria invisibilità […] rende visibile proprio ciò di cui siamo chiamati a riconoscere, in uno, il non essere visibile» (pp. 31-32).
Donà giunge a mettere in questione l’opposizione assoluta di visibile e invisibile, di positivo e di negativo. Invita a leggere «il “non” di ogni determinatezza» quale suo «semplicissimo “essere”» (p. 37). Il visibile è “altro” solo rispetto a diversi visibili, ma non si differenzia dall’invisibile: «Per questo nessuno di noi potrà mai vedere l’invisibile – in quanto da sempre risolto […] nella visibilità del visibile; quale sua “non determinabile” negazione» (p. 41). Per questo, a differenza di Marion, Donà invita a rapportarsi al misterium vitae senza farsi affabulare dall’abisso, dal “fondo oscuro” o dall’altrove. Il suo non è un Dio, sic et simpliciter, trascendente le forme visibili, come nelle corde della teologia ebraica e del neoplatonismo emanazionista, in quanto, in questo caso, l’invisibilità divina si costituirebbe in modalità solo temporanea e potrebbe essere superata. Oltre ogni riduzionismo ontoteologico (dio quale ente) è necessario acquisire uno sguardo centrato sull’enigma della Trinità che «impone di guardare al conoscibile, ma anche di lasciarci toccare da un dono che nulla di determinato potrà offrirci» (p. 45). Marion riduce la “nuova logica”, cui allude nelle sue pagine, al modello della “comunione”, atto a supportare i limiti del lógos: «una condivisione in grado di non presupporre alcuna unicità precedente i tre: e dunque toto caelo affidata al loro specifico modo di unirsi “in comunione”» (p. 47).
Ci si salva, rinunciando
alla salvezza, “perdendosi”
nel tempo della vita
che dice l’eterno.
Il problema sta nel fatto, rileva Donà, che il modello dell’unità divina di Marion rinvia a un essente sempre e solamente identico a sé medesimo. Dio vive, per Marion, in un altrove, in quanto “altro” dagli enti. Per questo, il pensatore francese si fa latore di una visione rigidamente monoteista del Cristianesimo: «quando nel Dio del Cristianesimo c’è invece […] una realissima pluralità» (p. 52). Solo negando senza escludere, come insegna il trinitarismo correttamente inteso, sarà possibile uscire dalla logica dell’aut-aut centrata sull’astratta contrapposizione di unità e molteplicità, di Dio e mondo. L’eternità divina, grazie al Figlio, entra nella storia, senza che ciò possa rinviare a un indecifrabile mistero, come crede il filosofo francese, a un altrove rispetto a sé stesso. È l’infinità di Dio a mettere in discussione la lettura di Marion: l’altrove è nel principio stesso, la sua assolutezza non consente di pensare a uno “spazio esterno”. La Trinità immanente e “senza resto” cui guarda il transalpino si risolve, a ben guardare, nell’autosufficienza della storia di hegeliana memoria: «Solo il Geist, avrebbe detto Hegel, guida il cammino di chi non può sapere dove si debba andare» (p. 64). Una visione, quella di Marion, a-metodica e provvidenzialistica.
Donà invita a ricostruire, al contrario, «la verticalità dello Spirito sul piano orizzontale» (p. 66), atta a far comprendere il senso reale della “negazione”. Alla luce di ciò, l’Icona cristica, come nelle corde di Giovanni Damasceno e Basilio, ospita l’invisibile Padre senza alcuno scarto, in forza della gratuità del dono dello Spirito che si irradia sul volto del Figlio. Il “non” che vive nella Trinità immanente è la stessa originaria verità dell’essere. Pensare la Trinità consente di comprendere che i principi della non-contraddizione e della contraddizione non possono essere contrapposti l’uno all’altro, come vorrebbe Marion, in quanto in Dio vivono in uno. Ci si salva, prosegue Donà richiamando una tesi di Andrea Emo, rinunciando alla salvezza, “perdendosi” nel tempo della vita che dice l’eterno. Un tempo senza durata che «non consente di guardare a nessun al di là rispetto al suo inemendabile ni-ente» (p. 81).
– Giovanni Sessa
SCHEDA LIBRO
Titolo: Ciò che non resta, di Dio. Con Jean-Luc Marion, in prossimità di un “impensabile” altroveAutore: Massimo Donà
Editore: InSchibboleth
Anno: 2024
Pagine: 85
Prezzo: € 15,00
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