ATLETICA E NUOTO (E TENNIS), SÌ. CALCIO, NON PIÙ. VI SPIEGO PERCHÉ
900.000 iscritti alle scuole calcio italiane. Più parcheggi da doposcuola che luoghi di apprendimento tecnico. Paghi la retta e giochi.
Fra Birmingham e Parigi, l'Italia ha raccolto sessantacinque medaglie europee e ventitré ori. Nell'atletica ha vinto il medagliere e la classifica a punti per la seconda edizione consecutiva, mentre negli sport acquatici ha conquistato quarantatré medaglie, più di ogni altra nazione, mancando il primo posto per un oro soltanto. Larissa Iapichino è arrivata a sette metri; in acqua Simona Quadarella ha vinto tre titoli e Chiara Pellacani cinque. Gianmarco Tamberi vola a 2,32 ed è oro. Una simile ampiezza esclude il miracolo occasionale. Senza nemmeno aver bisogno di scomodare Jannik Sinner.
Pochi mesi fa, la Nazionale di calcio aveva perso ai rigori contro la Bosnia, dopo le eliminazioni contro Svezia e Macedonia del Nord nelle due edizioni precedenti. Una sconfitta si lascia raccontare come un incidente, e anche due, se si è disposti a credere che la sorte abbia preso un'abitudine. Alla terza il racconto non regge più. Il Paese che domina l’atletica europea e raccoglie più medaglie di tutti negli sport acquatici non riesce più a formare undici calciatori capaci di raggiungere – raggiungere, non vincere – una Coppa del Mondo.
La differenza comincia negli anni in cui il campione ancora non sa di esserlo. Nelle discipline individuali il ragazzo lascia comunque un segno che non dipende da chi lo guarda: un tempo, una distanza, un'altezza. Ogni vasca restituisce un risultato, ogni tuffo può essere osservato e corretto. Nel calcio, invece, il ragazzo mostra il proprio valore soltanto attraverso i palloni che riceve e i minuti che gli vengono concessi. Una valutazione iniziale sbagliata può cancellare le prove che servirebbero a correggerla.
Una sconfitta si lascia
raccontare come un
incidente. Alla terza
il racconto non regge più
Quando affiora una possibilità, il rapporto si restringe intorno alla persona. Nadia Battocletti corre da anni sotto lo sguardo di Giuliano Battocletti, che le è padre prima che allenatore; nel nuoto quello che un atleta fa in acqua viene deciso guardando lui e non il gruppo. Gruppi sportivi, federazioni e CONI garantiscono la continuità che il talento da solo non produce, e la Federazione Italiana Nuoto conta ventiseimila tecnici formati e aggiornati. Discipline molto più povere del calcio riescono così a concentrare competenze attorno al talento.
Il calcio parte da quasi novecentomila giovani tesserati. La materia umana abbonda. Ma da quel momento in poi comincia la dispersione. Molte società dilettantistiche dividono campi comunali in turni e dipendono dalle quote delle famiglie; tengono aperto un pomeriggio a ragazzi che altrimenti lo passerebbero altrove, e nessuno può negare ai ragazzi questa possibilità. Il problema nasce quando la stessa struttura, nelle stesse ore, deve essere insieme doposcuola e formazione avanzata. La FIGC richiede nelle categorie di base almeno un allenatore qualificato per categoria, ma una categoria può comprendere numerosi gruppi, e la regola resta soddisfatta anche quando su un campo competenza non ce n'è.
Venti o trenta bambini possono così ritrovarsi con pochi istruttori e novanta minuti da dividere. Tutti hanno diritto di giocare. Soprattutto quando la retta di frequenza al corso è uguale per tutti. L'allenatore deve controllare il gruppo e preparare la partita della domenica, il pallone tocca a ciascuno per pochi istanti e il risultato immediato premia chi è già più forte fisicamente. Il bambino creativo rischia la giocata e diventa indisciplinato; quello più sviluppato esegue l'ordine e viene considerato pronto.
La FIGC richiede
un allenatore qualificato
per ogni categoria. Ma una
categoria comprende più gruppi.
E gli allenatori qualificati costano.
Anche il calendario pesa, e pesa senza che nessuno lo decida. Uno studio su seicentoquattro ragazzi Under 16 di tredici club professionistici ha rilevato la stessa preferenza per i nati nei primi mesi dell'anno nelle generazioni 1995 e 2005. Fra un bambino di gennaio e uno di dicembre corrono quasi dodici mesi, e a undici anni dodici mesi sono centimetri. Il sistema finisce per chiamare talento ciò che spesso è soltanto anticipo biologico.
I vivai professionistici arrivano quando questa selezione ha già prodotto i suoi effetti. Vedono i sopravvissuti, mentre altri ragazzi, magari proprio quelli più talentuosi, hanno cambiato sport oppure hanno smesso. Più tardi i club lamentano la scarsità di italiani pronti e comprano all'estero giocatori già formati. Il calciatore straniero compare alla fine della storia come la ricevuta delle ore qualificate che il sistema italiano ha disperso.
Le medaglie di Birmingham e Parigi sono state costruite nei pomeriggi in cui un tecnico osservava un atleta e modificava il lavoro per lui. Anche il terzo Mondiale perduto era cominciato molti anni prima della partita contro la Bosnia, su un campo dove un bambino aspettava in fila dietro ad altri venti. Nel marzo 2026 la FIGC ha messo per iscritto quello che sui campi si sapeva da tempo: troppa tattica, troppa domenica, troppo poco pallone fra i piedi dei ragazzi.
La corsa al Mondiale del 2034 sembra cominciare con un buon proposito. Bisognerà vedere quanto un sistema di scuole calcio dipendente dalle rette delle famiglie saprà trasformarsi. Tutti meritano di giocare, ma tutti pagano, e il numero degli iscritti continua a pesare più del tempo dedicato a ciascun ragazzo.
– Miro Renzaglia