VIENI AVANTI... VANNACCI. Più V-I-T-A-L-E di così, si muore

VIENI AVANTI... VANNACCI. Più V-I-T-A-L-E di così, si muore

Il punto di partenza è una gerarchia di potere: prima l’Italia, poi lo Stato, poi il diritto. In quel salto il diritto scade a mezzo. Vale finché coincide con l’interesse di chi si arroga il nome Italia. Poi si piega, si sposta, si adatta.

Da lì la politica diventa un atto di definizione. Chi parla in nome dell’Italia. Chi rientra nel perimetro. Chi resta fuori. Quali corpi sono riconosciuti, quali diventano problema. Il manifesto evita la definizione e consegna una parola che sembra ovvia.

Il punto di partenza è una gerarchia 
di potere: prima l’Italia,
poi lo Stato, poi il diritto

“Italia” viene usata come totem: nessuno statuto, nessun criterio, nessuna procedura. Il prezzo è immediato: autorità senza controllo. E a cascata: Stato come braccio, diritto a geometria variabile.

La conseguenza politica è una disciplina da caserma. La complessità diventa intralcio. La critica diventa sospetto. L’eccezione entra come abitudine. La fantasia dei pieni poteri vive qui: comando al posto di governo, gesto al posto di responsabilità.

Il collante è l’ecosistema dell’amplificazione. Pericolo e salvatore accoppiati, clip ripetute, slogan che rimbalzano finché suonano veri. Talk‑show, piattaforme, micro‑messaggi: il consenso come interruttore, acceso e spento a colpi di paura.

Tutto resta nel registro
del riconoscimento emotivo:
l'ovvio dei popoli

Questo è il filo: il ritorno del pre‑politico. Sequenze di evocazioni che scattano prima del ragionamento e costruiscono consenso per riconoscimento. Parole‑chiave che chiamano tribù, calore, protezione, superiorità morale. I diritti diventano ornamento di un ordine già deciso.

Il manifesto si incolla a un acronimo: V‑I‑T‑A‑L‑E. Macchina mnemonica, ritmo da coro, identità pronta. Funziona come marchio: consegna appartenenza e rimanda la parte che costa — leggibilanci, coperture, tempi, compromessi, sanzioni.

E infatti la sigla evita la visione: mette in vetrina sei parole che vogliono bastare a se stesse. Virtù come postura, Identitàcome specchio, Tradizioni come scenografia, Amore come ordine domestico elevato a criterio pubblico, Libertà come talismano, Eccellenza come promessa estetica. Tutto resta nel registro del riconoscimento emotivo: l'ovvio dei popoli.

– Miro Renzaglia