VENEZUELA. MORIREMO UNIPOLARI?

VENEZUELA. MORIREMO UNIPOLARI?

L’attacco portato a termine in Venezuela da parte delle forze statunitensi nella notte tra il 2 e il 3 gennaio ha definitivamente chiarito un aspetto: l’idea di un mondo multipolare è terminata, probabilmente senza mai iniziare davvero.

Nonostante il gigante a stelle e strisce non si fosse mai davvero ritirato all’interno dei propri confini, nemmeno nel corso della prima presidenza Trump — quando lo stesso tycoon ripeté più volte l’idea isolazionista senza mai applicarla — una parte rilevante del dibattito strategico continuò a leggere il sistema internazionale come in transizione.

Molti esperti di geopolitica e autorevoli riviste di studi propendevano infatti per una visione del mondo multipolare, nella quale le potenze regionali — espresse anche, ma non solo, nell’acronimo dei Brics — potessero emergere e consolidarsi all’interno dei rispettivi quadri continentali.

Washington ha fugato ogni dubbio a riguardo, aprendo a proprio piacimento nuovi focolai di guerra e rinunciando a presentarsi come attore di composizione

Poco meno di un anno di presidenza Trump dopo — ovviamente parliamo della seconda — Washington ha fugato ogni dubbio a riguardo, aprendo a proprio piacimento nuovi focolai di guerra e rinunciando a presentarsi come attore di composizione.

Come già accaduto in campagna elettorale, gli Stati Uniti non si sono posti come artefici di piani di pace per i conflitti aperti: da quello sul suolo europeo tra Ucraina e Russia a quelli mediorientali in Palestina, progressivamente estesi a Libano, Siria, Iran e Yemen.

Potremmo davvero ridurre il bombardamento di sedi mirate sul suolo della nazione bolivariana e la cattura, con successiva deportazione a New York, del presidente venezuelano Nicolás Maduro a una semplice prova di forza?

Donald Trump ha abituato a repentini cambiamenti di linea e ad azioni spesso non concordate o nemmeno comunicate al Congresso. Sta però mostrando una potenza militare di cui nessun altro oggi dispone. Qui, tuttavia, si fermano le certezze statunitensi: non è nuova l’incapacità di gestione di territori trasformati in polveriere — Iraq e Afghanistan restano precedenti ingombranti. Sarà quindi necessario seguire con attenzione gli sviluppi.

È caduto Maduro, non il chavismo. Perlomeno non ancora. Maduro, al governo dalla scomparsa di Hugo Chávez nel 2013, ha sempre rappresentato una specifica ala del socialismo bolivariano — quella politico‑sindacale — ma non ne è mai stato l’unico leader. A sostegno di questa lettura stanno le prese di posizione del movimento governativo che, richiamato all’ordine dal ministro dell’Interno Diosdado Cabello e dalla vicepresidente Delcy Rodríguez — ora presidente ad interim — ha rapidamente ripreso il controllo delle posizioni chiave dello Stato, impedendo avvicendamenti pilotati in stile “rivoluzioni colorate”.

I principali alleati di Caracas sono troppo lontani, geograficamente, militarmente e commercialmente, per essere disposti a incrociare le armi in sua difesa.

Non a caso, Maria Corina Machado, storica oppositrice del bolivarismo e fresca vincitrice del Nobel per la Pace, è stata di fatto esautorata già durante la conferenza stampa tenuta da Trump in Florida, dove è stato affermato che «non gode di un consenso tale da consentirle di governare».

Sul piano internazionale l’azione ha prodotto la consueta spaccatura: Russia, Cina e gli alleati dell’aggredito — dalla Turchia a Messico e Colombia, fino alla Corea del Nord — hanno condannato l’operazione e chiesto il rilascio di Maduro e della consorte. Il cosiddetto Occidente si è invece congratulato per l’arresto di un presidente colpito da accuse che vanno dalla generica adesione al comunismo a quella, ancora più fantasiosa, di narcotraffico.

Il punto politico resta: i principali alleati di Caracas sono troppo lontani, geograficamente, militarmente e commercialmente, per essere disposti a incrociare le armi in sua difesa. Così muore il multipolarismo: quando gli Stati Uniti ripristinano con armi e denaro — come già avvenuto nelle recenti corse presidenziali del subcontinente — l’egemonia sul proprio cortile di casa, in piena Dottrina Monroe 2.0, là dove altri non riescono a fare lo stesso ai confini delle proprie sfere d’influenza.

–Luca Lezzi