TRUMP: L'EGEMONIA A VISO SCOPERTO. Europa, decidi adesso
Il ritorno di Trump ha tolto il velluto al linguaggio dell’impero. La potenza americana resta quella che è sempre stata: una forza egemone planetaria, allenata a misurare il mondo in corridoi marittimi, basi, sanzioni, filiere, valute. Cambia il tono; il telaio resta. Con Trump la frase diventa più corta, più ruvida, più praticabile: l’alleanza è un contratto; la fedeltà è una tariffa; la sicurezza è un prezzo.
Qui sta il punto che sconcerta l’Europa e la trova impreparata: per decenni ha potuto credere che l’ombrello fosse una forma di natura, come il meteo. La protezione americana è stata presentata come destino occidentale. In realtà è stata, ed è, politica di potenza. Trump lo espone senza perifrasi e rende visibile ciò che molti governi europei preferivano tenere in penombra: la subordinazione funziona finché l’egemone la considera conveniente.
Quattro anni di guerra tra Russia e Ucraina hanno offerto all’Unione Europea il test più elementare: decidere in comune, spendere in comune, difendersi in comune. Risultato: avanzamenti reali, spesso tecnici, spesso tardivi. Il salto politico resta incompiuto.
Il ritorno di Trump
ha tolto il velluto
al linguaggio
dell’impero
Si è mosso il denaro, si sono mossi i programmi, si sono mossi i comunicati. Negli ultimi mesi si è mosso anche il metodo: maggioranza dove i Trattati lo permettono, architetture giuridiche per rendere meno precarie misure che dipendono da rinnovi unanimi, cooperazioni rafforzate quando l’unità si inceppa.
Tuttavia, la sovranità di sicurezza resta parcheggiata nei ventisette. Ogni volta che il conflitto cambia fase, l’Europa riparte da negoziazione interna, veti, eccezioni, calendari che slittano. Una potenza che ragiona così rimane un mercato armato a intermittenza.
Agli Stati Uniti conviene che in Europa resti un conflitto prolungato, senza soluzione, perché un continente assorbito dal fronte orientale pesa meno sugli altri scacchieri. È un vantaggio di agenda: l’Europa chiede protezione, rinvia scelte, accetta dipendenze; Washington guadagna margine di manovra per premere altrove.
Il Venezuela rende concreta la logica. Nel Caribe la leva è energia e finanza: sanzioni, licenze, controlli sulle rotte, interdizioni selettive. Se l’Europa resta concentrata sulla propria emergenza, difficilmente investirà capitale politico per contestare quelle mosse: resterà spettatrice, al massimo moralista.
La convenienza basta: in geopolitica guida atti anche quando a Washington convivono linee diverse e calendari elettorali. Il risultato resta: l’Europa concentrata sul fronte orientale lascia campo libero altrove.
L’Europa
concentrata
sul fronte orientale
lascia campo libero
altrove
La Groenlandia chiude il cerchio. Pur non essendo territorio dell’Unione Europea — dopo il referendum e l’uscita dalle Comunità europee nel 1985 — la Groenlandia resta un nodo europeo: legata al Regno di Danimarca, con cittadini danesi (e quindi europei), dentro il perimetro NATO e dentro le scelte strategiche di Bruxelles.
L’Artico è la geometria nuova della sicurezza: rotte che si aprono, risorse critiche, presidio dello spazio aereo e della sorveglianza missilistica, competizione con Russia e Cina. Quando Trump parla di Groenlandia come “essenziale”, parla di potere in tre valute: sicurezza (basi, sorveglianza, difesa missilistica nell’Atlantico del Nord), materie prime critiche (minerali e terre rare), pressione politica su un alleato. La distanza geografica è un dettaglio; conta la presa sul nodo artico mentre il ghiaccio arretra. In un mondo così, l’Europa distratta dalla guerra e priva di una politica di difesa pienamente comune perde voce anche dove avrebbe interessi diretti.
La combinazione è brutale: un’America che parla il linguaggio del comando; un’Europa che rimanda la sovranità di sicurezza; un Artico che smette di essere margine e diventa nodo di contesa tra Stati Uniti e Unione Europea.
Qui si decide se l’Europa entra in partita: soldi comuni per la difesa, industria comune per produrla, comando comune per usarla.
La storia, a volte, nel mettere fretta concede occasioni. Questa è un’occasione.
— 𝗠𝗶𝗿𝗼 𝗥𝗲𝗻𝘇𝗮𝗴𝗹𝗶𝗮