TERTIUM DATUR. FILOSOFIE DELL’ORIGINARIO - un libro di Giovanni Sessa

TERTIUM DATUR. FILOSOFIE  DELL’ORIGINARIO - un libro di Giovanni Sessa

«Siamo stati indotti a scrivere, Tertium datur. Filosofie dell’originario, da due considerazioni che si legano tra loro. La prima è la constatazione che la maggior parte dei nostri simili vive in uno stato di narcosi […] D’altro lato, sparute minoranze intellettuali, mostrano di avere contezza della situazione in cui ci troviamo». Da qui Giovanni Sessa costruisce la necessità dello studio: se il presente è insieme assuefazione di massa e bassa lucidità della critica, allora la questione riguarda anche l’assetto che decide in anticipo che cosa vediamo e come lo interpretiamo. Questo assetto è l’Impianto tecno-scientifico (Ge-stell) che scavalca le forme politiche classiche e si traduce in governance, in «un inestricabile connubio di tecnica e gestione amministrativa», fino alla democrazia spesso «ridotta al periodico esercizio del diritto elettorale». Dentro questa cornice il potere perde il volto e resta come struttura operante: «un altrove sempre presente», percepito come estraneo e intanto decisivo. Per questo il dibattito visibile resta superficie; la posta vera sta nel livello in cui dispositivi, tecniche e organizzazione del tempo sociale preparano già le opzioni tra cui ci sembra di scegliere.

Queste opzioni hanno una radice più profonda della cronaca: la gabbia binaria del dualismo. Già Platone la prefigura con la dialettica e con la frattura tra mondo sensibile e ordine delle idee. Sarà però Cartesio a renderla operativa nella modernità, irrigidendo il quadro in coppie che diventano abitudini mentali: soggetto/oggetto, mente/corpo, interno/esterno, teismo/ateismo. Da lì la logica del tertium non datur si traveste da evidenza e decide ciò che conta come reale, ciò che conta come scelta, ciò che viene respinto come residuo.

Per Sessa, invece, il «terzo» è dato e ricevibile: è l’accesso all’originario, un livello che precede la coppia degli opposti e rende possibile la loro stessa distinzione. L’originario prende la figura della physis: potenza che si dà in forme e resta eccedente rispetto alle forme. Il «terzo» riapre il possibile come campo reale; sposta la decisione sul terreno dove nasce: tempo, percezione, stile di vita.

Il punto tecnico che regge la tesi è il recupero della hyle. Hyle è il sostrato del mutamento: il terzo termine reale che, senza coincidere con nessuno dei contrari, rende possibile la trasformazione. La parola-chiave è: dynamis-hyle, potenza e materia in presa reciproca, fondo operativo che eccede ogni forma stabilizzata. La storia della modernità appare allora anche come storia di un «silenzio» della hyle: materia degradata a passività, natura ridotta a oggetto, vita trattata come processo amministrabile.

Per l’autore la tacitazione della materia avviene attraverso una rieducazione del pensare che sposta l’attenzione su atto e forma e relega la hyle in periferia. Lo dice in modo programmatico un esegeta decisivo della tradizione aristotelica, Alessandro di Afrodisia che, nel suo Commentario alla Metafisica, scrive: «Conviene mettere da parte la materia». Da quel gesto discende una catena: l’aristotelismo viene piegato in senso platonizzante, la hyle scivola verso la privazione o verso un ricettacolo senza iniziativa, e il reale «vero» migra dalla parte delle forme e dei principi intelligibili. La costruzione teologica della creatio ex nihilo chiude la mossa: l’inizio viene attribuito al principio, la materia diventa strumento vivificato dal Logos, poi residuo passivo, e la physis perde autonomia. Quando questa impostazione si secolarizza, il risultato è già pronto: natura trattata come disponibilità, misurabile e governabile; la dinamica originaria della materia-potenza resta coperta, come se non fosse mai stata lì.

A partire da qui il libro costruisce una vera e propria mappa di riemersioni. Non una scuola, non una linea continua, ma «un filone carsico del pensare europeo»: autori lontani tra loro — Cusano, Bruno, Böhme, Baader, poi l’idealismo, l’ultrattualismo italiano, Colli, Donà — che in modi diversi tornano a dire l’uno-tutto, a pensare la physis come dynamis-hyle e a riaprire, contro il dualismo dominante, lo spazio del tertium datur. Cusano offre il mondo come gioco serio: libertà e misura interiore si addestrano insieme, e il «posse fieri» diventa la zona in cui potenza e forma restano in contatto. Bruno radicalizza l’infinito e la materia viva: la magia viene letta come lavoro sull’immaginario, prassi che incide sul reale perché incide sulle forme del desiderio e della visione. Böhme spinge sul linguaggio immaginale e sul divino come processo; Baader porta l’eros come fondazione del sé, con un attacco al soggetto autosufficiente che resta un nervo scoperto.

Nel montaggio novecentesco, il terzo prende altre figure: l’idealismo magico e l’individuo assoluto in Evola, l’atto e il presente in Emo, la forma-evento in Diano, la sapienza aurorale in Colli, il ritmo e l’ascolto in Donà. Qui la posta diventa anche una resa dei conti con la filosofia stessa. Gasparotti apre con l’immagine della «bolla» del logos devitalizzato e lo dice senza pudore: la filosofia nasce come sapere «la cui vocazione è quella di illudere». Sessa riprende quella metafora e la porta al punto di rottura: «La bolla è scoppiata. O si è sgonfiata» e, subito dopo, «La filosofia è morta e da tempo viene tenuta artificialmente in vita», ridotta a pratica accademica ed editoriale mentre il presente viene amministrato dall’Impianto. Colli stringe il nodo con una formula definitiva: «La filosofia è scrittura e ogni scrittura è falsificazione… la morte della filosofia… sgombra la strada alla sapienza». E tuttavia, nel modo in cui Sessa lo ricostruisce, questo ritorno ha una regola severa: alla Sapienza si torna attraversando la filosofia, usando ancora concetti e lingua, con un’attenzione diversa al reale che accade.

Nelle Conclusioni Sessa stringe la posta con una formula-architrave: il principio, l’«uno», si dà solo nei molti; la trascendenza resta laterale, la «fedeltà alla terra» diventa terreno reale del pensare e del vivere. Da qui l’invito a «pensare dalla fine»: guardare le determinatezze e le particolarità come frammenti, custodie momentanee di un principio sempre in opera e mai normabile. Questa postura chiede una pratica: assecondare il movimento metamorfizzante della natura, restaurare un rapporto sintonico con la physis come mixis. E investe anche la politica: gli assetti collettivi restano in fieri, tentativi umani di dare forma al caos, senza mitologie di stabilità definitiva. In concreto: la verifica passa da gesti e scelte minute, non da proclamazioni.

Il punto di passaggio è il kairos. Sessa lo tratta come «attimo immenso» e come giusta occasione: investe la vita dei singoli e quella dei popoli, quindi porta con sé una valenza insieme esistenziale e politica. Per renderlo visibile ricorre a immagini antiche (la statua del Kairos di Lisippo ricordata da Posidippo; il mosaico della «Casa di Aion»): la lezione resta secca, perché riguarda la qualità della scelta, il modo in cui il tempo cronologico si aggancia a un tempo più largo senza diventare fantasia consolatoria.

Da qui anche la presa di distanza dalle grandi narrazioni di salvezza: il lógos physikós rifugge escatologie progressiviste e soteriologie regressive, lascia emergere un tono fatto di serenità tragica e stoica, «di là da speranza e da disperazione». Il finale consegna un criterio di verifica: l’ex-cursus vale soltanto se diventa un passo per il pensiero e, insieme, un passo per la vita.

— Miro Renzaglia

Scheda libro

Titolo: Tertium datur. Filosofie dell’originario
Autore: Giovanni Sessa
Prefazione: Romano Gasparotti
Editore: Inschibboleth Edizioni, Roma
Collana: Zeugma, n. 38
Anno: maggio 2025
Prezzo: € 28,00
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